SULLA GIORNATA NAZIONALE DEL PAESAGGIO

Sabato 14 marzo è stata celebrata la Giornata Nazionale del Paesaggio, promossa dal Ministero della Cultura per diffondere la cultura del paesaggio e sensibilizzare sulla tutela del territorio e sulla sostenibilità ambientale. Il paesaggio non è solo qualcosa da guardare, né un fondale fotografico. Nel paesaggio si abita e si lavora, si costruisce generazione dopo generazione. E quando smette di essere abitato e lavorato, non cambia solo aspetto, ma muore biologicamente.
Ogni siepe, ogni filare, ogni terrazzamento, ogni pascolo gestito secondo pratiche tradizionali è un ecosistema. Eliminatelo, abbandonatelo, sostituitelo con una monocoltura industriale, e non avrete perso solo un elemento del panorama: avrete cancellato habitat, corridoi ecologici, cicli riproduttivi di specie animali e vegetali che in quel preciso mosaico territoriale trovavano la ragione della propria esistenza
La riforma dell’articolo 9 della Costituzione, approvata nel 2022, ha introdotto tra i principi fondamentali la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi. Le norme, da sole, non mantengono i paesaggi. Li mantengono le persone che ci vivono e ci lavorano: gli allevatori che portano gli animali al pascolo, gli agricoltori che conservano le varietà locali, i gestori di alpeggi, i piccoli produttori che con il loro lavoro quotidiano tengono aperti spazi ecologici che altrimenti si chiuderebbero nel giro di una generazione. Eppure queste figure sono sistematicamente marginalizzate dalle politiche agricole, schiacciate da una burocrazia pensata per l’agroindustria, ignorate dai programmi di conservazione che preferiscono ragionare in termini di aree protette e vincoli anziché di pratiche vive. Il risultato è un paradosso: celebriamo il paesaggio rurale nelle giornate commemorative e ne acceleriamo la dissoluzione nei restanti 364 giorni dell’anno.Non si tratta di idealizzare il passato rurale. Si tratta di riconoscere un fatto: i paesaggi ad alta biodiversità dell’Europa temperata sono paesaggi culturali, e la loro conservazione richiede la continuità - o la reinvenzione consapevole - delle pratiche che li hanno generati.
Lo storico Marc Bloch, fucilato dai nazisti nei pressi di Lione, scriveva che per comprendere il paesaggio rurale bisogna partire dall’osservazione del presente. Oggi il presente ci dice che quel paesaggio sta scomparendo e con esso un patrimonio di biodiversità che nessun decreto potrà ricreare. È su questo che la politica deve riflettere. 
Oggi la presenza numerosa ed eccessiva di cervi rappresenta un serio pericolo per l'equilibrio dell'ambiente naturale, agendo come un fattore di alterazione degli ecosistemi.
Arrecano danni alla rigenerazioneforestale: l’impatto principale è il cosiddetto "over-browsing" (pascolo eccessivo), ovvero l'intensa attività di brucamento di giovani germogli, piantine e arbusti; riducono la diversità vegetale, perché tendono a consumare specie arboree pregiate (come aceri, frassini, querce), favorendo indirettamente la diffusione di specie meno appetibili o di piante infestanti. Questo porta a una semplificazione dell'ecosistema e a una diminuzione della diversità botanica. Inoltre creano impatto sulla fauna minore: la riduzione del sottobosco causata dal pascolo eccessivo distrugge l'habitat necessario per uccelli nidificanti a terra, piccoli mammiferi e insetti, riducendo complessivamente la biodiversità animale dell'area.
La presenza eccessiva di cervi influisce anche sul paesaggio antropico. Le popolazioni in eccesso causano danni significativi a vigneti, frutteti e vivai agricoli limitrofi con la conseguente chiusura dell’attività agricola. E per finire: l’espansione dei cervi verso aree antropizzate aumenta drasticamente il rischio di collisioni con veicoli.