Cocullo Storia
25 Ottobre 2026, 00:02
SFACCETTATURE DI COCULLO
Ultima puntata sui toponimi: Via Porta Ruggeri
Nino Chiocchio
Nella metà del primo millennio d.Cr. il mondo cristiano fu investito da una ventata di eresie, scismi e sette religiose. Suor Orsola Benincasa fu una riformatrice (scrivevo o continuavo a scrivere che per le sue istanze fu accolta dal Papa Gregorio XV per una eventuale riforma del clero).
Oggi è tutto facile perché bisogna correre senza girare la testa di tanto in tanto (passato) né guardare dove si mettono i piedi (futuro). Insomma va considerato solo il presente ignorando che i verbi hanno diversi tempi. Non si deve guardare indietro, a costo di essere ignoranti: così si fertilizza il terreno per seminare i ceci, i quali possono fertilizzare la terra... Eppure sarebbe molto consigliabile ricorrere a ricerche di carattere linguistico o storico.
Sempre, in epoche lontane, le lotte fra i vari sovrani sono state alimentate dall’influenza papale e questo ha avuto serie ripercussioni sui grandi feudatari i quali, dovendo rispecchiare l’orientamento politico del sovrano di turno, fecero sì che pure il grosso feudo di Celano fosse caratterizzato da tinte filo-francesi (Normanni: Ugo, Ruggero II), poi filo-tedesche (Svevi: Enrico VI, Corradino) e di nuovo filo-francesi (Angioini: Carlo d’Angiò) fino a quando arrivò il vento aragonese. Anche i decenni successivi alla calata di Enrico di Svevia furono turbati da una forte instabilità e dall’anarchia fino al 1220, anno in cui Federico II scese in Italia e fu incoronato imperatore. I trent’anni di regno di Federico, sebbene non del tutto sereni, furono tuttavia dominati dall’eccezionale personalità del re e imperatore, definito “stupor mundi”.
Ma torniamo alla nostra contea. Cocullo appartenne alla contea di Celano e nella dinastia dei Berardi-Ruggeri, anche e specialmente al tempo dei Normanni, il nome Ruggero ha avuto una particolare importanza. Penso che sia maturato il tempo giusto perché quella commistione stacchi i petali della margherita e suggerisca chi ha ispirato l’onomastica “Ruggeri” e perché e quando; insomma a quale personaggio essa risalga. Vedremo quali potrebbero essere i petali di quel fiore. Intanto teniamo a mente che la sfilza dei “Ruggero” ebbe inizio con la discendenza di Ugo di Provenza, quando la contea fu definita “dei Marsi”. Nella metà del 920 questo marchese di Provenza (che però svolgeva anche le funzioni del re) e conte di Vienne scese con il figlio Lotario I, con un consanguineo del duca di Borgogna e con Azzo zio di Berardo il Francisco. Ugo fu incoronato re d’Italia nel 926. Vienne sarebbe stata dopo qualche secolo una specie di centro di raccolta dei Crociati che si dirigevano verso la Palestina. Infatti il grosso dei cavalieri francesi che andavano in Terrasanta s’imbarcava sul Rodano, che attraversa Lione e poco dopo Vienne, la quale era stata capitale della Provenza, capitale poi spostata proprio da Ugo da Vienne ad Arles, dove sfocia il Rodano. Il primo “spitale” degli Antoniani sarebbe stato eretto a Vienne (più tardi lo ebbe pure Cocullo), su un terreno fertilizzato dal fervore dei primi crociati incitati dai francesi Ruggero e Roberto il Guiscardo al grido di “Deus lo vult”. Nel 936 il conte di Celano aveva respinto i Saraceni in una stretta gola montuosa della contea e successivamente aveva partecipato ad una Crociata almeno un conte di Celano, nostro feudatario; ma questo fino a quando la dinastia fu costretta ad orientarsi politicamente per la Francia, cioè fino al XIII secolo: ricordiamo che ancora alla fine del 1200 era passato da queste parti un altro sovrano francese (angioino) quando andò a prelevare il monaco Pietro del Morrone all’eremo della Maiella (Sulmona) per elevarlo al trono di Pietro con il nome di Celestino V. Nel 1298 un Cocullese, Giovanni, fu eletto, per due mandati consecutivi, alla carica che aveva ricoperto il Papa Santo. Giovanni, secondo una mia personalissima intuizione, fece qui erigere la chiesa della Madonna delle Grazie servendosi anche di maestranze e Templari francesi (angioini)[1]. Almeno qualcuno di questi Templari era passato qui venendo da Vienne (o …insieme con il frate cocullese Giovanni?) e trovò in un paese povero, che proprio per questo amava i poveri e i derelitti, l’ambiente ideale per promuovere la realizzazione dei propositi celestiniani, già concretizzatisi in Provenza, sul corso inferiore del Rodano: una realtà fiorita (e quindi non “copiata”, ma “ritornata”) nei pressi della Majella fra gente misera, timorata e allora ospitale, solidale, caritatevole. A quel Templare forse non era piaciuto lo spirito d’avventura di alcuni confratelli che andavano a portar guerra in terre lontane; preferì restare nella terra in cui era stata predicata la pacifica carità e sviluppare la vocazione missionaria fra quella gente permeata di “celestinianesimo” e influenzata dalle teorie di Gioacchino da Fiore. E allora vediamo su quale Ruggero si potrebbe focalizzare l’attenzione dei lettori ingenui e infine a chi attribuire l’odonimo e possibilmente la data dell’attribuzione.
Abbiamo visto che Ugo era stato il feudatario di Vienne, cioè della ex capitale della Provenza, di cui era conte. Dovremmo ricordare anche, come già accennato, che a Vienne era stato eretto il primo “spitale” di Sant’Antonio e che lì si incrementò il culto poi importato a Cocullo dagli Antoniani. I seguaci di quel nobile (per discendenza o per intrecci matrimoniali) costellarono le loro dinastie di personaggi che si chiamavano Ruggero[2]. Non credo di dover proseguire giacché penso che non si debba andare oltre per trovare il Ruggero che cerchiamo. L’attribuzione di un nome al toponimo presuppone uno studio.
Ripassiamoci un breve sunto della storia cocullese nella contea di Celano: a Cocullo esiste la “Via Porta Ruggeri”: quale Ruggero doveva essere ricordato?
- RUGGERO II d’Altavilla, normanno, fu il più illuminato e potente re di Sicilia, poi Sicilia e Puglia (con un pezzetto d’Africa settentrionale) e infine pure di Calabria. Inoltre fu padre di quella Costanza la quale sposerà Enrico VI (uno svevo e una normanna). Ancora, quando il papa Urbano II nel 1096 aveva indetto la prima crociata lui, insieme con il fratello Roberto il Guiscardo, aveva raccolto uomini, ne avevano ornato l’abbigliamento con strisce crociate e li avevano incitati alla guerra. Quando l’imperatore di Germania, Enrico VI, figlio di Federico Barbarossa, sposò Costanza d’Altavilla, figlia del famoso Ruggero II, il Mezzogiorno della Penisola diventò svevo fino alla sfortunata spedizione dello sventurato Corradino, preso a tradimento da Carlo d’Angiò nel 1268 ai Piani Palentini (presso Scurcola Marsicana). Poco dopo si instaurò il dominio angioino e il feudo fu affidato ad un Ruggero, evidentemente angioino. Egli potrebbe essere stato uno svevo “ammansito” o “politicone”, della dinastia dei Berardi.
- RUGGERONE. Dopo la morte di Federico II, il quale aveva distrutto Celano per la politica filoghibellina del conte Tommaso, la contea tornò a questo Ruggero, della famiglia Berardi, forse del ramo di Ocre. Probabilmente da allora il casato ebbe il nome “Berardi-Ruggeri”.
- RUGGEROTTO, figlio dell’aragonese Lionello Acclozamora terzo marito di Icovella (ultima contessa dei Berardi-Ruggeri, in quanto erede del fratello Pietro nel 1422, morta nel 1490), forse consapevole del fatto che ormai gli Aragonesi stavano prendendo ufficialmente il controllo anche sulla contea della madre (perché parlare solo di questioni ereditarie, ecc., e non prendere in considerazione pure quest’ipotesi?), si ribellò a questa e, dopo l’assedio, lei fu rinchiusa nel castello di Gagliano; dopo qualche decennio Ruggero (“Ruggerotto”) fu ucciso a Pratola da un Alfonso Piccolomini, mentre la madre era stata poi liberata con il contributo delle forze papaline. A quel punto Jacovella, attorno al 1460, chiese e ottenne a Tivoli un incontro con il papa Pio II per ringraziare e per discutere sul feudo che aveva perso: il pontefice rimediò allo sgarro[3] concedendole la contea di Venafro e alcune signorie dell’Italia meridionale. Nello stesso periodo (1463) Papa Pio II (Piccolomini) segnalò al re Ferrante il nipote Antonio I Piccolomini per l’infeudamento della contea celanese (una ventina d’anni più tardi re Ferrante d’Aragona avrebbe ratificato la nomina).
A questo punto, facendo un salto di un secolo, si potrebbe rispondere alla domanda relativa al “chi” e al “quando” dell’attribuzione toponomastica: potrebbe essere stato il nostalgico ricordo di un rampollo di Jcobella. La data dell’attribuzione risalirebbe quindi alla fine del 1500.
Riepilogando, le dinastie famose della contea di Celano furono nell’ordine quella dei Berardi-Ruggeri dal 1100 circa (contea dei Marsi) e quella dei Piccolomini (fine XVI secolo). A questo punto non posso tacere di un don Matteo Ruggeri che riemergerà proprio nel 1596 in un manoscritto nel quale si legge che i Cocullesi chiedevano all’autorità competente il riconoscimento della Confraternita del “SS.mo Nome di Dio” della chiesa cocullese di San Nicola mediante l’intercessione del predetto don Matteo Ruggeri; quindi, dopo l’avvento dei Piccolomini, i Ruggeri spodestati dal loro feudo, rimasero in quella che era stata la loro terra e alcuni si infeudarono nell’Italia meridionale. In proposito aggiungo che Jcobella Ruggeri, l’ultima contessa della prima dinastia, aveva lasciato tre figli avuti da Lionello Acclozamora: Pietro, Ruggero e Isabella; di questo Ruggero (“Ruggerotto”) ho già scritto; restano Pietro e Isabella, e di Pietro sappiamo che amava di più lo studio; ma la vicenda di don Matteo Ruggeri si svolge un secolo dopo la morte di Jcobella.
Ora analizziamo le origini degli odonimi. Nel Medioevo ancora comparivano nominativi sulla viabilità scaturiti dalla fantasia popolare riferiti a possessi, strade dove erano botteghe di artigiani, strade caratterizzate da persone o cose stravaganti, o legati a nomi geografici, ecc.: ad esempio “via dei Giubbonari”, “via dei Sediari” (a Roma), “via degli Anversani” (a Cocullo); ma le intitolazioni erano anche un po’ confuse e non erano ufficializzate dalle autorità locali. Potrebbe essere nata allora l’intitolazione di Porta Ruggeri in omaggio a personalità dei Ruggeri; ma la prima regolamentazione dei nomi delle vie con i numeri sulle porte si ebbe dopo l’Unità d’Italia, nel 1871; forse i nomi furono eseguiti con scritte a carbone (vedi Arco Sant’Orsola) e infine nel primo ventennio del 1900 furono apposte delle maioliche in sostituzione delle ormai abrase scritte a carbone. E allora, quattro secoli prima, però, qualche massaro, accogliendo una petizione della Confraternita di San Nicola, avrebbe ricordato quel don Matteo Ruggeri: ecco il parallelo temporale di Sant’Orsola e don Matteo.
Rua del Sacco
La Repubblica Partenopea nacque, non solo per Cocullo, da un paradosso che causò il “sacco” della via omonima. La nostra capitale, Napoli, un secolo prima dell’esplosione rivoluzionaria francese era stata un centro importantissimo dell’Illuminismo: molti giuristi e filosofi, tra i quali Antonio Genovesi e Gaetano Filangieri e Galiani (premorti a Pagano) rimanevano perplessi nel tempo per gli ostacoli che si frapponevano alle riforme che privilegiavano ancora le classi più alte e il clero di uno stato confessionale. Tutto questo aveva creato il terreno fertile per una rivolta. L’occasione fu data dalla forte ventata della Rivoluzione francese, per cui quando Championnet con i suoi fucili nuovi aggredì il regno di Napoli, la Repubblica Partenopea era già nata.
Intanto il cardinale Ruffo di Calabria, nominato vicario regio da Ferdinando IV poiché il re era fuggito in Sicilia, era risalito a Napoli con il suo esercito di sanfedisti e praticamente aveva preparato grazie anche al ritiro delle truppe francesi il terreno per il ritorno del sovrano. Costui era alleato degli Inglesi e per questo si aprì un contrasto fra il cardinale e l’ammiraglio britannico Nelson per cui, esautorato da questi ultimi il cardinale, quelli decisero, nonostante i tentativi di pacificazione da parte dello stesso cardinale, di giustiziare i capi dei rivoltosi: un ufficiale inglese di Nelson ordinò la pena del patibolo che costò la vita anche a Mario Pagano, il quale aveva assimilato e concretizzato le idee del defunto Filangieri.
Intanto i Francesi dal Teramano avevano imboccato la valle del Pescara-Aterno. Il marchese di Pescara Tommaso d'Avalos d'Aquino d'Aragona, diplomatico del re di Napoli, dopo un breve tentativo di ostacolare gli invasori, si ritirò a Roccacasale dove trovò suo alleato il barone de Sanctis. Ai due notabili borbonici si era alleato il capomassa introdacquese Pronio.
Da “Storia cronistoria cronistoria e leggenda a Cocullo” riporto quanto segue: “Ci speculino pure gli addetti ai lavori; noi soffermiamoci su un piccolo mondo, sull’orizzonte di Cocullo, e cerchiamo di raccontare il secolo cominciando dagli ultimi anni di quello precedente. La Rivoluzione Francese aveva prodotto una grossa ventata sulle forme istituzionali dell’epoca e parecchi troni traballavano. Alcuni sovrani avvertirono qualche sussulto e quando fu loro possibile cercarono di neutralizzarlo. Nel dicembre 1798 Ferdinando IV, re di Napoli, lanciò un proclama ai sudditi abruzzesi, un proclama in cui esaltava il loro valore e li chiamava a difesa del Trono. Il proclama fu raccolto, fra gli altri, dal marchese di Pescara e dal barone di Roccacasale, don Giuseppe Maria de Sanctis, antenato dei de Sanctis di Cocullo; i due titolati, insieme, cercarono di frenare la marea dell’esercito francese proveniente dal Teramano, ma inutilmente. Ritiratosi verso il suo castello, don Giuseppe Maria de Sanctis incontrò il capo-massa Pronio e riprese la resistenza con le forze che gli restavano e con quelle dell’introdacquese; e fermò i Francesi per pochi giorni; dopo questi dilagarono verso il suo castello. Che era difeso dal cugino di Giuseppe, don Giambattista, il cui padre Francescantonio e il cui zio Giampietro avevano sposato due Marchione benestanti cocullesi, rispettivamente Francesca e Rosaria; purtroppo, dopo un inutile tentativo, i difensori furono sopraffatti dai Francesi, i quali nel marzo 1799 presero e incendiarono il castello.” Aggiungo che i Francesi dilagarono e devastarono la Valle Peligna; ma i resistenti non mollarono e dopo varie battaglie, fra cui quella di Sulmona presso il ponte San Panfilo, Pronio respinse gli invasori fino al mare e riuscì a riprendere addirittura per alcuni giorni la fortezza di Pescara. Era fatale che i Francesi ricevessero rinforzi, per cui i Borbonici furono rigettati verso l’interno dell’Appennino abruzzese. Intanto la fuga degli sconfitti era cominciata verso Cocullo. Perché Cocullo? 1- Era un paese periferico e isolato dal mondo della contea di Celano; 2- Avevano i parenti nei discendenti delle sorelle Marchione, proprietari di stalle in fondo al paese (“Stalle di Giorgio” [Marchione]) che offrivano un ottimo nascondiglio; 3- In questo paese funzionava una buona struttura sanitaria con almeno un paio di “Dottor Fisici” disponibili. Torno a quanto scritto anni fa nel lavoro citato: “Giambattista, ferito gravemente, fu trasportato a Cocullo dal figlio Gioacchino. Un mese prima (febbraio 1799) il cardinal Fabrizio Ruffo era sbarcato in Calabria con pochi uomini per organizzare la resistenza sanfedista; a Cocullo, su scala ridotta, si distinsero l’arciprete sanfedista Don Giovanni Arcieri… ed il vecchio “Dottor Fisico” don Leonardo Gentile: il primo ricevette Pronio in casa, espose i ritratti dei reali nella chiesa di San Domenico, fece suonare le campane a martello all’arrivo dei Francesi, incitò i paesani ad arruolarsi nelle masse di Pronio; il secondo girò per il paese onde esortare i giovani all’arruolamento nelle masse, mentre suo figlio Fortunato combatteva accanto a Pronio sull’Adriatico (più tardi don Leonardo ottenne i benefici di Sant’Angelo e San Silvestro, sequestrati al duca Sforza Bovadilla, adducendo come motivo il fatto di dover far studiare da prete il figlio Emidio). Si dirà che questi sono episodi; non tanto, se si considera che il sapore di quegli episodi ed il fenomeno del banditismo (un po’ politico e un po’ comune) hanno permeato la vita della piccola comunità montana, abituata a condurre un’esistenza tranquilla fra l’agricoltura e la pastorizia (a parte la professione di fede al re ed alla religione non solo da parte del ceto popolare, ma anche delle classi borghese e artigiana che dopo alcuni decenni cercheranno la difesa dei loro interessi nelle istanze liberali) fino ai primi decenni del ‘900 con i racconti di tesori nascosti, con i toponimi del “Vallone dei briganti”, o della “Cerqua bannita”, ecc.”
Nota
[1] Vedi le analogie con la monumentale basilica aquilana di Santa Maria di Collemaggio, gioiello architettonico celestiniano.
[2] Se attribuiamo alla parola il valore plurale verrebbe da pensare che i Ruggeri arricchirono il casato dei Berardi aggiungendovi il loro nome nel 1200 circa per via di un ramo collaterale; ma io ritengo che quella finale in “i” indichi un genitivo latino, il quale generalmente traduce il complemento di specificazione: “di Ruggero”.
[3] Infatti Pio II, vicino agli Aragonesi, infeudò detta contea di Venafro ai Peretti. Alla morte di donna Camilla Peretti era principe di Venafro (da contea era diventato principato) il nipote di lei Michele Damasceni Peretti, il quale però restò sempre a Roma e a lui subentrarono altri nobili famigliari al Sacro Collegio (Somalia-sic!-, Savelli, ecc.).

