Europa Interventi
12 Ottobre 2026, 00:03
Case non più case. Città non più città
Elena Granata
Maricarmen Abascal aveva ottantasette anni ed era nata, quasi letteralmente, dentro la sua casa. Vi ha abitato per settant’anni, pagando l’affitto e le bollette, costruendo in quelle stanze la trama minuta della sua vita. Il 23 settembre, sfrattata, è uscita in barella, fra gli agenti in assetto antisommossa e le centinaia di persone che avevano tentato di impedire lo sgombero, dopo pochi giorni è morta. La società che aveva acquistato l’alloggio le aveva proposto un nuovo canone: da circa cinquecento a milleseicento euro. Una proposta inaccettabile.
Il suo caso ha riempito Puerta del Sol di tende e di persone, ha costretto il governo Sánchez a varare due decreti contro gli sfratti delle persone vulnerabili e gli abusi negli affitti temporanei. È una “questione di umanità” – ha dichiarato lo stesso Sánchez – spostando la questione dal campo della politica a quella dei valori. Ma la questione è politica e di governo.
Il caso Maricarmen rende visibile che la crisi abitativa non colpisce soltanto chi cerca oggi una prima casa, gli studenti, i giovani precari o le famiglie appena formate. Raggiunge anche chi ha abitato lo stesso quartiere, lo stesso pianerottolo, la stessa stanza per un’intera esistenza. Al dramma di chi non riesce ad accedere alle città, si aggiunge quello di chi non può rimanervi.
Non si tratta di un’emergenza, men che meno di una nuova emergenza, siamo davanti a una torsione radicale e strutturale dell’abitare: le case - e quindi le città - hanno cambiato mestiere. Sono diventate alloggi turistici, seconde case tenute come riserva di valore, appartamenti per soggiorni temporanei, studentati gestiti come prodotti finanziari, residenze di lusso, immobili acquistati per essere rivenduti o messi a rendimento. Restano case nella forma, nei catasti, nei conteggi statistici, ma non consentono di abitare stabilmente un luogo. Una parte del patrimonio edilizio viene sottratto alla lunga durata e messo a disposizione delle economie più remunerative: turismo, finanza, affari, mobilità di passaggio. L’aumento dei prezzi è uno degli effetti più impattanti, secondo il rapporto Addressing Europe’s Urban Housing Crisis (ISPI ed Eurocities) tra il 2010 e il secondo trimestre del 2025 i prezzi delle abitazioni nell’Unione europea sono cresciuti del 60,5 per cento e gli affitti del 28,8 per cento. Un incremento che costringe tutti i Paesi europei a fare i conti con una nuova questione sociale.
La città che allontana chi la vive
Case non più case, città non più città, vite non più vite. La scarsità non è più un ostacolo da correggere: diventa la condizione stessa della valorizzazione. Più è difficile trovare casa, più quella casa vale per chi la possiede, la gestisce o la mette a rendimento.
È una macchina tanto efficace quanto miope, perché tratta gli abitanti come una presenza sostituibile, quando sono loro, con le loro competenze umane e professionali, la condizione di esistenza della città. Le città puntano sulle economie remunerative del transitorio, ma si reggono sulle economie meno spettacolari della permanenza. Si reggono su chi torna a casa la sera, conosce il quartiere, usa le scuole, prende l’autobus ogni mattina, porta un figlio dal pediatra, assiste un genitore, frequenta un mercato, lavora in un ospedale, organizza una festa, protesta quando un giardino viene chiuso.
Quando questa infrastruttura si indebolisce, tutto il resto diventa più fragile. Crescono le distanze fra casa e lavoro, il pendolarismo, la fatica quotidiana. I servizi perdono lavoratori. Le attività di vicinato lasciano spazio a esercizi più adatti al consumo veloce. Il centro storico diventa più efficiente per chi arriva e meno abitabile per chi resta. Aumentano i ricavi per metro quadrato, ma diminuisce la vita urbana. È questo il rischio di collasso che fatichiamo a nominare. Non un collasso improvviso, con macerie e sirene, ma un impoverimento lento della capacità delle città di riprodurre se stesse. (doppiozero)

