Elzeviri
27 Settembre 2026, 00:02
Il tempo è denaro o il denaro è tempo?
Emidio Grossi
Se il tempo è la possibilità di ogni possibile, la sua perdita, costitutiva con il suo scorrere solo in avanti, costituisce, inevitabilmente l’impossibilità di ogni altro possibile.
Nella dimensione esistenziale abituale, nell’in-autenticità del senso comune (quello della tensione sempre in vista di un risultato, di uno scopo), l’Umano va alla continua ricerca di mezzi moltiplicatori di quelle possibilità e, di conseguenza, sebbene sempre in modo illusorio, del tempo. E quelle performatività rimandano prevalentemente alla mera dimensione quantitativa, per cui il quanto prevale sempre sul quale. Non diciamo o pensiamo sempre a quanto tempo abbiamo, prima di preoccuparci della sua qualità? Non conferiamo forse valore prioritario a ciò che è immediatamente numerabile, pesabile? Assicuratoci questo, ci accontentiamo di una qualità residua possibile. Mutuando il filosofo Protagora potremmo dire che è la dimensione quantitativa dell’Umano a rappresentare la misura di tutte le cose, più che l’Uomo nella sua totalità. E se è la quantità a conferire valore all’esistenza, va da se che tra i suoi indicatori fondamentali il denaro guadagna facilmente il primato. Infatti, costituisce il quantum ideale, dato che non prevede limiti alla quantità che se ne può possedere.
Ed il denaro oltre ad essere il più naturale espansore delle possibilità generali, è anche il più diretto generatore di quelle particolari che riconducono a sè stesso, in una spirale potenzialmente illimitata. Se il denaro è l’equivalente materiale del tempo, in questa identità traduce facilmente la sua assenza di limite in quella di una esistenza senza tempo e, quindi, dell’illusoria immortalità.
Da mezzo di pro-gresso personale, il denaro, con questo sottinteso significato, diventa facilmente il fine assoluto da perseguire da parte di un sempre crescente folla di appassionati. Per una analoga simmetria anche il tempo scivola, da mezzo relativo in cui si svolge l’esistenza, a fine assoluto a cui tendere. Naturalmente, denaro e tempo, in quanto costitutivamente limitati, non prevedono la dimensione dell’assoluto se non in uno scenario illusorio. Tempo e denaro costituiscono delle dimensioni dialogiche in quanto l’uno parla anche dell’altro, anche se è il primo che determina sempre il secondo.
La dimensione costitutiva dell’umano è quella dell’affaccendamento, dell’utilizzo e della cura continua delle cose che, nella loro possibilità di estensione e durata ben oltre l’esistenza del primo, rimandano ad ogni Umano la verità della sua finitudine. Come risposta alla autenticità di questo sfavorevole statuto, l’Umano si rifugia, attraverso il velamento della verità stessa, nell’illusione. In questo nascondimento perseverante paga un dazio di nome accelerazione, che corrisponde al tentativo, inconsapevole e vano, di guadagnare tutto il tempo possibile. Rappresentazione di essa è la ricerca ossessiva del denaro o dei beni che attraverso esso si possono acquisire. Ma ogni accelerare si accompagna inevitabilmente al blocco, che si esprime nel risparmio di denaro stesso perché, ancora illusoriamente, si traduca in una sorta di parsimonioso scorrere del tempo.
È comune la constatazione che vuole la prodigalità quale cifra caratteristica del tempo giovanile accelerante, a cui subentra, progressivamente, l’avarizia di quello riluttante al pro-cedere, proprio di chi va inesorabilmente in-avanti con gli anni.
Accelerazione e blocco vanno a braccetto come l’accumulo ed il risparmio di denaro. Mutuano la stessa dinamica, che diventa illusoria quando applicata alla dimensione temporale.
Data proprio L’immaterialità dell’estensione temporale, accumulo e risparmio sono impossibili in questo contesto ed allora vengono tradotte in attività moltiplicate fino allo sfinimento (superlavoro, notti bianche …) o nella cancellazione del tempo stesso (isolamento, burnout….). E da quì il passo nella malattia conclamata del corpo e/o mente è inevitabile.
Chi è in grado di accogliere la verità della propria finitudine riesce ad uscire, di conseguenza, da questa perversa compulsione che si divide tra improvvise accelerate e brusche frenate. Si dispone , automaticamente, al lento in-cedere nel tempo presente, quale unica temporanea im-mortalità alla portata di ogni Umano ed indispensabile viatico per cogliere il solo valore del tempo: l’inestimabile massimo Bene.
Solo nell’implementazione quotidiana di questa postura sarà possibile la rinuncia alla convinzione -propria di chi pensa illusoriamente di essere immortale - che tempo e denaro siano quantità intercambiabili.
È cosi che sarà possibile che l’Umano rinunci, a cascata, anche all’illusione che possedere più denaro si tradurrà automaticamente nel guadagno di più tempo, per conseguire aggiuntivo denaro e, di nuovo, tempo ulteriore, in una spirale senza fine.
Ne conseguirà, alla fine, la perdita della tendenza all’accumulo ed alla conservazione del denaro a favore del suo semplice utilizzo per quello che è: un mezzo per acquisire i necessari beni, funzionali ad una esistenza autentica: quella che rifugge da ogni superflua eccedenza.

