Valle Peligna Ambiente
24 Settembre 2026, 00:01
LO SCANDALO ARCHEOLOGICO DI CASE PENTE
QUANDO IL PROFITTO SI MANGIA I BENI CULTURALI
Mario Pizzola
La Soprintendenza Archeologica dell’Aquila va apprezzata per aver promosso per sabato 26 settembre la visita guidata agli scavi di Case Pente, dove è in costruzione la centrale Snam. E’ una buona occasione per chiedere - e augurarsi di avere risposte esaurienti - perché è stato privilegiato il profitto della multinazionale del gas anziché la tutela dei nostri beni culturali.
Nel suo invito ai cittadini affinché prendano parte alla visita guidata (prenotazione obbligatoria al n. di tel. 0863/455734) la Soprintendenza scrive che “le indagini hanno documentato diverse fasi di occupazione, dal villaggio di capanne dell’età del Bronzo fino all’insediamento di epoca romana”.
E’ un vero peccato, però, che ai visitatori non sarà consentito di vedere le tracce del villaggio di 52 capanne risalente a oltre 4000 anni fa, perché quelle tracce sono state sepolte dalle ruspe della Snam sotto le tonnellate di cemento e di tubi della centrale.
Così come è un peccato che non sarà possibile vedere la strada glareata di epoca romana che andava in direzione del Vallone Grascito, che porta all’antico tempio di Ocriticum a Cansano, perché anch’essa è finita sotto la costruenda centrale.
Perciò sabato, più che le antiche testimonianze rinvenute nel sito, sarà possibile ammirare lo scempio che è stato fatto di un’area che era nota da tempo per il suo valore storico e archeologico. Certo qualcosa si è salvato, come la villa romana e l’impianto termale, ma solo perché hanno avuto la fortuna di trovarsi in posizione marginale rispetto alle strutture della centrale.
Immaginiamo che a chiedere di costruire a Case Pente fosse stata una qualsiasi altra impresa che non ha gli addentellati che ha la Snam con i poteri dello Stato, si può credere che la Soprintendenza lo avrebbe consentito? Certo che no: avrebbe ricevuto la stessa risposta che ebbe la Lafarge nel 2008, ovvero che “la tutela di tale contesto storico impone la non alterabilità dello stato di fatto”.
Alla Snam, invece, quello stesso Stato che ha come finalità la salvaguardia e la cura dell’interesse collettivo, ha aperto tutte le porte, consentendo di trasformare in una seconda area industriale quello che era “un complesso archeologico tra i più importanti e inediti della Valle Peligna”, come ebbe ad affermare la Soprintendenza quando sbarrò la strada alla Lafarge.
Ma si poteva imporre alla Snam di delocalizzare l’opera facendole perdere i 180 milioni garantiti dai fondi europei tramite il PNRR? No, non si poteva, perché il dio denaro prevale su tutto, anche quando – come in questo caso – si tratta di un impianto che non serve a nulla, perché il consumo di gas è sceso drasticamente e perché dobbiamo abbandonare al più presto i combustibili fossili, causa prima delle disastrose conseguenze del cambiamento climatico.
Così, anziché avere un grande parco archeologico “open air” come a Montale (Modena), che in 20 anni ha fatto registrare ben 300.000 visitatori, per i decenni a venire saremo costretti a convivere con una infrastruttura non solo inutile ma anche dannosa per la salute pubblica e pericolosa per la nostra sicurezza. Questo in un territorio che, per la sua grande qualità ambientale e per la sua storia, avrebbe meritato un ben diverso futuro.
Mario Pizzola, Coordinamento Per il clima Fuori dal fossile

