"SFACCETTATURE DI COCULLO" 

LE PERGAMENE E I MANOSRITTI DEL RINASCIMENTO COCULLESE

Molti anni fa vide la luce un mio lavoro ambizioso per lo scopo che pretendeva di raggiungere. Il libro è intitolato “Le pergamene di Cocullo”; non sono tutte quelle reperibili nell’Archivio comunale perché ne riportai meno di dieci mentre i manoscritti custoditi sono una ventina. Gli è che i documenti riprodotti, corredati delle relative trascrizioni diplomatiche nonché delle traduzioni – o dei relativi sunti di quelle poco leggibili o prolisse e contenenti lunghe divagazioni che spesso non hanno a che fare con la nostra storia municipale –, avrebbero potuto suggerire il titolo “Il Rinascimento cocullese in poche pergamene”. La data della pergamena del 1420 sembra anticipare alquanto lo spuntar dell’alba rinascimentale su questi monti: quelle vecchie carte mi pare che siano un compendio di due fervidi secoli di storia municipale, quella “piccola” storia che –  confluita in un’ “antologia” delle altre auspicabili “piccole” storie di tutti i paesini – crea la “grande” Storia e che in ogni caso, anche quando lascia “brandelli” sfrangiati, ci riporta alle radici comuni sia pure con la inevitabile diversità delle rispettive caratteristiche. Ecco perché quella modesta pubblicazione si prefiggeva uno scopo ambizioso: quello di sperare che i giovani, molti dei quali oggi più che mai sono distratti un po’ dalle innegabili (e a volte … negabili) conquiste della tecnologia e della modernità, conservino le tradizioni del loro paese, perché fra le pieghe delle tradizioni e delle leggende non poche volte si celano storie vere: quelle che ci aiutano a ricordare e ci insegnano a vivere proiettando il passato nel futuro. 
A Cocullo una delle prime pagine di quel Rinascimento, per la modestia degli autori, la scrissero i rigattieri-pastori, i quali, barattando chincaglierie, contribuirono, dopo secoli di calamità che parevano aver rallentato il cammino della civiltà, a dar nuovo impulso al commercio con un piccolo traffico di oggettistica.
Ma, la prima pergamena, tra quelle rinvenute nell’Archivio Comunale di Cocullo, risale al 1420, ed è firmata da Pietro, il quale si definisce conte di Celano e figlio di Cola (Nicola) “pater et genitor noster”, quindi appartenente alla prosapia dei Ruggeri e zio dell’angioino Ruggerotto, figlio “ribello”[1] di Icobella Berardi[2] (ucciso poi da un Alfonso Piccolomini a Pratola nel 1495) e perché la petizione in seguito a cui Pietro emanò la grida era intesa ad ottenere il riconoscimento di consuetudini che i Cocullesi già praticavano da tempo[3]; ma soprattutto perché nello stesso documento il signore afferma decisamente che “il fu Magnifico don Cola[4], conte di Celano” è “suo molto venerabile genitore”. Le cronache tramandano che questo Nicola nel 1418 morì lasciando un figlio maschio Pietro (figlio anche di Maria Marzano duchessa di Sessa) e quattro figlie femmine, di cui Icobella era la più disponibile a ricevere l’eredità; qualche studioso (Colapietra) sostiene che dopo la data menzionata vi fu la reggenza di un certo Pietro: questa pergamena, compilata due anni dopo la morte di Nicola, conferma almeno la reggenza durante un’eventuale lotta dinastica.
 
A questo punto dovremmo coprire lo spazio che apparirebbe vuoto dal 1343, anno in cui era stato contratto il matrimonio tra un durazzesco e una nobildonna del sud Italia, fino al 1442: in quel tratto di tempo nel regno di Napoli si era formato un ramo cadetto degli Angiò – fondato da Giovanni d’Angiò (1294-1336) conte di Gravina, figlio di Carlo II e di Maria d’Ungheria, e aveva assunto il titolo di “duca di Durazzo”; dal matrimonio di un figlio di Giovanni di nome Luigi (Ludovico), nacque Carlo III che assunse il titolo di re di Napoli: Luigi, angioino della dinastia dei Durazzo, aveva contratto un matrimonio con una nobildonna del sud Italia. Infatti Luigi di Durazzo aveva sposato nel 1343 Margherita Sanseverino “di nobile e potente famiglia del sud Italia”. Da quel matrimonio era nato Carlo III d’Angiò divenuto re di Napoli nel 1381; Ladislao I d'Angiò e re di Napoli (1386–1414) figlio di Carlo III d'Angiò e della regina Margherita di Durazzo, seguì nel trono. Ladislao “fu un abile condottiero che riuscì ad ampliare i domini nel centro-sud Italia”, grazie anche all’aiuto del Conte Cola di Celano; “Nel 1407 troviamo il C. [conte di Celano] ancora impegnato in dispute con nobili - la contessa di Sant'Agapito, Iannella Caetani e Corrado di Acquaviva, conte di San Valentino - per il possesso di terre e casali. Nel medesimo anno acquistò parte del casale di Pulignanello, o Pulanello, e ricevette da Ladislao la signoria di Cucullo, Ascoli e Castelvetere”[5] (Treccani).
“Signoria”, nel significato di allora, indicava il possesso di una comunità su un territorio, possesso però che poi sarebbe passato ad una sola persona; ma teniamo presente che Cocullo fin dal 1100  apparteneva alla contea dei Marsi. Quindi c’era stata una frattura prima del 1407 che aveva staccato la comunità cocullese dalla contea e qui, nello spazio della frattura, potremmo inserire l’ingerenza di Jannella e l’influenza bonifaciana provocata dai moti religiosi dei “Fratelli dello Spirito Santo” di Pietro del Morrone.
Iannella Caetani, come quasi tutte le nobildonne medievali, si occupava del controllo del territorio e soprattutto della gestione delle diocesi restando sempre fedele alla linea del suo avo potentissimo e colto pontefice Bonifacio VIII (cardinal Benedetto Caetani); 
Jannella era la contessa di Sant’Agapito, allora corrispondente al circondario isernino, zona da dove nella prima metà del ‘200 era partito per andare alla Maiella Pietro del Morrone, mentre si apprestava alla morte fisica quella specie di “eremita pontificale” di Celestino V; e mentre Jacobella di Celano e Lionello Acclozamora, amico dei Francescani e in particolare di Giovanni di Capestrano a sua volta intimo di Bernardino da Siena, preparavano a Gagliano la monumentale biblioteca di Giovanni di Capestrano.
Non poche volte i durazzeschi e gli angioini si erano scontrati e si scontrarono per ambire il regno di Napoli e Sicilia: per es. nella battaglia di Roccasecca del 1411 in cui gli angioini ebbero la meglio precedendo così la fine del ramo cadetto di una ventina d’anni con la morte di Giovanna II d’Angiò-Durazzo, ultima regina di Napoli del ramo cadetto. Tuttavia Cola di Celano aveva dimostrato sempre fedeltà anche nelle circostanze avverse alla dinastia tanto che da Ladislao era stato nominato “consigliere del regno” e “giustiziere d’Abruzzo”.  I durazzeschi erano stati ferventi angioini già prima dei matrimoni citati anche forse nella battaglia persa definitivamente dagli angioini guidati poi da Renato d’Angiò nel 1442; nella stessa battaglia aveva combattuto un altro conte di Celano, Leonello Acclocciamuro (terzo marito di Jacovella contessa di Celano), pure lui appartenente alla fazione angioina (occupazione della Sicilia da parte degli Aragonesi).
 
 Con l’avvento delle regine Giovanna I e Giovanna II si era acuita la confusione dinastica[N1] . 
In definitiva, forse sarebbe lecito pensare che il “tira e molla”, durato circa un secolo e fantomatico più che rocambolesco e conflittuale, sia scaduto in un triste scenario preagonico denunciante la fine del casato angioino nel regno delle due Sicilie. Questa storia infatti si chiude con il rimprovero di Carlo I al figlio Carlo II il quale disubbidendo ai consigli paterni (Carlo I) per essere uscito con la flotta dal porto di Napoli senza attendere i rinforzi, aprì la porta agli Aragonesi in Sicilia (1442).
Dal che si arguisce bene che gli Angioini fino a Carlo II d’Angiò non persero mai il controllo del regno.
Da Google: 1-Giovanna I d'Angiò nacque a Napoli nel 1326 e morì nel 1382 . Era figlia di Carlo I, duca di Calabria, e di Margherita di Valois. Apparteneva alla potente dinastia degli Angioini.
La sua discendenza si fermò con lei. Giovanna ebbe quattro mariti (Andrea d'Ungheria, Luigi di Taranto, Giacomo IV di Maiorca e Ottone di Brunswick) e quattro figli, ma nessun erede diretto le sopravvisse.
Per questo motivo, alla sua morte nel 1382, si aprì una violenta guerra di successione tra il ramo degli Angiò-Durazzo e gli Angiò-Valois, che portò sul trono di Napoli Carlo III di Durazzo.
2- Giovanna II d'Angiò-Durazzo (1371–1435), nota anche come Giovanna II di Napoli, figlia del re Carlo III d'Angiò-Durazzo (re di Napoli e d'Ungheria) e della regina Margherita di Durazzo, succedette sul trono di Napoli al fratello Ladislao I, deceduto privo di eredi legittimi. Fu regina di Napoli, dalla morte del fratello, avvenuta nel 1414, alla sua nel 1435.  Il suo burrascoso regno fu caratterizzato da intrighi di palazzo e lotte dinastiche.” 
 
 Già dai tempi della dinastia Ruggeri è certo che a Cocullo esisteva lo “spitale di Sant’Antonio”, una struttura eretta nel lato del paese lambito dal rio Pezzana. E’ certo, visto che “il procuratore generale di Sant’Antonio Viennese”, monsignor Giovanni Velasco, nel 1537 venne “a sapere di un ospedale sotto la denominazione di Sant’Antonio, sito e posto fuori e vicino le mura del castello di Cocullo, nella via e presso i muri e la Cappella di Sant’Antonio da Padova,…”; da quando operava l’istituto assistenziale? Nicola di Celano, il padre di Icobella, aveva creato diversi edifici ed opere religiosi e caritativi (gli ospizi ad Aielli, la cappella dei Santi Martiri a Celano…), anche se la nominata figlia non ebbe il tempo di continuare la politica del padre un po’ perché distratta dagli intrighi (soprattutto amorosi: si sposò tre volte, lasciando il primo marito - Odoardo Colonna - dopo la morte dello zio di questi, il papa Martino V che aveva dato la contea al nipote Odoardo[6]) e perché vittima di castighi (il più notevole fu la prigionia nel castello di Gagliano inflittale dal figlio Ruggerotto avuto da Lionello Acclozzamora, il quale rivendicava la successione).
 
Tornerò sull’argomento con altri saggi visti da altre angolazioni.
 
E allora, considerato che gli anni immediatamente precedenti alla notizia certificata da monsignor Velasco erano stati tormentati e quindi i notabili erano stati presi dai loro problemi, si può pure pensare che all’istituzione benefica non fosse stato estraneo Cola o magari qualcuno dei suoi ascendenti; però, risalendo ancora un po’ indietro negli anni, si può intravvedere un barlume di rinascenza in un’eventuale iniziativa ispirata al soccorso e all’assistenza, alla solidarietà soprattutto nel periodo della terribile “peste nera” (metà del ‘300) da cui sarebbe emersa nella nebbiolina l’ immagine di Cristo diffusa dalla carità dei seguaci di Sant’Antonio Viennese. Mi riferisco alle Bolle rinvenute nell’Archivio comunale: al tempo in cui scrisse Padre Velasco i Cocullesi, stanziati su un territorio periferico della contea ed ancor più liberi da vincoli per le movimentate vicende della successione, erano più liberi di cercare e raggiungere scopi associativi che supplissero in qualche modo alla “carenza amministrativa”, magari aiutati in questo da qualche autorità religiosa che sicuramente già ne aveva influenzato la vita spirituale. 
Quando la signoria dei Piccolomini si insediò nella capitale del feudo (Celano), qui lo “spitale di Sant’Antonio” molto probabilmente già funzionava da tempo. Il nuovo casato avrebbe retto la contea per circa un secolo. In quel periodo si acuì il rugginoso contenzioso che covava fra le suore della Baronia di Pescina e i Cocullesi, i quali evidentemente furono stimolati a formalizzare il latente risentimento verso le religiose per via delle rendite che queste riscuotevano grazie al sudore dei contadini impegnati sulle “terre dei santi” (talora senza rispettare l’onere di fornire carne e pane in occasione della festa dell’Assunta). Il contenzioso si protrasse fino alla metà dell’Ottocento; poi le “rese” le riscossero le parrocchie cocullesi per vari decenni.
 
 NOTE
[1] Così fu definito da un antico cronista. Fu spietato con la mamma per via della successione: questa pergamena potrebbe essere importante. 
[2] Da Berardo avevano preso nome (per via del sopravvento dei Ruggeri e per via del formarsi delle linee collaterali) i padroni della nostra Contea verso la fine del 1100, in sostituzione di quello di “Conti dei Marsi”. Forse dopo il 1268 c’era stata un po’ di “confusione conflittuale dinastica”, considerato che in seguito alla vittoria dei Campi Palentini Carlo d’Angiò sostituì lo svevo Nicolò con Ruggero. Perché c’entra sempre la politica e probabilmente i numerosi matrimoni di Icobella (angioina, anziché sveva) ne potrebbero essere stati un indizio. 
Icobella ebbe tre mariti: Odoardo Colonna, nipote del papa Martino V (matrimonio non consumato?), Giacomo Caldora signore di Pacentro e Lionello Acclozamora (figli di quest’ultimo: Pietro, Ruggero e Isabella, sposata con un nobile del Balzo, famiglia nota in passato a Sulmona).
[3] Il che avvalora l’ipotesi di precedenti tumulti, anche dovuti a motivi di natura religiosa?
[4] Leggi Nicola.
[5] Ascoli può intendersi l’attuale Aschi e Castelvetere può intendersi l’attuale Castelvecchio.
[6] La segnalazione delle persone a cui affidare il possesso dei feudi dipendeva spesso dall’orientamento politico dei papi.