Cocullo Storia
2 Agosto 2026, 00:02
"SFACCETTATURE DI COCULLO"
LE CHIESE PARROCCHIALI: DA S. EGIDIO A S. DOMENICO
Nino Chiocchio
Già ai primi del ‘600 …li fu ragionato che si desiderava ingrandire lecclesia di santo Eggidio et ancora se si voleva dare Memoriale a Monsignor signor Reverendissimo che le altre Ecclesie havessero da mettere le robbe che si trovano a detta fabbrica… (delibera 19 febbraio 1606- Arch. Com. Cocullo).
L’ “ecclesia” era la parrocchiale di S. Egidio, dove si sarebbe poi sviluppato il culto di San Domenico e dove molto probabilmente sarebbero stati dirottati i pellegrinaggi che già erano venuti a Cocullo anche per un rito profano-cristiano, nel rispetto di una antica tradizione, nella chiesa di Sant’Amico: nel ‘300 i frati di San Giovanni in Campo avevano spostato le reliquie di San Domenico nella chiesa di Sant’Amico (allora sorgeva nell’area dell’attuale chiesa Madonna delle Grazie), e lì erano stati accolti precedentemente i pellegrini.
Dopo il ‘300 in quella chiesa della Madonna delle Grazie si celebrava la festa religiosa in onore della Madonna e fino a qualche secolo fa le “compagnie” arrivavano a maggio, nello stesso giorno in cui si svolgeva un rito paganeggiante accanto alla chiesa di Sant’Egidio-San Domenico[1] (in una “osteria” presso l’ “Olmo di San Domenico”). Più che di una coincidenza, ritengo che si celebrassero due riti opposti: una rivalità tra Confraternite e rioni?
Ripeto alcuni atti relativi all’argomento poiché in questo tema stiamo affrontando uno dei problemi dopo gli incidenti provocati dai Celestini “Poveri Fratelli dello Spirito Santo”, nel XIV secolo, più turbolenti e burrascosi della vita religiosa e civile cocullese che si prolungarono dall’Alto Medioevo fino quasi all’abolizione dei feudi, più semplicemente fino ai primi dcenni del 1800.
Le deliberazioni adottate dall’università cocullese il 30 aprile 1662 e il 23 maggio 1669 recitano rispettivamente: …conforma lantico tempore forno eletti li procuratori (per la festa) della gratia[2]…; …il primo Giovedì de Maggio (che) fu la festa della nostra donna della gratia…Quindi allora la cerimonia del primo giovedì di maggio, squisitamente religiosa, era dedicata alla Madonna; però contemporaneamente si celebrava un rito blasfemo in un’osteria – come ho già scritto altrove - ubicata accanto alla chiesa di Sant’Egidio-San Domenico[3]. Scriverà nel ‘700 “Michele” (un religioso sulmonese) al filosofo teramano Melchiorre Delfico che ogni due-tre anni, “a piacere del Arciprete”[4], si svolgeva a Cocullo una curiosa processione in cui la statua di San Domenico era avvolta da serpi vive senza che queste intimorissero i fedeli. Di più, i Cocullesi, restaurata[5] la chiesetta di Sant’Egidio nel 1600, decisero di chiedere all’autorità ecclesiastica di spostarvi le robbe di cui era dotata pure la chiesa di Sant’Amico. E allora i pellegrini furono convogliati verso la “casa” di Sant’Egidio-San Domenico, ove dalla fine del ‘500 era già stato portato il Dente (una delle robbe più importanti) e dove si stava sviluppando il culto dell’ abate benedettino: prima del 1600 si legge che …sopraggiunsero poi il detto Marino Floridi e il detto D. Francesco Caroli maestro di Scuola di Colle Longo, con Cavalcature, et Uomo, e tutti pernottati la mattina per tempo partirono per Cocullo alle Divozioni di S. Domenico. (Archivio Diocesano di Avezzano)
L’ipotesi ventilata dal prof. Profeta, il quale non aveva escluso la preesistenza di un culto[6], e sostenuta poi da altri studiosi, è molto verosimile: un’ipotesi molto interessante, peraltro da me adombrata più volte timidamente e fugacemente e con meno argomentazioni consequenziali e dettagliate (v. “I serpari a Cocullo”, IV edizione, Amaltea 2007); evidentemente la chiesa dell’attuale Madonna delle Grazie si identifica con quella di S. Amico, e se ne faccia risalire la costruzione a prima del 1108, quando una bolla corografica diocesana di papa Pasquale II ne affermava l’esistenza; inoltre si specifica che i monaci di S. Pietro Avellana prima del 1474, allorché abbandonarono il cenobio e la grancia di “S. Pietro de Lacu”, vi accesero il culto per S. Amico[7] importandovi, probabilmente, anche le reliquie del Dente e del ferro della mula. Io preciso che la grancia casalana dipendeva dal convento di S. Pietro ed era ubicata nell’attuale frazione di Cocullo[8] e che la prima notizia ufficiale del culto cattolico di S. Domenico, nella chiesa di S. Egidio, risale al 1589, quando monsignor Carusi vide su un altare di quella un dente di S. Domenico. La chiesetta di San Domenico fu ristrutturata proprio nel ‘600[9]. Aggiungo che questo lo attestano alcuni documenti – delibere comunali e “Liber Obligationum” - esistenti nell’Archivio del Comune.
Prima del 1824 non possiamo affermare che le feste in onore di Sant’Antonio abate, San Domenico e della Madonna come si svolgessero. Allora la più solenne forse era quella di Sant’Antonio, considerato che le sfilate del bestiame benedetto dall’Arciprete echeggiava lontanamente il ritorno dei pastori transumanti: probabilmente cominciò a intromettersi lentamente la componente pastorale delle Confraternite accanto all’autorità religiosa. Forse era cominciato dall’alternarsi e il sovrapporsi (?) dei festeggiamenti in argomento in varie stagioni; quando nel 1824 il pontefice Leone XII concesse la duplicazione della festa di San Domenico a maggio (“purché nel rispetto della liturgia”) le ricorrenze ebbero una cadenza normale, nel senso che la festa di Sant’Antonio pian piano perse la sua solennità, mentre quella della Madonna cedette il posto alla cerimonia attuale di san Domenico manifestando così la funzione mediatrice di Maria nel culto odierno.
Il mese di gennaio per i Cocullesi era caratterizzato dal quasi contemporaneo svolgimento di due riti: si celebrava un rito blasfemo in un’osteria ubicata accanto alla chiesa (“dies natalis” di Sant’Antonio il 17 gennaio e, cinque giorni dopo, “dies natalis” di San Domenico): la devozione guidava per soddisfare le esigenze spirituali …e quelle corporali (distribuzione della carne e del pane) quando, ipotesi, qualcuno, approfittando della quasi coincidenza delle due festività, prolungò la permanenza dei forestieri. Ho scritto che alla metà del ‘600 (sicuramente nel ‘644) i pellegrini vennero per molto tempo nel giorno di Sant’Antonio. E intanto auspicavano che la loro presenza si prolungasse in una stagione più propizia. E’ un fatto che ancora quando ero bambino quelli, anche con il pretesto della fiera del bestiame (da parecchio tempo oggi scomparsa), si trattenevano per più d’un giorno nella stagione meno fredda: la notte dormivano sui banchi della chiesa del Patrono e durante la giornata si sostentavano con qualche tozzo di pane e formaggio o … con la “cumparanza” (simpatica usanza dettata dalla ospitalità, per cui i locali stabilivano una specie di cognazione spirituale con i pellegrini).
Nel 1645 Don Cherubino Gentile era stato nominato Rettore della chiesa di Sant’Egidio e quando morì (di peste?[10]), due anni dopo (il sacerdote morì a ventinove anni), i massari proposero la necessità di sostituirlo nella chiesa che questa volta fu definita “di San Domenico”: …voi altri sapete Tutti la morte della benedetta anima di D. Cherubino vedete che la chiesa di San Domenico e Cosi anco li popolo patisce pero enecessario mettere uno prete o per dir meglio uno Curato… (delibera 14 novembre 1647). Allora i paesani già identificavano la chiesa alternandone la denominazione ora come “Sant’Egidio” ora come “San Domenico”: la delibera 14 novembre 1647 fu implicitamente confermata dalla delibera del 9 gennaio 1650, la quale, trattando del rinnovo delle cariche dei procuratori “de santo egidio et S. Domenico”, nelle premesse citava tutti e due i santi mentre nel dispositivo parlava del solo Sant’Egidio per indicare la titolarità della stessa chiesa[11]. Nel ‘700 l’arciprete parroco Don Crescenzo Arcieri, il quale a detta del Resta avrebbe curato la cerimonia di San Domenico con molto zelo e, aggiungo, con l’aiuto economico dei confratelli-pastori nonché dei proventi derivanti dai testamenti dei devoti[12], propalando la festa evidentemente si accorse che detta chiesa poteva divenire famosa se avesse accolto la “solennità esterna” (il rituale profano che si svolgeva nella vicina osteria), sublimata e “purgata” con l’alito cristiano. E penso che, avvalendosi della linea tracciata dal corregionale e contemporaneo, l’abate Ferdinando Galiani, riuscì a superare il “muro” eretto dai paesani, ancora convinti della validità di un’interpretazione della “religione popolare” per cui si potesse piegare quel cerimoniale semi-idolatrico alle esigenze del Cristianesimo, e ad introdurre i principi dettati dai canoni del Concilio di Trento, esplicitati soprattutto da Urbano VIII[13], senza scontentare troppo i discendenti di Forco e di Edia Fura. Probabilmente li persuase con l’argomentazione per cui, se una volta il serpe aveva riassunto molte virtù nelle credenze pagane, ora esso poteva ben configurare un valore cristiano subordinato al potere di un Santo sul simbolo della ferocia bestiale e spesso letale (morsi dei cani arrabbiati, punture di serpi velenose, ecc.). Forse all’inizio lo “spunto religioso-folcloristico” suscitò qualche perplessità che magari nelle Confraternite degenerò in malumori destinati a durare, se ancora il 22 maggio 1853 la Confraternita della Madonna delle Grazie adottò la delibera secondo cui … in paese di chiesa dovrebbe farsene un’altra; intanto un contemporaneo sulmonese, quel Michele di cui ho fatto cenno precedentemente, scriveva per l’appunto al filosofo Melchiorre Delfico: Parlando, fra gli altri giorni sono, con uno che qui passa per assennato, mi disse, che dovendosi fare a Cocullo una certa processione, che ricorre ogni due o tre anni più presto o più tardi, secondo il piacere del Arciprete, ed in essa andando ognuno ben provveduto di Serpi, d’ogni sorta, che depongono poi nella chiesa, senza che offendino alcuno.... Il 18 aprile 1818 il Sindaco di Cocullo aveva chiesto all’Intendente di essere autorizzato a spendere sei ducati per l’acquisto della cera e per il pagamento di sacerdoti onde solennizzare la festa di S. Domenico, che ricorreva il primo giovedì di maggio… (l’Intendente autorizzò quattro giorni dopo –v. Archivio di Stato, L’Aquila).
Questo epistolario sarà corretto ed integrato il 24 aprile 1824, quando nella petizione del clero cocullese si accennerà alla solennità esterna del 1° giovedì mentre nella concessione della duplicazione da gennaio a maggio essa duplicazione sarà subordinata al rispetto della liturgia (Libro degli Editti Vescovili). Insomma il termine e il verbo relativi alla “solennizzazione” potrebbero certificare un momento prossimo all’ “investitura” cristiana, anticipata da Don Crescenzo e sancire l’abolizione del rito dell’osteria. Va notato che sia nella richiesta del Sindaco (18 aprile 1818) che nella petizione del “Clero di Cocullo” al Papa (di sei anni dopo e volta ad ottenere la duplicazione della festa, era stata usata la stessa terminologia a proposito della celebrazione delle onoranze a San Domenico: solennizzazione. Ma già dal ‘700 la festa del 1° giovedì di maggio apparteneva definitivamente a San Domenico, anche se essa non aveva ancora il crisma ufficiale del riconoscimento ecclesiastico e pure se nel mese di aprile del 1824 il “Clero cocullese” chiederà e otterrà la duplicazione della festa di San Domenico, come accennato, nel primo giovedì di maggio[14], cioè nel giorno della ricorrenza della “solennità esterna” affiancantesi a quella puramente religiosa che si celebrava nella seconda metà del ‘600 in onore della Madonna delle Grazie. La richiesta della duplicazione era stata avanzata con la motivazione per la quale i pellegrini erano costretti ad affrontare troppi disagi, specie sulla montagna innevata, onde arrivare a Cocullo per la ricorrenza di gennaio. La festa in onore della Madonna era (ed è) ricordata come la “festa di Santa Maria”, quindi retrocessa al giorno precedente a quella del Patrono. L’esigenza di erigere un Tempio (così Don Loreto definirà la nuova chiesa) adeguato, più ampio e decoroso, fu suggerita dalla maggiore affluenza dei pellegrini e dei devoti al Folignate nella stagione favorevole.
Nel 1857 i paesani fecero disegnare la pianta del nuovo Santuario[15]; quindi cominciarono a raccogliere i fondi tra la popolazione credendo, forse, di farcela con le loro forze; poi, nel 1863, chiesero l’autorizzazione a demolire la “chiesetta”, la quale, essendo di R. Patronato, richiedeva una continua manutenzione, secondo i richiedenti, e ciò avrebbe comportato una grossa spesa che si doveva affrontare continuamente per rattoppare spesso un edificio cadente; poi… Il 15 dicembre 1865 arrivò finalmente l’autorizzazione (ma non il chiesto sussidio) dal Ministero di Grazia e Giustizia[16] ad abbattere la vecchia e “fatiscente” (così l’avevano definita le autorità locali) chiesetta di San Domenico; i Cocullesi non persero tempo e, sotto la guida del Parroco e del Sindaco (rispettivamente Don Raffaele Gentile e G. Battista Squarcia), con i fondi raccolti (gli avanzi di cassa delle Confraternite, le oblazioni nonché altri oboli e prestazioni gratuite di mano d’opera), iniziarono e completarono la demolizione, gettarono le fondamenta (1867) ed alzarono in appena tre anni le strutture murarie allargando la costruzione esistente. Tutto questo era avvenuto tra la fine del 1865 e l’inizio del 1868; poi finirono i soldi e si organizzò un’altra raccolta di fondi non solo in paese e, dopo lo “smantellamento”[17] e la riparazione della cupola, l’architetto decoratore chietino Passacantando stipulò un contratto per decorarla e stuccarla.
In definitiva, dopo tanti sacrifici, i Cocullesi ebbero il sospirato Tempio: mancava ancora qualche dettaglio, e di non poco conto; ma stavano per raggiungere lo scopo che si erano prefissi con tanta determinazione; a tutto il resto avrebbe provveduto l’Arciprete Don Loreto Marchione, il quale - è opportuno ricordarlo - era già segretario della “Commissione della Fabbrica” formata nel 1897.
Poi gli stucchi furono completati ed interamente eseguiti (dai fratelli aquilani Giovanni - allievo di Teofilo Patini - e Bernardino Feneziani, i quali lavorarono anche in centri vicini a Cocullo - Cansano, Pratola, ecc. - attorno al 1910) per iniziativa del citato Don Loreto, appena arrivato nel suo paese come giovane Parroco, ove si accinse subito (qui riporto alcune frasi che ha scritto Paolo Del Pinto nell’opera, pregevole oltre che preziosa per la raccolta delle fotografie del primo Novecento, “La magica festa di Cocullo[18]” – One Group Edizioni, L’Aquila, 2007 -, cultore di memorie e già medico a Castel di Sangro nonché nipote acquisito di Don Loreto): alla gravosa opera di adeguamento quindi della chiesa di S. Domenico, i primi lavori che decise di intraprendere[19] furono quelli di costruzione di un campanile e di una cupola capace di dare del luogo un’immagine di grandezza. Nella pagina successiva si potrà notare lo studio prospettico inerente la progettazione del 1902, redatta dall’ing. Ferdinando Passacantando di Chieti. L’opera sarà portata a termine nel 1905 e vi saranno alloggiate tre campane. Ancora: Mentre fervevano i lavori del Santuario, approfittando anche della vicinanza del cantiere, il parroco si fece carico di promuovere un primo restauro a quello che doveva essere ed è tuttora un piccolo fiore all’occhiello del paese: la Fonte Medioevale. Infine: Completati i lavori del campanile e della cupola restava da fare ancora molto per terminare un importante Santuario, per cui don Loreto pensò ad opere di abbellimento esteticamente qualificanti e per far questo decise di rivolgersi a degli artisti stuccatori aquilani che in quel periodo erano molto rinomati e ricercati: i fratelli Giovanni e Bernardino Feneziani. Il rapporto con questi fu lungo e don Loreto commissionò tutte le decorazioni della cupola nonché dell’altare di San Domenico. In più fece decorare tutte le colonne della chiesa, la tribuna con l’organo ed altre strutture. I lavori si svolsero tra il 1911 ed il 1912…I rapporti con i Feneziani durarono anche dopo la consegna dei loro lavori e furono ripresi per forza di cose dopo il terremoto del 1915…
Nel 1939 Don Loreto fece dipingere la volta e i pennacchi della cupola da B. Ferrazzi. Il sacerdote fu l’ultimo parroco cocullese e fu molto colto. Lo dimostrano anche le sue amicizie autorevoli (D’Annunzio, Michetti, ecc.), la cui frequentazione coinvolse nella divulgazione della Festa, e le continue raccolte di fondi da impiegare per l’arricchimento e per l’abbellimento della chiesa di San Domenico. Uno dei suoi ultimi impegni (era già vecchio e la guerra incombeva), come è stato scritto, furono gli affreschi della cupola.
Note
[1] Da tempo l’attuale Patrono aveva proiettato la sua ombra su Sant’Amico.
[2] Anche adesso la festa della Madonna si celebra, ma il giorno precedente (“Santa Maria”) a quella di S. Domenico.
[3] Qui rileviamo che il rito sottolinea il ritorno dei pastori della Confraternita di San Domenico dalla transumanza pugliese.
[4] Era il periodo dell’Arcipretura di don Crescenzo Arcieri: costui forse tergiversava per cercare un modo che conciliasse religione e tradizione.
[5] A mio modesto parere l’informatore del compilatore dello scritto, magari non conoscendo la differenza fra costruzione e ristrutturazione, non è stato chiaro o comunque che ci sia stato un equivoco perché molte delibere del Comune contemporanee parlano di ingrandimento e non di costruzione.
[6] Il prof. Profeta accenna pure (cosa da me già fatta, peraltro in modo non troppo chiaro) ad un eventuale collegamento del rito (“solennità esterna”?) al ritorno dei pastori dalla transumanza (N.d.A.- A Cocullo all’inizio del ‘600 furono “numerate”, cioè contate da seimila a ottomila pecore). Nella lettera, con cui l’anonimo cocullese chiese nel 1782 al re di far chiudere l’osteria, scrisse di “funzioni scandalose”, con ciò facendo pensare ad una pluralità di cerimonie profane (il ritorno di ogni “morra”?); inoltre, nella petizione al papa del 1824 il “clero di Cucullo” chiese la duplicazione della festa di S. Domenico del 22 gennaio fissandone la data al primo giovedì di maggio: la richiesta fu accolta, però nel “rispetto della liturgia” e con l’indicazione generica di “maggio”. Il che potrebbe confermare che la (o le) cerimonia riuscì a tramandare un simbolo della transumanza.
[7]Nel 1356 il vescovo di Valva-Sulmona, nel corso di una visita pastorale nella sua diocesi, aveva affermato che la chiesa cocullese di S. Amico era parrocchiale. Negli “Stati delle Anime” cocullesi molti bimbi furono battezzati con il nome “Amico” fino al tardo ‘500; poi questo nome battesimale si rarefece.
[8]Forse la terribile “peste nera” decimò il paese di Cocullo e i monaci della grangia casalana si spostarono. Monsignor Antinori scrisse che il culto di San Domenico era stato portato a Cocullo dai monaci cassinesi della grancia casalana alla fine del 1300.
[9] N.d.A.- La cui chiesa allora era intitolata ancora a S. Egidio.
[10] In quel periodo a Cocullo era tornata la peste.
[11] D’altra parte proprio in quell’anno il vescovo Corsignani aveva intitolato la chiesa di Sant’Egidio a San Domenico.
[12]Nel ricevere il testamento di Giuseppe Marchione il 18 dicembre 1740, l’Arciprete Curato Don Crescenzo Arcieri raccomandava l’anima del testatore pure a Sant’Egidio e a San Domenico, “suoi particolari Avvocati” e stabiliva che “il suo corpo sia seppellito in questa Chiesa Parrocchiale di S. Domenico”.
[13] Urbano VIII nel 1630 aveva emanato il decreto che toglieva la facoltà di scegliere i patroni alle istituzioni civili (che, soprattutto loro, talora indicavano anche santi non canonizzati), riservando la scelta alla Chiesa che da allora quindi esercitò tale facoltà in esclusiva disciplinando la procedura e suggerendo l’opportunità di snellire il calendario con il mantenimento di un solo patrono; allora la parrocchia dell’attuale centro storico cocullese era intitolata a Sant’Egidio e San Domenico. Sappiamo che poi l’autorevole suggerimento finì con il favorire il Folignate “Soriano” (così nella didascalia sotto il ritratto in ceramica della bottega Gentili del ‘700). Soltanto nove anni dopo il decreto di quel Papa, il sulmonese De Matteis pubblicò le sue “Memorie storiche dei Peligni”, in cui fra l’altro era scritto che la chiesa di S. Egidio della Terra di Cocullo è molto famosa per il dente di S. Domenico di Foligno, a riverirne il quale concorre gran moltitudine di gente non solo dalla Provincia d’Abruzzo, ma anco da altri luoghi….
[14] Dal 2012 la festa è stata spostata al primo maggio in applicazione del Decreto Legge 138/2011, recepito con la Delibera comunale n. 50 del 26 novembre 2011.
[15] Estratto da una delibera decurionale del 1858: …Per questo già nel 1857 l’architetto Urtis, su incarico del Comune, ha redato una perizia per la costruzione di una chiesa nuova, da edificare con le largizione e opere in natura o materiali della popolazione e col concorso governativo e delle Confraternite…
[16] Una Direzione di questo Ministero, quella dei Culti, era competente in materia religiosa.
[17] Nel 1902 alcuni lastroni di piombo che coprivano la cupola furono sollevati dal vento per l’imperizia, affermarono i Cocullesi, dell’impresario.
[18] Suggestivo il titolo ripreso da una frase di Michetti.
[19] Don Loreto.

