Sfaccettature di Cocullo

IL BANDITISMO A COCULLO

Quello del brigantaggio è un marchio indelebile impresso sin nella società primitiva, lo è in quella presente e lo sarà in quella che verrà. Briganti sono coloro che si distinguono per la commissione di delitti. Nel Medioevo quelli furono confusi con i banditi perché si considerò delitto pure la dissidenza di idee dai detentori del potere dominante e i portatori di quelle idee furono “banditi”, cioè messi al “bando”, mandati in esilio. L’ambigua terminologia riemerge sempre nei rivolgimenti politici, sicché dopo l’invasione da parte dei Francesi del Regno di Napoli (‘799) e la successiva occupazione dei Piemontesi, i legittimisti, e non solo a Cocullo, furono definiti “banditi”. La breve premessa introduce la riflessione sul fatto che almeno nei secoli scorsi a Cocullo, paesino che allora viveva intensamente di agricoltura e pastorizia, vi sono stati più banditi che briganti (Sciarra e Pacchiarotto avevano compiuto scorrerie nel XVI secolo da queste parti, ma non erano cocullesi). 
 I massari, i sindaci di allora, erano conniventi con i giovani validi (pure loro appartenenti al ceto contadino come gli amministratori) e quindi anche le loro figure trasparivano nelle masse dei fuorilegge: accadeva che, venendo un capitano a Cocullo per prelevare uomini, i nostri amministratori lo rabbonivano: “…essendo venuto il Capitano della Compagnia che volea dieci persone per portarli contra banniti il quale per levare la spesa ebbero 20 carlini e una forma di cacio…” (delibera 8 luglio 1669).  
Il fenomeno del banditismo aveva fermentato nel germe della reazione all’oppressione feudale e si manifestò larvatamente nell’episodio del duca d’Atri, messo borbonico: nel 1705 egli fece sapere ai massari locali “…che si devono fare[1] li due Soldati per servitio di Sua Maestà Che Dio Guarde e quelli che erano eletti Se lanno Colta e fugiti via” (delibera 13 giugno 1705). Costui chiedeva soldati, ma gli venivano mandati gli inabili, i quali venivano naturalmente rispediti al mittente; il duca rinnovò la richiesta. Con i Borbone era facile sottrarsi alla leva e quando i massari erano costretti, ottemperavano con il mal di corpo, perché dovevano pagare giovani tolti al lavoro dei campi, o cercavano altre scappatoie: “sono tempi che la magior parte si trovano fora di padria”. Quando proprio non potevano sottrarsi mandavano un numero ristretto di uomini a sorvegliare il ponte di Anversa, il valico di Forca Caruso o il ponte di Bugnara. Nel 1707 crebbe il malumore: durante la parentesi dell’occupazione austriaca (finì all’anno 1734) furono imposte nuove tasse favorendo l’affermarsi della società borghese, sempre più illuminata, che, imponendosi pian piano ad una feudalità divenuta quasi evanescente (un secolo dopo sarà soppressa), apriva i varchi verso la vicina metropoli romana.  Nel 1734 il Regno di Napoli divenne indipendente perché Carlo III, figlio di Filippo V di Borbone (imperatore di Spagna) e di Elisabetta Farnese (italiana), si insediò sul trono di Napoli passandolo poi al figlio Ferdinando; fino ad allora, salvo la breve parentesi austriaca, c’era stato il vicereame spagnolo e di esso Napoli era stato tributario. 
Alla fine del ‘700 Napoleone aveva provocato scompiglio pure nei paesi abituati a respirare in un clima di calma georgica e di tradizioni religiose con l’acuirsi di discordie e rancori. Per frenare l’aggressione da parte dei Napoleonidi nel dicembre 1798 Ferdinando IV, re di Napoli, lanciò ai sudditi abruzzesi un proclama in cui esaltava il loro valore e li chiamava a difesa del Trono e i cosiddetti “banditi” aumentarono. Il proclama era stato raccolto, fra gli altri, dal marchese di Pescara e dal barone di Roccacasale, don Giuseppe Maria de Sanctis (antenato dei baroni de Sanctis che dopo l’incendio del loro castello ripararono a Cocullo da alcuni parenti); i due titolati, insieme, cercarono di fermare la marea dell’esercito francese proveniente dal Teramano, ma inutilmente. Ritiratosi verso Roccacasale, don Giuseppe Maria incontrò il capo-massa introdacquese Pronio e riprese la resistenza con le forze che gli restavano e con la massa del brigante fermando i Francesi per pochi giorni; dopo questi dilagheranno verso il suo castello che era difeso dal cugino di Giuseppe, don Giambattista, il cui padre Francescantonio e il cui zio Giampietro avevano sposato rispettivamente Francesca e Rosaria Marchione, due sorelle benestanti cocullesi; purtroppo, dopo un inutile tentativo, i difensori furono sopraffatti dai Francesi, i quali nel marzo 1799 presero e incendiarono il castello. Giambattista, ferito gravemente, fu trasportato a Cocullo dal figlio Gioacchino. Un mese prima (febbraio 1799) il cardinal Fabrizio Ruffo era sbarcato in Calabria con pochi uomini per organizzare la resistenza sanfedista[2]. A Cocullo i primi seguaci furono l’arciprete Don Giovanni Arcieri ed il vecchio “Dottor Fisico” don Leonardo Gentile: il primo ricevette Pronio in casa, espose i ritratti dei reali nella chiesa di San Domenico, fece suonare le campane a martello all’arrivo dei Francesi, esortando i paesani ad arruolarsi nelle masse di Pronio; il secondo girò per il paese onde incitare i giovani all’arruolamento nelle masse mentre suo figlio Fortunato combatteva con Pronio sull’Adriatico. Fu allora che alcuni Cocullesi diventarono “briganti” pur essendo semplici legittimisti. Nel 1802 i dintorni di Cocullo erano infestati anche dalla banda di Giuseppe Gatti: il paese era e fu sempre per i briganti in cerca di rifugio sul passaggio obbligato dalla Valle Peligna alla Marsica e poi allo Stato Pontificio. La felice incursione, a Napoli, di Ruffo e i successi delle potenze europee contro la Francia avevano causato la caduta della Repubblica Partenopea e la ritirata dell’esercito francese. Dopo l’inevitabile sfondamento di Napoleone l’anarchia (creata dalla confusione tra l’obbedienza alle norme napoleoniche –liberali- e l’obbedienza a quelle borboniche) durò circa un lustro; poi, agli inizi del 1806, il re fuggì nuovamente e a Napoli tornarono i Francesi: a marzo s’installò sul trono delle Due Sicilie Giuseppe Bonaparte, fratello di Napoleone, sostituito due anni dopo da Gioacchino Murat, cognato dello stesso. Chi governava erano i transalpini attraverso governi prima filoinglese e poi, soprattutto, filofrancese: a quel tempo risale il “Libro in dove si scrivono le scritture attenenti all’Università di Cocullo composto di carta col bollo in esecuzione de venerati reali ordini eseguiti dagli attuali publici rappresentanti della medesima” (queste pagine han tutta l’aria di sostituire il vecchio “Libro de Conseglio” e il “Libro delle Obligazioni”). I nuovi regnanti imposero le nuove leggi: l’8 agosto 1806 fu abolita la feudalità e nel contempo furono introdotte altre tasse nonché la coscrizione obbligatoria (due uomini ogni mille abitanti). Il malcontento aumentò ulteriormente e pure quelli che prima erano “galantuomini” alimentarono il banditismo. Ermenegildo Piccioli, di Navelli (era parente della Teresia Piccioli che nel 1744 era venuta sposa a Cocullo?), rampollo di buona famiglia e già impegnato contro i Francesi nel ‘789 perché fedele a Ferdinando IV, si accampò con la sua massa sul Sirente e qui fu raggiunto dal frate sanfedista Domizio Jacobucci, di Aielli. Il 29 settembre 1806 i banditi invasero Cocullo, lo misero a sacco, poi puntarono su Villalago e Scanno; quindi tornarono verso Cocullo, ma questa volta i locali, dopo aver ucciso l’individuo che li aveva preceduti con le solite richieste di uomini e di vettovaglie, li assalirono e li misero in fuga. A Cocullo, come in altri paesi, potremmo dire che nel periodo fino all’eclissi napoleonica si verificò uno strano fenomeno di “doppia” legislazione: i legittimisti continuavano ad applicare le norme borboniche, mentre i liberali applicavano le leggi napoleoniche.
 L’8 marzo 1807 Domenico Gentile fu arrestato dalle autorità e dall’arciprete don Giovanni Arcieri (quello dei ritratti dei sovrani sull’altare): egli era definito “un Brigante del 1799, uomo violento e facinoroso, ossia Reo di vie di fatto, e fondatamente sospetto degli altri delitti maggiori ond’è prevenuto”. Domenico aveva aderito alla massa di Piccioli e quindi era rimasto fedele al re: per tale ragione andava punito! Ormai il brigantaggio si stava disorganizzando con la perdita della componente politica (questa si estinguerà verso il 1870). Dopo la disfatta di Napoleone e la caduta di Gioacchino Murat arrivarono gli Austriaci e tornò Ferdinando e i banditi non diminuirono di numero pur se con casacca diversa.  Seguì la carestia che si abbatté nel biennio 1816/17.
Il 12 giugno 1804 era stato emanato in Francia un provvedimento, definito di “Polizia medica”,  promulgato in Italia il 5 settembre successivo: l’editto di Saint-Cloud, che richiamava precedenti disposizioni del governo austriaco e che fu pubblicato sul ”Giornale Italiano” del 3 ottobre. Esso stabiliva che i cadaveri dei cittadini di qualunque classe dovevano essere sepolti in cimiteri pubblici, fuori delle città e in fosse anonime; eventuali lapidi (con epitaffi da sottoporre al controllo dei magistrati locali) potevano essere addossate ai muri di cinta dei cimiteri. Foscolo compose un carme sublime contro la rivoluzionaria misura che il tirannico regime di Napoleone imponeva. I Cocullesi scavarono un paio di miseri avelli alle falde del Curro dopo tredici anni. Intanto il borbonico Don Emidio, in dispregio delle leggi francesi, temporeggiava e inviava ai superiori petizioni che tendevano a richiamare i sistemi passati: “Eccellenza. Il Sacerdote Emidio Gentile[3] le rappresenta che, giusta le recentissime disposizioni dell’E.V., di poter seppellire i cadaveri de trapassati nelle chiese dell’abitato. In questo Comune, vi sono tre Chiese con tredici seppolcri, i quali sono sufficienti a fare l’altarnativa per tutto l’anno, atteso la scarsa popolazione di 1300 anime, la buona salute che si gode, in guisa che passano dei mesi che non perisce alcuno. Per questo, e l’altra ragione che l’oratore à la sua sepoltura gentilizia chiamata de’ Mascioli[4] …” La trasparenza fra banditi e galantuomini emerge anche nei comportamenti delle autorità! Meno di un mese dopo l’Intendente autorizzò Don Emidio[5] a seguire la procedura desiderata: Anche qui in Aquila coloro, che sono nel predetto caso non sono tenuti a seguire l’ordine progressivo sepoltuario…(Archivio di Stato Aquila). Invece il 6 ottobre ‘839, in pieno clima di Restaurazione, Don Valentino Renzi (carbonaro) benedirà gli avelli del Curro; nove anni prima in Comune era stata adottata una risoluzione intitolata “Locale scelto pel Camposanto- Spesa occorsa per la chiusura delle sepolture,- Perizia del Capo Mastro fabbricatore Michele Mascioli”. 
Già dal 1802 il Borbone regnava a Napoli, ma chi governava erano i transalpini attraverso governi prima filoinglese e poi, soprattutto, filofrancese: a quel tempo risalgono le notizie attinte direttamente dall’Archivio di Stato dell’Aquila: “Libro in dove si scrivono le scritture attenenti all’Università di Cocullo composto di carta col bollo in esecuzione de venerati reali ordini eseguiti dagli attuali publici rappresentanti della medesima”. La società, però, non si rasserenava e le lettere anonime si succedevano rendendo il clima particolarmente infocato e irrespirabile anche per il modo in cui venivano rivolte parole agli avversari: nel 1822 alla maestra Clementina Gentile “era stato rifiutato lo stipendio perché figlia di Evangelista Gentile, persona invisa in quel Comune” (ASA). Clementina era anche sorella del famoso Giambattista (che qualche anno prima, per motivi di donne, aveva litigato seriamente con un coetaneo, e che si apprestava a scalare la gerarchia nell’Ordine Cappuccino, prima di diventare predicatore di Corte, e che poi, gettato l’abito monacale, sarebbe stato arrestato e incarcerato a L’Aquila come capo di una “vendita” carbonara) nonché, forse già amica di Domenico Panecaldo (che avrebbe sposato in seconde nozze otto anni dopo soppiantando Angela Dea de Santis, e che con Domenico avrebbe generato quel Giustino che nel 1854 morirà ventitreenne nel Bagno penale di Ponza). “Clementina Gentile era nipote di quel Parroco[6], Donna che sin dalle fasce incominciò a puzzare Figlia di Padre e Fratelli di cattivissimo odore: sposata mesi addietro con un tal Domenico Panecaldo altrimenti Pane Sprecato. Lei non sa far niente, neanche la calzetta” (ASA). 
Frequente era la costruzione, negli anni 1860/70, anche sulle nostre montagne, di rudimentali fortini (i blockhaus) costruiti per ospitare piccoli presidî destinati a combattere il banditismo: deliberazione comunale del 25 novembre 1866, recante il titolo “Sul capannone in Campo Castimo a blo-Causa”: proposta sulla costruzione di un minuscolo fortilizio fra Cocullo e Ortona “in luogo detto Campo Castimo … a parti uguali, al confine tra Cocullo e Ortona, o dove meglio si crederà utile per esterpare il brigantaggio” (Archivio Comunale di Cocullo). 
Per concludere riproduco una relazione (con un mio commento introduttivo) sulle indagini svolte nel 1814 dal Signor Antonucci, raianese, in seguito ad un ricorso di un Cocullese contro l’Amministrazione comunale. Aggiungo che però la motivazione della lamentela si riconduceva a qualche amministratore camaleontico.
 
            “Sotto Murat, malgrado un certo ordine imposto dai Napoleonidi, permaneva un clima di incertezza alimentato dai sospetti e dai timori generati da scontenti e da rancori, un clima che aleggiò su Cocullo almeno fino alla creazione dello Stato unitario e che si allungò con pesanti strascichi nel secolo successivo. Sintomatico è in questo senso quanto scrisse un funzionario del Governo all’autorità provinciale il 22 settembre 1814. Un consigliere comunale, Cesidio Caiazzo, aveva lamentato le disfunzioni e il locale disordine amministrativo: egli aveva prodotto un ricorso[7] all’autorità superiore e questa aveva incaricato il Consigliere Distrettuale raianese (molto probabilmente Gaetano Antonucci[8], appunto, di svolgere indagini sul conto dei vertici dell’amministrazione comunale, cioè il sindaco Giampelino Renzi e il vicesindaco Domenico Trelance. Scrive l’Antonucci all’Intendente: ”Nel prosieguo delle indagini a carico del Signor Giampelino Renzi Sindaco e, del Signor Domenico Trelancia primo Eletto del Comune di Cocullo, quando credeva essere al posto, mi trovo in berascoso mare. Dopo aver inteso quel Decurionato, mi deliberai a sentire cinque persone probe del Comune medesimo incapaci a mentire, e lontane da ogni spirito di partito. Avendone chiesta nota all’Arciprete, mi propose alcuni che Venuti alla mia presenza dissero di essere chi congiunto, chi Compare del primo Eletto, e chi conobbi dipendente del Sindaco. Mi astenni esaminarli, e di bel nuovo premurai detto Arciprete per averne altri delle qualità sopraindicate. In risposta mi annotai Marco Gentile, Francesco Gentile, Baldassarre Risio[9], Simone Chiocchio, Donato Gentile e in averne appena disposta la chiamata, quel Supplente della Giustizia di Pace Signor Giampavolo Gentile a 20, del corrente mese, ufficialmente mi avverte convenire il titolo di probo al solo Simone Chiocchio: che Marco Gentile come di torbido cervello non è stato giammai riputato per tale; Francesco Gentile della dipendenza del Sindaco; Baldassarre Risio Persona misera, e vile, marito della Balia di un figlio del Sindaco; Miserabile parimenti Donato Gentile
Desumo perciò essere quel Comune scisso in partiti. Or dovendo io per altro canale venire a giorno delli Uomini probi, stimo non rimettere a S.V.Ill.ma per ora li Atti delle sudette indagini, nella speranza di poterle completare fra pochi altri Giorni. Se poi altrimenti stima, mi farò un dovere prontamente ubbidirla. Le bacio intanto rispettosamente le mani. Gaetano M. Antonucci”. (Archivio di Stato, L’Aquila – Int., B.577B)
Il rapporto del Caiazzo e le informazioni dell’Uditore, terminata l’indagine prefettizia, provocarono la sospensione dei “municipalisti”. L’Arciprete a cui il funzionario aveva chiesto informazioni, successivamente rivelatesi insoddisfacenti, era ancora quel Don Giovanni che prima aveva reclutato uomini per l’amico Pronio e poi, in seguito al cambiamento di regime, li aveva perseguiti (v. l’arresto di Domenico Gentile nel 1807). E molto probabilmente Don Giovanni Arcieri ebbe il tempo, dopo la Restaurazione del 1815, di tornare al suo vecchio ideale borbonico, visto che come “Arciprete Curato”, firmò lo “Stato delle Anime” del 1816 (morì nel 1821, per ironia della sorte un paio di mesi prima di Napoleone); e quindi è lecito arguire che trascrisse con gioia, oltre che con sollecitudine, nel “Libro degli Editti Vescovili”, l’editto che il Vicario Strozzi inviò ai parroci della Diocesi dopo la prima abdicazione di Napoleone.”      
                                                                      
Note
[1] Eleggere.
[2] Sanfedisti erano i componenti delle masse armate contro i Francesi, cioè gli avversari del legittimismo borbonico; per questo secondo il cardinal Ruffo erano causa di “santa fede”, visto che il regno borbonico era uno Stato confessionale.
[3] Costui era figlio di quel don Leonardo che nel ‘799 aveva manifestato la sua fede sanfedista e la cui fedeltà al re era poi stata ripagata con un paio di benefici (leggi “terre”) sequestrati al duca Sforza-Bovadilla. 
[4]La madre di Don Emidio era Rosaria Mascioli, moglie di don Leonardo. 
 
[6]Per via materna Clementina era nipote di due parroci: Don Giuseppe e Don Valentino Renzi, il primo morto nel 1836 e l’altro nel 1850.   
[7] (“…l’Amministrazione Comunale è nel massimo sconcerto”; parole indirettamente confermate dalla successiva relazione dell’Uditore del Consiglio di Stato di Avezzano: “…fra quella Popolazione vi è qualcuno propenso per il disordine e per l’insubordinazione…”).
[8] Ci piace ipotizzare che sia discendente o parente di quel Giuseppe Antonucci, giureconsulto illustre nato a Raiano intorno al 1719, che (come scrive il prof. Fucinese) fu amico dello storico Antinori
[9] Nel 1808-9 era stato affittuario insolvente dell’ “Osteria da Capo”: doveva al Comune 50 ducati, anticipati  dal Sindaco Giampietro Squarcia, il quale però nel 1811 avanzò ricorso per riaverli.