"Sfaccettature di Cocullo"

La Via Claudia Valeria 

La Via Claudia Valeria come la realizzò l’imperatore Claudio nel 45 d.Cr. con la variante per Corfinio. Fino a Cerfennia seguiva il tracciato della vecchia Valeria, voluta nel 356 a.Cr. dal censore Massimo per favorire la penetrazione romana verso il Sannio; l’itinerario costruito dal censore deviava da Cerfennia (Collarmele) verso Marruvio (San Benedetto), cioè verso Cocullo.
Lo scritto che segue è una revisione e fusione di tre articoli incentrati press’a poco sullo stesso argomento: la rete viaria che anticamente collegava Cocullo con i centri vicini. 
In verità siamo entrati nella Storia già da vari secoli, anzi da millenni; se volessimo soprattutto percorrere le tracce della Storia di altre genti, quali i Vichinghi e gli Indoeuropei andremmo molto lontano; ma non é questo il mio scopo. Fra gli accadimenti più notevoli del periodo storico va ricordata la Guerra Sociale.

 
 
Strabone e l’antica Via Valeria
Qui faccio una ricostruzione partendo da quando Strabone, descrivendo l’itinerario da lui percorso sulla Via Valeria, avrebbe dovuto suggerire, a chi di competenza, di dar voce a ciò che si nasconde nei reperti affiorati nel nostro territorio[1] e in quelli risalenti agli albori dell’età augustea. L’autorevole storico e geografo greco, molto probabilmente sulla scorta dell’altro geografo Artemidoro di Efeso[2] (vissuto circa 100 a. Cr.) e di altri importanti Autori non esclusi Omero e poi Polibio,  tra il 20 a.Cr. e il 18 d.Cr., trattando delle nostre plaghe nel periodo della Guerra Marsica o Sociale, le comprese nella famosa opera “Geografia”: in essa (quinto libro) egli seguì il tracciato della più antica Via Valeria, quella già esistente come percorso della transumanza e poi riorganizzata e pavimentata dal Censore Marco Valerio Massimo Potito nel 286 a.Cr. per favorire l’espansionismo romano nell’Italia centrale, e indicò alcuni agglomerati da essa attraversati: “La via Valeria comincia da Tivoli, conduce attraverso i Marsi ed a Corfinio, capitale dei Peligni. Sulla stessa [strada] sono le città latine Varia (Vicovaro), Carseoli ed Alba, e vicino anche il caposaldo di Cocullo”. Stimo opportuno richiamare l’attenzione su alcuni termini usati dallo storico-geografo, tenuto conto che un buon vocabolario …soddisfa tutti i gusti fornendo molti significati, fra cui sono da preferire in questo caso le accezioni più comuni, specialmente quando esse sono sorrette da appigli di carattere storico o geografico: 1- Corfinio “metropolis”: par di capire che, capitale/metropoli o – con una traduzione non abbastanza in armonia con la Storia – semplicemente  metropoli, la frase sia stata scritta attorno agli anni della Guerra Sociale: infatti poco oltre lo storico riferì che, non avendo ottenuto la cittadinanza, gli Italici si erano ribellati a Roma stabilendo la capitale a Corfinio che avevano  chiamato “Italica” (poteva essere ancora metropoli dopo la sconfitta e le distruzioni?); 2- egli aveva definito Vicovaro, Carsoli ed Alba “colonie latine” mentre Cocullo era soltanto “pòlis”, un centro fortificato nel “territorio dei Marsi”; 3- le colonie erano attraversate dalla strada, non così Cocullo a cui quella passava “vicino” (ΠΓΕΣΪΏΝ): lo scrittore forse non si allontanò dal vero se qui si traduce il termine “pòlis” con un agglomerato di una certa importanza (demograficamente e/o strategicamente parlando); 4- si dirige verso il Piceno (che intendeva per Piceno?), dopo aver visto (l’imprendibile?) Cocullo ed essere tornato indietro per cercare una via più sicura. Fissati questi punti e considerato che il grande geografo dell’antichità non aveva i mezzi per disegnare una mappa precisa; considerata anche l’eventuale cautela ad inoltrarsi in luoghi troppo impervi e ostili alla penetrazione romana e non (la qualcosa ha indotto anche qualche illustre studioso successivo ad imprecisioni), piuttosto è da pensare che la zona fu ritenuta da lui pericolosa perché vi arrivò in uno  dei momenti critici della rivolta, visto che si trovò in una fase degli scontri più violenti tra gli assalitori romani e i difensori italici di un caposaldo dei federati marsi a difesa del Sannio. L’Autore affermò che la colonia latina più all’interno della Penisola e vicina al territorio dei Marsi era Alba Fucense. Aggiunse che questa città era ben fortificata, il che potrebbe significare che allora essa era l’ultimo caposaldo latino contro baluardi avanzati italici fra i quali potrebbe essere stato Cocullo. Quindi, evidentemente tornando indietro (epaniónteV dhlvso) nella zona di Cocullo (dove, come si è detto, forse incontrò troppe difficoltà), si diresse verso il Piceno passando per il Cicolano. Ma la pietra miliare di Cocullo era stata fissata da un pezzo allorché il Nostro aveva indicato il tracciato della Valeria seguendo la direttrice suggerita dalla logica. Il geografo capitò da queste parti dopo il conflitto della Guerra Sociale, e la cautela aveva già suggerito agli Italici l’apprestamento di centri d’altura a difesa di Corfinio (perciò pure intorno), oltre e non dietro ad Alba. E’ da sperare che gli studiosi moderni (anzi, li prego di chiarirmi le idee poiché …il campanile potrebbe indurre in errore un Cocullese) i quali hanno pensato di porre il mio paese nel Cicolano fermeranno la loro attenzione su questo punto. Secondo alcuni di questi esperti, quando Strabone nominò Koukoulon (Cùculon, Cocullo), avrebbe sbagliato perché voleva scrivere Cgukoulon (Ciùcoulon, Cìcoli): quello avrebbe sbagliato perché …scrisse proprio il nome vero di Cocullo (almeno nella traduzione)! E Strabone, di scuola greca e di scuola romana, sapeva scrivere.
Le interpretazioni possono essere giuste o meno giuste (come quella di Cluverio – che ha generato confusione, il quale però ha la decisiva attenuante di essersi servito delle cognizioni note molti secoli fa), ma le forzature sono forzature (Cùculon = Cìuculon e. per altri, addirittura… “ton Aichiclon”= degli Equi?!). Di versioni giuste e autorevoli ne abbiamo parecchie, pure di esperti italiani; valga per tutte la relazione sulle ricerche che pubblicò a Lovanio un archeologo straniero, Frank van Wonterghem, in un ponderoso volume (libro primo della “Regio IV: Superequum, Corfinium, Sulmo”, Olschki Ed., Firenze 1984) della collana “Forma Italiae”, in cui tratta di tre municipia della Valle Peligna. Dopo aver mostrato perplessità sul fatto che alcuni studiosi hanno localizzato Cocullo fra Carsoli ed Alba servendosi dell’errata e vecchia interpretazione di Cluverio (che fu poi però corretto dal suo allievo Luca Holste, il quale vide il paese al posto attuale), scrive: Sembra quindi giustificato, senza correggere il testo di Strabone, cercare Koukoulon presso (πλεσϊον) Cocullo, dove, precisamente nella frazione di “Casale”, rimangono molte tracce di un importante pagus del periodo preromano fino all’epoca imperiale. Anche se la repubblicana Via Valeria avesse avuto tra il Fucino e Corfinio il medesimo percorso della più tarda Via Claudia Valeria, Casale di Cocullo se ne allontana appena otto chilometri, mentre Nesce nel Cicolano, dove Mommsen ed altri vogliono situarlo, dista una ventina di chilometri da Carseoli e quasi trenta da Alba Fucens”[3]. Vien da sottolineare l’aggettivo “importante”, garantito dalla continuità di rinvenimenti attribuibili ad epoche diverse.
L’attuale Cocullo, secondo me, era soltanto la… rocca (arce) di tutto l’abitato che Strabone definisce “pòlis”, comprendendo evidentemente anche il nucleo abitato estendentesi a valle, il “pago”. Il pagus continuava fino ad oltre le “Cannavine” incuneandosi poi nel territorio anversano; saliva lambendo le falde delle montagne opposte: del pago restavano case sparse ancora pochi secoli fa. Malgrado le guerre, le invasioni, le ondate di peste, il paese fu definito “Cuculum cum villis” (di cui ora non restano neanche i ruderi) nel 1356 da mons. Silanis, Vescovo dell’allora Diocesi Valva e Sulmona, in una visita pastorale.
Da quelle parti lo studioso greco si era accorto di essere entrato nella “patria” italica e la prudenza gli aveva suggerito di tornare indietro.
 
Trianèlla-
Secondo le versioni più numerose ed accreditate la pavimentazione della Valeria ebbe inizio, dunque, sotto il Censore Valerio Massimo, il quale continuò la preesistente Tiburtina (tratta che andava dalla romana Porta Esquilina a Tivoli), nell’ottica delle mire espansionistiche di Roma e quindi e soprattutto per ragioni squisitamente militari. Quelle mire, però, nella nostra direzione erano fortemente ostacolate, e i tentativi che fecero i Romani per aprirsi un varco verso il territorio italico furono molto faticosi e inizialmente pressoché inutili (fu in quelle circostanze che toccò alla liviana Milonia, sita alle falde della montagna cocullese-ortonese, subire le devastazioni che la resero spettrale): solo dopo la definitiva sconfitta dei Sanniti i Romani poterono costruire infrastrutture stradali più comode per i loro eserciti su un tracciato che forse in precedenza avevano percorso in senso inverso i loro nemici partiti dal caposaldo di Milonia. Già tre secoli prima della nascita di Cristo Annibale era venuto a devastare anche le nostre terre (Livio avrebbe scritto “per Marrucinos” anziché “per Marruvinos”, ma questa, secondo il parere di autorevoli studiosi, sarebbe una trascrizione errata degli amanuensi[4]); il Cartaginese, che oltre tutto era a capo di un grosso esercito e di… truppe corazzate[5], trovò la strada bell’e pronta sull’Olmo di Bobbi. Da allora non sarebbero passati due secoli che la Via Valeria fosse ancora una volta turbata dal rumore degli eserciti: la Guerra Sociale! Il conflitto fu scatenato dagli Italici[6] (con capitale Corfinio), i quali avevano giurato sul dio Sole (riflesso nel culto di Angizia?) prima di far guerra a Roma che aveva nicchiato sulla concessione della cittadinanza e del suffragio.
Delineata velocemente la funzione militare della Valeria (i tratturi successivi alla sua realizzazione in parte la sconvolgeranno), soffermiamoci ancora brevemente sul suo proseguimento dopo Collarmele. Alcuni studiosi hanno sostenuto che la biforcazione Cerfennia (Collarmele)-Forca Caruso fosse aperta sin dal tempo degli scontri con i Sanniti ma il tracciato sarà perfezionato molti anni dopo dalle maestranze di Claudio[7], e perché il percorso da Cerfennia a Corfinio era abbastanza diretto; però quegli stessi studiosi hanno affermato che un ramo della biforcazione, non meno importante, da Cerfennia si dirigeva a Marruvio (San Benedetto dei Marsi), che allora era un grosso centro e poi fu anche municipio, per dirigersi a Sulmona. In tal caso la strada (da me percorsa 40/50 anni fa) doveva scendere a (“presso”) Cocullo dall’Olmo di Bobbi, sulla cui montagna ne restano tracce, mentre era ben visibile la variante Cocullo-Pescina (1956) che ha coperto in gran parte il suo tracciato alle falde di Pietrafitta, dal “tornante”[8] verso nord. Naturalmente dopo la promozione a “via publica” del tratto da Cerfennia per Forca Caruso, lavoro reso necessario nel 45 d.Cr. anche per prolungare la vecchia consolare fino al mare, il ramo dell’Olmo di Bobbi, oltre tutto non certo comodo per i nuovi tempi, si cominciò a …seccare, pure se non decadde subito, malgrado i cartografi dell’età imperiale avanzata (e quindi di molto successivi ad Artemidoro e pure a Strabone) l’abbiano ignorato. Non lo ignorarono, più tardi, Gregorio Magno (“Dialogi”) e neanche il Chronicon Vulturnense, dove si parlò di “via que fuit antiqua”: questa era la prima “Valeria” vista dal Greco. Quindi, prima di soffermarmi su “Trianèlla” ed aver ricordato che Strabone aveva definito l’agglomerato cocullese “oppidum”, termine con cui allora si indicava un insediamento d’altura di cui la rocca doveva essere Cocullo[9], mentre la struttura del pago si completava con i “vici” a valle. Apro una finestra sul percorso indicato dall’antico geografo riassumendo grosso modo le pagine 12 e seguenti del mio lavoro “Storia, cronistoria e leggenda a Cocullo”:
“Ecco affiorare il pagus disteso a valle della rocca di Cocullo. Di esso restano due piccoli agglomerati. Dopo la frantumazione si formarono vici sparsi intorno al santuario di Ercole denunciato dal ritrovamento di numerose statuette del semidio nella stipe vicina a “Triàne”. Sul rilargo antistante la grande grotta una volta i contadini, quando l’economia contadina era fiorente, trovarono altri reperti (forse pure una serpe di pietra attorcigliata!) che ora sono esposti in alcuni musei di città vicine con affissi cartellini su cui è scritto “di provenienza incerta”. Sono resti della mitica città di Trianella, tramandata dalla leggenda, del pago italico presumibilmente distrutto  durante la Guerra Sociale e successivamente “cancellato” e frazionato in più nuclei pure dalla peste?
 
                                            “La gliùstra de ‘lla luna s’annascónne
                                               lòche, mmiézz’ alle frónne,
                                               p’ ffà’ réluce cchiù la lampetèlla
                                               de ’lla lùcia cappèlla.
                        Ammónt’ a gli’ streppâre’ gli cardìglie
                        zùrlene cu’ gli riglie,     
                        zìvulene fin’a ‘lla matina
                        sott’ a quéla stellìna.
                                               Apù la nòtte s’ammànta de scûre
                                               ‘ndà fùsce ‘na fattûre;
                                               scrïata fra trefuógl’ i madunnèlle
                                               cante ‘na funtanèlle.
                        Évene centemile fucarèlla, 
                        mó’ è ‘na luciacappella…
                        Apù, quande la luna s’annasconn’,
                        scurìsc’ gliùstre i frùnne.[10]  
 
Perché dell’antica struttura urbana resta un ricordo leggendario, vago, proprio come il bagliore fioco e intermittente[11] della lucciola; perché nella “gliùstra” mi par che balugini la leggenda di Trianèlla tramandata all’odierna borgata dalla grangia di Santa Maria in Campo e poi dal Casale e dalla memoria della città che altrimenti sarebbe svanita nel  nulla con i tanti misteri della nostra Terra.
 
Tenuto conto del fatto che il geografo tedesco Olstenio (Holste) quasi mezzo millennio fa vide nel territorio cocullese molte “vestigia” che parlavano di una lontana floridezza urbanistica; che lo studioso sulmonese De Nino notò “parecchi tronchi di colonne cilindriche con base a plinto, trovate fra i ruderi sotto Trianèlla, a Ponte Sette Colli e a Staffi” spesso “adoperate in vasche come pesi sulle vinacce”. “Un piccolo Ercole di bronzo rinvenuto a Triàna, mi fu mostrato da Domenicantonio Marinilli”; tenuto conto ancora del fatto che van Wonterghem (il quale nella stesura dell’opera citata si è giovato molto dell’ausilio di fotografie aeree[12] fornitogli dall’Aerofototeca del Ministero della Pubblica Istruzione) ha specificato: “Ruderi di edifici antichi, ora scomparsi, furono individuati soprattutto nella zona a SO della frazione “il Casale”, “Triana” o “Trianella”, dove dalla tradizione popolare viene situata una città scomparsa “città di Triana” o “di Adriana”. Resti di edifici (muri in opus quadratum e opus caementicium) ed elementi architettonici furono anche accertati più in basso, in località “Cortina” e nell’abitato stesso di Casale”. Tenuto conto di tutto questo, penso che la pagina del mio lavoro, in cui continuavo con una panoramica relativamente immaginaria, non offenda la realtà di un passato non troppo leggendario: “Non se n’abbiano il colto e l’inclita, un po’ quelli saggi e un po’ quelli scettici; in particolare non se n’abbiano gli archeologi quando la fantasia invade il loro territorio: questa è un’esercitazione dilettantistica di uno spirto bizzarro che non è tenuto a rispettare i canoni di quegli scienziati e che è nato sotto il campanile di quel paese”.
Il “Curro”, dov’era un borgo ora abbandonato dopo che le sue case erano state adibite a stalle, poteva segnare il limite settentrionale della rocca, il centro fortificato del distretto paganico posto a valle e “presso” cui correva la prima Via Valeria, sfiorando la località abitata fino ad alcuni secoli fa e nota come “Vregnóne”, posta a metà strada tra il fondovalle e il montano insediamento neolitico(?) di “Pietrafitta-Porcarécce”, denunciato da qualche reperto affiorato ai margini del recente tracciato che porta alle pale eoliche: Strabone vide una parte di ciò che molti secoli dopo sarebbe stato fotografato con i raggi infrarossi.
La vecchia strada deviava da Collarmele per puntare verso il Sannio. Durante la Guerra Sociale gli Italici[13] elessero, come ho scritto, a loro capitale Corfinio: è facile intuire che questo dovesse disporre di molti “oppida”, cioè centri fortificati, a sua difesa[14]. Cocullo forse era stato uno dei capisaldi contro le colonie costruite dagli invasori sulla Valeria. Purtroppo dopo il conflitto, vinto fortunosamente dai Romani, del nostro centro restavano solo le macerie di poche case nella valle e il ricordo tramandato dall’illustre storico e geografo greco: preciso, corretto, in quanto, come un po’ tutti gli scrittori stranieri, descrisse spassionatamente i luoghi (delle sconfitte) che gli storici di Roma poi ignorarono non solo poiché molti di quei centri erano già stati distrutti abbastanza prima della loro nascita, ma soprattutto in quanto essi storici avevano a cuore l’illustrazione delle imprese dei loro concittadini e l’esaltazione della grandezza di Roma.
Ribadisco che la rocca si ergeva nella parte più alta del “pagus”, rivitalizzato a mezzogiorno nell’età augustea, pago che quindi rivisse nella leggendaria Trianèlla (l’agglomerato che …forse per ragioni di rima avrebbe ospitato “centomila fucarèlla” ed il cui ricordo è ora garantito dal toponimo “Triàne” nonché dal ritrovamento casuale di tombe, vasetti, anfore, urne…). Ai due lati il centro fortificato[15] era protetto da un torrente impetuoso (meno impetuoso nel ramo che si staccava a nord dell’agglomerato, in una piccola convalle, dal corso principale, a cui si ricongiungeva nella valle). Il rivo avrebbe frenato la sua corsa lambendo gli orti delle ultime case del pago (assistemmo da  ragazzi alla lunga agonia del corso d’acqua, ormai quasi del tutto secco e di cui resta l’alveo raggrinzito e il nome di dannunziana memoria: il rivo della Pezzana); sotto la rocca, proprio all’inizio della valle, dalle parti della località che molti secoli dopo si sarebbe chiamata “Scastiéglie” (= sotto castello), un anfiteatro anticipava l’ingresso della rocca, del nucleo abitato che si stendeva nella valle fino, probabilmente, allo “Strano” e alle “Coccitelle” (località che attualmente appartiene al territorio anversano). Il piccolo anfiteatro sorgeva sull’ampio spiazzo circolare che oggi è conosciuto con il significativo nome di “Aravecchia” e che d’estate, quando io ero bambino e l’economia agricola ancora teneva, era adibito ad aia per la “tresca”, la rudimentale trebbiatura che impegnava uomini e quadrupedi in una giostra sulle spighe. Qui si stendeva, dalla valle fino alle falde delle montagne dirimpettaie (“glie Vregnóne”, “Triàne”, ecc.), il “pagus”, lo straboniano agglomerato che l’antico geografo, quando indicò l’itinerario della Via Valeria, definì “pòlis” senza aggettivi, al contrario – ripeto – di Vicovaro, Carsoli ed Alba, che corredò dell’aggettivo “latine” (=colonie latine). La zona era fertile. Gli orti erano irrigati dai ruscelli alimentati dal corso d’acqua principale, quello che tumultuava e che si era cominciato a placare appena dopo aver sfiorato un minuscolo laghetto di cui non rimaneva traccia ancor prima che i minuscoli argini inariditi fossero soffocati da recenti strutture e che quasi un secolo fa, non più rifornito dalle piene del rivo da molto tempo, era ridotto ad un piccolo stagno, un pozzo in cui gracidava qualche ranocchia, stagno che noi ragazzi appellavamo “dell’arciprete” (il quale abitava lì vicino). Più giù, al centro dell’abitato, a metà strada fra la rocca e alcuni orti poi noti come “Le Cannavine”, su una breve erta che anticipava le propaggini della montagna vicino a “Triàne”, pulsava il foro: quando, alla fine dell’Ottocento, non lontano dal suo sito si costruì il cimitero, chi avrebbe mai pensato che questo potesse simboleggiare la città distrutta? Sull’acrocoro di “Triàne” si ergeva il teatro grande, proprio vicino alle grotte che erano appartenute all’oracolo e che incarnavano il mistero dell’area sacra pagana: poco oltre in passato nei pressi sono affiorate numerose statuine di Ercole. Erano gli ex voto della stipe del tempio del semidio, del tempio tributario di quello della vicina Sulmona, centro dell’area cultuale.
Eppure anche recentemente qualcuno ha scritto che la scarsità dei ritrovamenti e il terreno non completamente pianeggiante non possono denunciare l’esistenza di un consistente insediamento. Viene spontanea la replica suggerita dalla riflessione per cui nell’antichità non si costruivano città con piste adatte alle corse dei bolidi della formula uno e, soprattutto, che la zona non è mai stata oggetto di scavi. Spesso le leggende vanno prese sul serio: se Schliemann fosse stato di parere opposto non avrebbe scoperto Troia. E’ vero che molte storielle sono frutto di fantasia; ma lo scettico, celando la superficialità sotto il sorrisetto e quindi non potendo, spesso non sapendo, distinguere queste dalle leggende sorrette da un fondo di verità, non riuscirà mai ad avere soddisfazioni.
 
La “via quae fuit antiqua”-
Una polis non poteva non essere collegata con altri centri; oltre tutto i Romani non avrebbero potuto sfondare alcuna porta per entrare direttamente nell’attuale Molise. Le falde della montagna di Pietrafitta sono solcate da un tracciato (in cui ancora forse è possibile notare tracce di basolato romano[16]) che ricorda molto da vicino la frase scritta da Strabone (“… presso Cocullo”). Si trattava della più antica Valeria o di un importante diverticolo di essa verso il Sannio?
Più di cento anni fa, il De Nino, il quale aveva ricevuto dal Ministero P.I. l’incarico di Ispettore ai Monumenti ed il quale oltre tutto era nato e viveva da queste parti, sul n.9 del 15/12/1899 della “Rassegna Abruzzese di Storia ed Arte” affermò che in contrada Castiglioni[17] “si scorge la traccia di una strada antica, strada che probabilmente dovea volgersi a nord[18], in direzione di Prezza, per ricongiungersi alla Claudia-Valeria. In un punto la stessa traccia, oggi, porta il nome di via Saracena[19] … ed ho osservato che ha una larghezza media di otto metri”. In un altro numero (11/12 del 15 agosto/dicembre 1900) aggiunse: “…secondo Strabone la Valeria da Alba (e certamente poi da Cerfennia, Collarmele) scendeva per Cocullo a Corfinio”. Poi: “La via Valeria non rimanea però così chiusa e tronca a Corfinio[20], ma continuava oltre”, cioè verso i Peligni Sulmonesi assumendo il nome di Numicia e dirigendosi verso il Molise, l’Irpinia e la Puglia.
Sempre il De Nino scrisse in un altro numero della Rivista Abruzzese di Storia e Arte: “A sud-est la traccia (intagliata nella roccia) scomparisce. Ma siccome dirimpetto c’è una contrada, andando verso ovest, detto Triàna e Civitélla, così è ovvio poter supporre che quella strada conducesse a un pago esistente nella detta contrada, per andarsi poi a ricongiungere con l’altra antica via che passava sotto Anversa e Castro Valva”.
Prima della rifinitura del diverticolo Forca Caruso-Valle Subequana e quindi della costruzione della variante alla prima Valeria si era servito in gran parte e molto verosimilmente anche Ovidio quando nei “Tristia” ricordava che, per andare da Sulmona a Roma, percorreva un itinerario pari a 90 miglia; moderni scrittori hanno sostenuto che il percorso in parola sarebbe più lungo di 14 miglia; esso percorso evidentemente è stato misurato tenendo conto dell’attuale Tiburtina-Valeria, la cui variante di Forca Caruso però non era stata ancora costruita (certo, doveva pur esistervi almeno un sentiero frequentato da animali e da pastori: insomma era un tracciato più scomodo di una via larga otto metri) ai tempi in cui scrisse il Poeta, e non del tratto, più breve Sulmona-Cocullo-Marruvio-Col­larmele. Soltanto nel 45 d.Cr., fu aperta la variante, alla vecchia Consolare, diretta a Forca Caruso, magari sul tratturo o sulla traccia del percorso primitivo, traccia che comunque era solo un po’ più agevole dell’altra, la quale perse gradatamente importanza e servì forse soprattutto agli eremiti ed ai mercanti-pastori. Scrive l’archeologa M.C.Somma (pag. 63 di “Siti fortificati ecc.”, Palombi Editori 2000), riferendosi al ramo della strada cocullese: “Questo asse viario, che doveva mettere in relazione i due versanti della montagna, è noto da un passo di Strabone e doveva essere più antico del tracciato poi seguito dalla Tiburtina-Valeria attraverso il valico di Forca Caruso. Quest’ultimo dovette prevalere nell’uso a scapito del vecchio percorso, che rimase però evidentemente in uso almeno a livello locale” (a questo punto la studiosa accenna al giudicato tenuto nel 978 d.Cr. da Ottone I in “Campo Casti” – l’attuale località cocullese di “Catimo”?). 
Dopo i secoli bui (che proiettarono la loro ombra sulle nostre montagne, e perciò i tempi del progresso furono rallentati), dopo la calamità della peste nera, che molto probabilmente imperversò anche da queste parti, i commerci rifiorirono un po’ dovunque e pure a Cocullo. Forse i pionieri di questa attività qui furono “Giannantonio Lisciotti, Bartolomeo e Nicola Colucci, Leonardo e Sante”. Lo leggiamo su una pergamena cinquecentesca[21], conservata nell’Archivio comunale e da me pubblicata nel libro “Le pergamene di Cocullo”, allorché il Luogotenente del Regno di Napoli nonché Presidente della Camera della Sommaria Ferdinando Francesco d’Avalos ordinò che i mercanti cocullesi, i quali andavano in giro Comprando vendendo, et barattando chincaglierie, avevano ricorso a lui perché Li è pretese, è pretende Costrengere à farli pagare Il Settimo. Purtroppo la “civiltà pastorale” e contadina doveva sconvolgere la “via che fu antica”: nel 1447 Alfonso d’Aragona il Magnanimo con la “Prammatica della mena delle pecore in Puglia” aveva dato un’organizzazione più moderna all’industria armentizia, collegandola all’attività mercantile che lui riteneva non meno importante per lo sviluppo dell’economia e indirettamente per l’incremento della casse dello Stato. In genere i mercanti[22], come i pastori, si avviavano sui tratturi e quindi ricalcavano gli antichi percorsi (le “calles”) già seguiti dai pastori. Conseguentemente, previa la soggezione al pagamento di una supertassa, i mercanti potevano esercitare liberamente la mercatura; tuttavia quella legge non piacque ai baroni ed ai feudatari, i quali erano abituati a vessare quei poveracci con ulteriori gabelle e furono frenati nel compiere angherie (il “settimo”).
Dal ‘500 in poi gli archivi forniscono (in particolare quello del Comune di Cocullo) notizie più numerose e dettagliate attinte a documenti, quali i locali: “Libro de Conseglio”, delibere sullo “spitale” di Sant’Antonio, prime notizie su musicanti cocullesi (dal libro del compianto Gianluca Tarquinio “Canti folkloristici della Marsica”, Istituzione Musicale Abruzzese, LCL Avezzano 2015): “… tre violisti cocullesi, Alessandro, Francesco e Alfonso de Cucullo, nel 1597 si recarono a suonare a L’Aquila nelle feste di San Pietro Celestino e di San Bernardino”; ancora: “Le prime attestazioni di bande musicali risalgono già al XVII secolo quando quella di Cocullo andò a suonare a Cerchio. Certamente non si trattava di complessi bandistici come li vediamo oggi, ma probabilmente delle semplici paranzelle, cioè complessi formati da eterogenei strumenti, sia a fiato sia a percussione e a corda”; ancora: “La notizia più antica fin’ora documentata circa la presenza di un complesso bandistico nella Marsica risale al 1608 quando quello di Cocullo si recò a suonare a Scanno”). Importante il rinvenimento di una pergamena, conservata nell’Archivio comunale, indirizzata ai sudditi cocullesi nel 1420 da Pietro, conte di Celano[23]; e di altre pergamene. 
Per gli eventi posteriori rimando alle pagine successive, che peraltro coprono solo quasi tutto il Basso Medioevo. Gli altri avvenimenti sono più recenti; comunque essi furono da me riassunti nei libri “Storia, cronistoria e leggenda a Cocullo” e “Santa Maria in Campo”. 
Non è facile raccontare un'antica storia, magari tramandata da amanuensi a volte distratti, e compararla anche intuitivamente (se confortata da indizi) con altre. E' un po' come se si trovasse un tesoro al centro di una stanza scarsamente illuminata e se ne dovessero collazionare i pezzi visibili: dove le singole gioie sono i fatti di quella storia; alcune gioie sono andate a finire negli angolini bui della stanza e il disattento scopritore non le trova perché si accontenta degli oggetti preziosi su cui piove la luce.
 
Note
 [1] Nei cui paraggi, dopo un millennio, compariranno tracce di insediamenti preistorici.
[2] Costui, vissuto intorno all’anno 100 a.C., avrebbe compilato undici libri di geografia del mondo allora conosciuto e nel modo com’era conosciuto: Europa, Africa, Asia.
[3] Oltre ad avere scattato foto a raggi infrarossi dall’aereo, l’archeologo belga visitò la zona descritta ed ebbe preziose indicazioni da studiosi della stessa, fra cui l’allora direttore onorario del Museo di Sulmona Ezio Mattiocco.
[4] Se, come si è sostenuto (D. Ludovico, “La Nazione Italia”, Di Cioccio, Sulmona 1977; N. Chiocchio, “I serpari a Cocullo”, Roma 1985 e Tivoli 1992) si legge “Marruvinos” (quelli di Marruvio, oggi San Benedetto dei Marsi), anziché “Marrucinos” (i Marrucini, cioè gli abitanti della zona teatina) nel passo di Livio in cui si parla del passaggio di Annibale dai Peligni ai Marsi (… ex Campania in Samnium, inde Paelignos pervenisse praeteraeque Oppidum Sulmonem in Marrucìnos transisse, inde Albensi agro in Marsos…), possiamo ben ipotizzare che il Cartaginese abbia attraversato il valico di Cocullo e non la terra chietina e neppure la sua parte montagnosa della Maiella. Nota nella nota: dai nostri avi apprendemmo che quella via era chiamata anche “dei Saraceni”, o anche “via Cupa. Però i testi potrebbero riferirsi alle invasioni saracene (v. “tenebroso”, “ombroso”).  
[5]- Il… reparto degli elefanti.
[6] Qui mi occupo solo dei confederati marso-peligni e non anche dei loro alleati.
[7] Quindi forse era un tratto che seguirà il tratturo.
[8] Un curvone a secco oltre la località “Villanito”.
[9] Cocullo “maggiore” venne definito in un atto anagrafico settecentesco di Tossicia.
[10] La luce della luna si nasconde / lì, fra i rami, / per far splendere di più la fioca luce / della lucciola. / Su per lo sterpeto i cardellini / giocano con i grilli; / cantano fino alla mattina / sotto quella stellina. / Poi la notte si copre di buio / come in un incantesimo; / sgorgata fra trifogli e papaveri, / canta una fontanella [piccola sorgente]. / Erano centomila case (fuochi), / ora è una lucciola… /Dopo, quando la luna si nasconde, / rabbuia bagliori e fronde. I “fucarella”, fino a quasi un secolo fa, erano i “fuochi”, cioè sinonimo di “famiglie” nel catasto (v. “focatico”). E’ ovvio che il mio sonetto è ispirato dai reperti romani.
 [11] L’aggettivo è una metafora che traduce il bagliore tremulo della lucciola paragonato ai rinvenimenti occasionali dei reperti.
[12] Da lui scattate e di altre.
[13] Fra questi erano compresi gli agguerriti Marso-Peligni. “Gens in Italia Marsorum esse fertur orta a Circe filio… (Gellio). Marso dovette essere diversamente appellato, dal momento che Esiodo nella Theogonia (1011 segg.) scrive Fauno essere figlio di Circe (forse insieme a Latino), il quale per Macrobio si chiamava Fauno Luperco e si mutava in serpente (Saturnali I, 12 e 24). Però Silio Italico (De bello pun. 8, 503-504) narra che Marsia di nazione frigia, suonatorte di flauto, venne nella nostra regione, a cui pose il proprio nome. Dello stesso parere è press’appoco Isidoro (Orig. II, 9) quando afferma che i Marsi sono una popolazione dell’Italia, il cui nome risale a Marsia, il quale rivelò ad essi il comportamento dei serpenti; per questo essi fecero una statua in suo onore la quale, dopo la sconfitta dei Marsi, fu portata a Roma”.
[14] La nostra direttrice, che era segnata da un grosso diverticolo partente da Collarmele per Marruvio (la mitica capitale dei Marsi), per Cocullo e i Sanniti (Via Numicia): quel tratto, Marruvium-Cuculum, si prestava egregiamente all’aggiramento del territorio corfiniese molto di più di un’eventuale mulattiera diretta.
[15] Ora la realtà collabora con la fantasia.
[16] Settant’anni fa seguimmo quel tracciato e il basolato, in gran parte visibile, era sconnesso.
[17] Località cocullese a metà della montagna di Pietrafitta.
[18] Forse cominciava qui, scendendo a Prezza, la Via Numicia: quindi partendo dal diverticolo Marruvio-Cocullo.
[19] Qui ricordata con quel nome (e/o con quello di “Via Cupa”) dai nostri vecchi, come ho già scritto.
[20] Secondo il mio modesto avviso la Valeria continuava fino a Corfinio: ai tempi di De Nino la via che fu antica si confondeva con le caprarecce.
[21] Le abrasioni ed il taglio ai margini, ornati da miniature, a cui fu sottoposto il documento, mi hanno impedito di indicare la data dell’emanazione.
[22] Quando non erano pastori essi stessi.
[23] Costui era figlio di Nicola Ruggeri ed uno degli ultimi Berardi, che signoreggiarono nella nostra contea prima che un Alfonso Piccolomini uccidesse a Pratola l’ultimo rampollo di quelli, Ruggerotto, aspirante al feudo al posto di sua madre Icobella, l’ultima contessa di Celano (Ruggeri).