Il talento sportivo può fare a meno della filosofia?

Il nuovo episodio della Sinner legend (la paradossale sconfitta a match praticamente vinto al Roland Garros) ha gettato il mondo dello slam in un nuovo tormentone.
I grandi del tennis precedente e gli esperti attuali si sono affannati a stilare le cause della debacle (miscela fatale tra immancabile virosi, elementi ambientali, preparazione atletica, pregiudizi psicologici ….). Il team attuale si è rifugiato nel sapere medico, alla ricerca del meccanismo difettoso responsabile. E cosa c’è di più vero e reale dell’ipotesi di una possibile mutazione genica o di una disfunzione metabolica ? Peccato che questa si basa su una convinzione che la stessa classe medica in toto si rifiuta di abbandonare, anche se smentita dai fatti: una malattia può non essere marcata da alcuna mutazione genica e quest’ultima, quando presente, può non accompagnarsi a malattia alcuna.
Infatti, i geni sono solo dei semplici traduttori di un segnale (strumenti di scrittura come le lettere dell’alfabeto) che origina più in alto (a livello epi-genetico, come può essere ritenuta la nostra mente che conosce solo il
modo di assemblare quelle lettere).
conosce grammatica e sintassi ).
Ma nemmeno questo livello, gli epi-geni stessi possiedono le istruzioni per il loro montaggio. Il segnale primo (epi-epi-genetico, come l’archè filosofico) risiede nell’ambiente, non tanto esterno del soggetto (le interazioni con il mondo) quanto con quello interno che contiene le norme grammatica e sintattiche del pensiero.
Il vero demiurgo, in quanto inseparabile dalla vita stessa, è rappresentato dalla temporalità (chronos) che, determinando necessariamente la visione del tempo del soggetto (il nostro tempo) determina inevitabilmente la modalità concreta con cui mente / corpo (e geni) la esprimono nella realtà.
La condizione temporale costitutiva di ogni umano è la perdita, in quanto, al passare di ogni giorno, ci troviamo nella condizione di avere un giorno in meno da vivere. Questa percezione (meramente quantitativa) determina, poco consapevolmente, l’accelerazione della nostra esistenza, quasi un tentativo di recuperare quella perdita con l’illusorio riempimento del tempo con sempre più numerose attività (ancora un’altra quantità)
E pacifico che quella accelerazione, portarsi in un tempo sempre più in avanti di quello attuale, non può essere illimitata, proprio in considerazione del fatto che il nostro tempo non è privo di limite.
Chi rimuove questa verità, si troverà, prima o poi nella condizione di vedersi sbarrata , all’improvviso ed in modo del tutto inatteso, la strada di quella particolare occasione proprio dal fantasma di quel futuro limite. Per Sinner il limite è la fine reale, ineluttabile, della sua carriera di tennista.
Pertanto il blocco - il non voler più andare avanti, perché lì lo aspetta la fine (della carriera) si traduce nel non riuscire più andare avanti per vincere (nell’incontro reale) che la manifestazione visibile a tutti incarna- è sempre dietro l’angolo.
Ma Sinner non è solo in questo scenario. Il suo principale competitor,Alcaraz, è andato incontro (anche se dopo un incontro vittorioso) allo stesso burnout, che si è manifestato con la tendinite del polso, oggetto di lunga attenzione da parte di fisiatri e fisioterapisti. Per altri talenti del seeding il discorso non è diverso.
Intanto per i più di loro c’è l’erba di Wimbledon che aspetta, impaziente, per la conferma o negazione.
Ogni atleta, tanto più quanto al top (da cui presto o tardi dovrà scendere), vive la ricorrente accelerazione, come l’inconsapevole tentativo di sfuggire a quella verità. Proprio perché questa non può essere superata, ogni atleta, ancora inconsapevolmente, corre verso l’esaurimento del tempo fino all’ inevitabile blocco. Alla progressione verso il primato segue l’ombra, indissociabile, di quella perdita, prima o poi definitiva.
Chi non è consapevole di questa verità è in balia di ipotesi e fantasie.
Burnout psico/ fisico ( Alcaraz/ Sinner ed i più del seeding) sono mere manifestazioni di quella disarmonica temporalità che medici, psicologi ed altri professionisti della cura ignorano. Affrontano quel sintomo di cui cercano, spesso vanamente, la causa come se fosse quello il problema vero ed indirizzano tutti i loro sforzi alla sua rimozione. Ma scambiare un effetto per una causa porta a soluzioni solo transitorie ed occasionali, in attesa di una nuova manifestazione di analogo significato.
La verità vera è che quest’ultima è solo il modo in cui si manifesta una dimensione, la temporalità, perlopiù rimossa, in quanto disturbante, da parte di tutti noi.
La causa reale, restando dietro le quinte, tornerà nuovamente a manifestarsi finché qualcuno non provvederà ad illuminare la scena con l’armonica filosofia del tempo.