ARCHEOWASHING A CASE (S)PENTE

Ieri mattina si è svolta la visita guidata della Soprintendenza archeologica dell’Aquila a Case (S)pente, dove la Snam sta costruendo la sua centrale di compressione. La visita rientrava in un programma che comprende altre tre località della Provincia. L’obiettivo era quello di far scoprire ai cittadini gli scavi più recenti ai fini della loro tutela e valorizzazione.
Strano però che, rispetto ai quattro siti selezionati, era richiesta la prenotazione obbligatoria - scaduta ieri - solo per quello di Sulmona. Perché? Tanto più che la notizia è stata resa pubblica solo ieri mattina da una testata giornalistica del territorio, mentre sembra che le altre non siano state informate dell’evento. A ciò si aggiunga la presenza della Polizia di Stato sul posto, cosa abbastanza inusuale per una visita archeologica.
 Come c’era da spettarsi si è trattato di una operazione di archeowashing, ovvero di una mistificazione messa in atto dalla Soprintendenza per ripulire la sua immagine nel tentativo di occultare la realtà, e cioè che a Case (S)pente è stato compiuto dalla Snam un vero e proprio crimine culturale e storico. Un crimine che chiama in causa le responsabilità dirette della Soprintendenza che ha rilasciato le relative autorizzazioni.
Anche noi abbiamo partecipato alla visita, ma senza prenotazione, e abbiamo colto l’occasione per rivolgere alla funzionaria della Soprintendenza alcune domande: Come mai avete consentito alla Snam di devastare quello che la stessa Soprintendenza aveva definito in passato “un complesso archeologico tra i più importanti e inediti della Valle Peligna”? Come mai ad un’altra società, la Lafarge, nel 2008 non avete permesso neppure di fare un sondaggio mentre alla Snam avete steso i tappeti rossi e gli avete consentito un simile scempio? Le domande, com’era prevedibile, sono rimaste senza risposte.
In verità la visita si è limitata a mostrare e a descrivere i resti di una villa di epoca romana e di una antica strada, due strutture che si salveranno solo perché poste ai margini del cantiere. Tutto ciò che invece interferiva in qualche modo con la centrale è stato eliminato. E anche qui abbiamo posto delle domande: Come mai avete lasciato seppellire sotto colate di cemento le tracce di un villaggio con oltre 40 capanne risalenti a 4200 anni fa, cioè all’Età del bronzo? E come mai la stessa sorte è stata fatta fare all’antica strada glareata di epoca romana?
Anche in questo caso nessuna risposta. Del resto, risposte sono difficili da dare, perché, se la Soprintendenza avesse tutelato le testimonianze dell’abitato protostorico, sarebbe stato impossibile costruire la centrale in quanto le sue tracce erano sparse sull’intera area. Di qui la scelta: o la centrale oppure i beni archeologici, ed è prevalsa la centrale. Cioè il profitto della Snam, per un’opera che tra l’altro non porterà posti di lavoro e che per di più è del tutto inutile perché in Italia c’è un surplus di infrastrutture metanifere rispetto ai consumi. 180 milioni di denaro pubblico buttati al vento e che, se investiti in un territorio in forte sofferenza qual è il nostro, avrebbero dato ben altro risultato. 
Case (S)pente, per tutto ciò che nell’area è stato rinvenuto, aveva tutti i titoli per la realizzazione di un Parco archeologico e museo a cielo aperto. Come è stato fatto a Montale (Modena), dove è stata ricostruita una parte del villaggio dell’Età del bronzo, con spazi laboratoriali e strumenti multimediali. In 20 anni il Parco “open air” di Montale ha fatto registrare ben 300.000 visitatori. 
Alla fine, ciò che invece resterà è l’ecomostro della Snam e, come appendice, una piccola e residuale area archeologica per visitare la quale dovremo chiedere il permesso agli autori di tale scempio. Per Sulmona – declassata ad “area di sacrificio per interessi superiori” si tratta di una cocente sconfitta della quale la nostra classe politica deve rendere conto non solo alla nostra comunità ma anche alle future generazioni. 
 Mario Pizzola, Coordinamento Per il clima Fuori dal fossile)