Edizioni L'Atelier
17 Maggio 2026, 00:02
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Nino Chiocchio, L’alba dei travetti e il crepuscolo dei travetti
Capitolo XXXIII - La fauna minorenne e la cella boutique
Redazione
Penso che altri uffici pubblici fossero ricettacolo di una fauna eterogenea, non solo di una fauna indigena, ma anche di una “fauna” allogena e rumorosa: erano i figlioletti di giovani impiegate che non trovavano il tempo e/o il modo di affidare a nutrici né di accompagnare la prole agli asili; e allora trovavano ricovero nelle celle ospitali. I fanciullini correvano pei corridoi strillando e si ficcavano nelle celle degli impiegati ancora strillando e pretendendo che questi si immedesimassero nei loro problemini. Se gli ospiti delle celle erano maschi, questi coglievano l’occasione per scendere al bar o - nel caso che avessero una caramellina ultrastagionata nel cassetto - li rabbonivano col regalino e li rispedivano alle rispettive mamme; invece le impiegate camuffavano con le chicche la frustrazione e l’invidia malcelata che nutrivano per le mamme più giovani di loro. Naturalmente i pretoriani filettati non si accorgevano di niente, anche perché talora era la loro progenie a scorrazzare e squittire pei corridoi e nelle celle. Un giorno un mocciosetto andò a sbattere il naso contro lo stipite di una porta e, poiché era il figlio di un pretoriano, qualche cortigiano suggerì … che potesse essere presa in considerazione l’eventualità di aprire una pratica di riconoscimento d’infermità, come dipendente da causa di servizio! Poi però non se ne fece niente, e il pianto del bambino si smorzò nel fischio e negli urli di un operaio che armeggiava per le scale e cantava (o provava a cantare) canzoni di borgata. Quasi nello stesso momento arrivò la piazzista di indumenti femminili, con la sua borsa piena di indumenti intimi, la quale radunò le impiegate, compresa quella addetta alle pratiche d’infermità derivanti da incidenti occorsi in servizio, nella cella-boutique che fungeva, in altri momenti, da caffè divisionale, e vi si chiuse dentro per far loro misurare i capi di abbigliamento della settimana.
Dopo la sosta pomeridiana girava per le celle un altro tipo di fauna: era il personale delle pulizie che passava fischiettando con le ramazze in mano e con tutto l’occorrente per scopare senza troppo rispetto pei pochi impiegati presenti. E, come non bastasse, i pochi travets seduti a lavorare, con la scusa della passata dello straccio, venivano messi alla porta, con la loro compiacenza.
Ritorno in provincia- Travetti, più si avvicinava il tempo della pensione, più sentiva forte il richiamo della provincia. Però si vergognava di tornare fra i colleghi, con cui avrebbe parlato fatalmente anche di cose d’ufficio, lui che purtroppo era ormai abituato a parlare un’altra lingua; tuttavia ricordava che quelli, oltre che colleghi, erano amici. Allora si decise e un bel mattino partì; ma non ce la fece ad arrivare fino al vecchio ufficio: temeva di dover sostenere un discorso in “quella” lingua che nel palazzo, dove aveva lavorato per tanti anni, era indubbiamente “ufficiale”; e alla fine si andò a fermare sulla spiaggia solitaria per raccogliere le idee. Lì il mare, quello di “allora”, era ancora libero dalle passerelle delle sirene e si cullava sornione. Quella temperatura rigida, quel sole timido e quei fiorellini spuntati accanto al viale che rasentava il bagnasciuga anticipavano le giornate radiose della primavera. La neve ancora scintillava sulle cime lontane ed un birichino raggio d’argento schizzò sul manto candido della montagna, quasi a volergli ricordare i giorni in cui aveva scioperato per andare a sciare. Mentre pensava si sentì chiamare da una voce amica. Un’automobile s’era fermata poco distante dopo una brusca frenata: era un vecchio collega che andava in ufficio e che riportò quella specie di pecorella smarrita agli amici...
Usque tandem?- Evidentemente sarà stato per la calura che in quei giorni imperversava e il clima che avvolgeva la fauna burocratica sembrava esser divenuto più pesante. Chi si trascinava smarrito, chi si dinoccolava incosciente e ridanciano, chi si detergeva un sudore non proprio gradevole… quel giorno successe che una signora, innervosita da una risposta non adeguata ad una sua precisa richiesta, aveva percosso più del necessario la vetrata dell’ufficio-informazioni infrangendola ma procurandosi anche una grossa “bua”, id est una notevole ferita alla mano. Ed ora si cercava l’impiegato che aveva provocato una così brutta reazione! Burocratico destino infame! Poi, come se non fosse bastato, arrivò a tutti gli uffici quella che fu ritenuta essere la solita presa in giro, cioè la richiesta d’un organigramma sulle pratiche smistate. Usque tandem..?
La bomba- Nei giorni in cui gli alunni dell’istituto scolastico annesso all’Ufficio decidevano di marinare la scuola, giungevano al centralino anonime telefonate con cui si annunciava l’esistenza di una bomba nello stabile; nell’edificio romano Travetti sentì parlare spesso di bombe. Ma quella volta l’allarme pareva che fosse cosa seria. L’ufficio del personale avvertì tutte le divisioni che la telefonata anonima poteva essere veritiera; fu specificato anche il piano che poteva essere maggiormente in pericolo: quello nobile, quello del pretoriano con greca e filetti. Fu così che poliziotti e artificieri si confusero nel trambusto creato dagli impiegati che scendevano frettolosi le scale per andarsi a piazzare, finalmente rincuorati e incuriositi, nei punti strategici da dove poter osservare l’annunciato botto con conseguente crollo (da molti auspicato) del palazzo; non tutti, però: ché i più furbi s’allontanarono per gli affari loro o, le donne, per fare una capatina al vicino mercato di Piazza Vittorio. Ma l’ordigno non esplose: per il semplice fatto, dissero poi, che non c’era. Travetti, sebbene avvertito, non era scappato: era uscito sul corridoio, annusò l’aria e tornò quindi in cella, ove restò a lavorare. Ma quando riaprì il bar andò a sorbire con lui una camomilla offertagli da un giovane professore, il quale, esasperato per certe lungaggini burocratiche, probabilmente era stato lui l’autore della telefonata ed era andato ad osservarne le conseguenze (così sembrò a Travetti): chissà, forse non si trattava del solito alunno scioperato.
I bip-bip. E impiantarono in un primo momento nelle celle più ampie dell’Ufficio, tramutate per l’occasione in sale da concerto pei marziani, i mostriciattoli di cui alcuni esemplari facevano “bip-bip!” di monito e di sberleffo all’indirizzo dei mucchi di carta polverosa e che già da tempo erano comparsi in qualche cella isolata: quegli apparecchi elettronici, che sapevano un po’ di macchine da scrivere e un po’ di televisori, avrebbero dovuto eliminare le cartacce per via della loro memoria che dicevano essere più spaventosa di quella di Pico della Mirandola. E ovviamente, oltre alle cartacce, avrebbero eliminato le colonie di scarafaggi che proliferavano sotto le accoglienti pieghe papiracee. Eppure qualche cattiva lingua osò definirli “mostriciattoli”; per altri cristiani questi cosi erano creature angeliche dotate di poteri taumaturgici! Fra quegli aggeggi e costoro si stabilì un rapporto di amore sconfinato, quasi che quegli allocchi metallici fossero in grado di colmare tutti i cantucci affettivi dell’interlocutore umano. Né ci si preoccupava che lo sviluppo dell’informatica avrebbe tolto il lavoro ai giovani per renderli chissà che cosa...
Un tecnico aveva già disegnato la figura di un bellimbusto e le apprendiste pensarono che il disegno fosse la foto di un cristiano alloggiato nel cofano elettronico; specie le zitelle erano entusiaste della fotografia: ritennero opportuno di farla stampare. Purtroppo a metà stampa andò via la corrente elettrica. Comunque il tecnico le aiutò ad estrarre l’opera incompiuta: era inerte e piatta, un foglio di carta, muta, limitata ad un testone segato alla carotide. Questione di energia elettrica...?

