Edizioni L'Atelier
15 Marzo 2026, 00:04
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Nino Chiocchio, L’alba dei travetti e il crepuscolo dei travetti
Capitolo XXIV
Redazione
Crescenzo e Lucio arrivarono a Sillicagnana, un paesino della Garfagnana, ospiti del vetusto palazzo di Gabriella, la sposa che di lì a poco avrebbe impalmato Tonino. Già: si dice che l’uomo è cacciatore; ma... E così pure Tonino stava per partire... Stornellate, canti alpini... Ma non ci fu niente da fare: era successo anche a te, neh, Tonì’? Lassù, in una piccola cappella di campagna di proprietà della famiglia di Gabriella, alle falde della montagna che domina la splendida Garfagnana, a volte selvaggia nelle masse avviluppate di verde e di nero, turbate soltanto dal fischio della littorina e dall’abbaiare di quel cane che vide due giovanotti scendere solitari alla stazioncina sperduta e silente, a volte dolce nelle chiazze dei laghetti minuscoli. A mezza costa del monte che sovrasta Castelvecchio Pascoli e Barga sorgevano diversi bungalows: e, a coronamento del rito nuziale, lì, precisamente nel locale “Il Ciocco”, pranzarono e gustarono tante leccornie, con buona pace della poesia pascoliana e del celibato di T. In fondo, avrebbe detto il saggio antico, che c’era di male se Tonino e Gabriella avevano coronato il loro sogno d’amore? Era giusto che fosse così! Solo che la compagnia aveva perso un pezzo pregiato!
L’adattamento- Ma intanto Travetti (che poi non avrebbe dovuto recriminare se avesse considerato che la diaspora era cominciata, a parte Giulia, proprio col suo trasferimento) fu giocoforza che tornasse nell’Ufficio romano, dove si sentiva solo parzialmente gratificato da un lavoro che spesso consisteva nel sommare al proprio quello causato dalla necessità di tappare buchi lasciati aperti da colleghi “dritti” o da apprendisti stagionati. Per questo motivo non riuscì a “legare” veramente neanche con i non pochi colleghi onesti e intelligenti: come se operasse in un ambiente estraneo... in un ambiente tanto lontano da quello della provincia, da cui si era allontanato; ed ora un segreto pudore gli imponeva di immergersi nel nuovo: in questo si doveva sentire coinvolto. Bisognava pur adattarsi alla nuova dimensione! E lo disse, proprio così, cioè che doveva adattarsi, ad un’alta funzionaria, responsabile dell’Ufficio a cui era stato assegnato, la quale funzionaria gli aveva chiesto se avesse notato grosse differenze tra il vecchio ambiente e quello nuovo. Travetti manifestò le sue perplessità per certe cose, e portò ad esempio la responsabilità professionale e il rispetto dell’orario. Alla richiesta di far nomi, si schermì replicando che non era sua abitudine fare il delatore; allora ne fece uno il capo, uno corrispondente ad un poveraccio che aveva guai in famiglia, la pancia grossa ed il padre al Ministero... Ed aggiunse: “...ma se uno è malato!” Travetti già era un po’ brontolone per conto suo... Meno male che Enzo era ripagato dall’affetto dei suoi cari e da qualche evasione tipo cenetta, in cui si sforzava di affiatarsi con i nuovi colleghi; inoltre era consolato dalla prospettiva di vacanze che gli dessero la possibilità di incamerare l’aria della montagna abruzzese e magari di fare esperienze nuove (sempre all’aria frizzante). E finalmente poté andare a Vienna e riferire agli amici chietini:
Vienna- “Carissimi tutti, - ringrazio intanto Paolino per la bella cartolina riproducente i paraggi della “Casina delle Rose” (quante pizze vi ho gustato!): l’ho trovata di ritorno dall’Austria, da dove in verità avevo divisato di inviarvi più d’una cartolina; ma non l’ho fatto semplicemente per esigenze di carattere economico (pensate che ho affrontato il viaggio di ritorno con appena 40 scellini di riserva...): me lo ha impedito quel dio alla cui ara, al Prater di Vienna, avevo sacrificato tanti tanti scellini. Beh, io mo’ vi capisco (come voi avrete capito me): vorrete sapere come. - Il castello di Miramare, i prati pettinati e le casette linde sul lago di Worth, il Drago di Klagenfurt. Férmati dove il Padreterno ha prescritto le medicine tra le più efficaci del folklore austriaco: violini a colazione (i quali sanno raccontare l’epopea della belle epoque vissuta da una capitale veramente nobile nella sua immagine falsamente anacronistica), gli ottoni a pranzo (che riflettono l’energia di quella gente montanara) e gli organetti a cena (evocatori di mazurke e vini del Grinzing). - E poi marce forzate: Schönbrunn (la residenza estiva degli imperatori), la Donautur (la torre girevole sul Danubio, dove si mangia e si beve), la Rathaus e il Duomo di Santo Stefano col suo tetto di ceramica multicolore, la Maria am Gestade, l’Opera, le konditorei (pasticcerie), i cavalli di Lipizza, la birra, i mozartkugeln (baci di cioccolata con marzapane). - Quando salimmo sulla trappola delle montagne russe tenevo ancora in mano un fiocco di zucchero filato che non riuscivo a mandar giù; poco dopo il via fui costretto a scagliare quel batuffolo bianco sul verde delle aiuole sottostanti. Nella piccola cabina eravamo in tre: io ero a poppa, davanti c’erano due simpatiche “prof” piemontesi. Certe picchiate! Fu giocoforza che ci stringessimo per evitare che gli scossoni prendessero troppa dimestichezza con gli organi interni... Tremendo e sublime! Quel patire m’infondea tanta virtù. Poi passammo alla ruota ed avemmo modo di ammirare dalla cabina, stavolta monotona e moscia, lo spettacolo di Vienna incipriata da una folta nuvolaglia trafitta dai pinnacoli del Duomo. Arrivò la pioggia e ci andammo a rifugiare in una birreria del Parco. Un’orchestra a base di trombe, tromboni e organetti scandiva i movimenti degli avventori, i quali, a braccetto, ondeggiavano trincando sui banchi; intanto su una parete dialogavano vivacemente gli zampilli variopinti di una serie di fontane. All’uscita ci accorgemmo che non pioveva più, ma le lampade, che si sforzavano di brillare nell’atmosfera ovattata da una densa foschia, emanavano una luce troppo fioca, talmente fioca da suggerirci di affidarci ad un tassinaro, il quale, molto probabilmente per via delle segnalazioni contraddittorie che gli davamo (nessuno di noi aveva le idee chiare, nessuno di noi conosceva la lingua tedesca e d’altra parte non tutti volevamo andare allo stesso posto), ogni tanto esclamava: “Mama mia!!!” - Nei dintorni di Vienna le case dei contadini, fino a quando sono fornite del vino dell’annata, si trasformano in osterie coi loro bravi ramicelli sulle porte (ramicelli legati con nastri bianchi o rossi, a seconda del colore del vino che si mesce nelle case), coi loro violinisti a cottimo e con i canti dei clienti: fu lì, in un casolare di aperta campagna, che trascorsi nella stagione più calda un pomeriggio in pullover (ad agosto era già fresco). La sera andai al Kursaalpark e vissi la dolce vita della corte asburgica in uno spettacolo che a noi potrebbe sembrare irreale. Una grande piattaforma fra le splendide rose del parco (quelle rose che rinverdivano il ricordo di Strauss), cespugli folti e pettinati alla tedesca, un bicchiere di birra da 28 (dico ventotto) scellini! E luci, e colori. Il sommesso sciacquio dei cigni che ondeggiavano su un laghetto si alternava al suono dei violini del Teatro dell’Opera: predominavano i classici valzer e le operette viennesi. Intanto sulla piattaforma si avvicendavano sei coppie di ballerini nei costumi vaporosi e variopinti dell’età di Maria Teresa con gli avventori danarosi del vicino locale. Io ballai nella semioscurità di un vialetto, fra le terga marmoree di un busto di Beethoven e l’argento del piccolo lago illuminato a giorno. Non vidi altre coppie fuori della pista; eppure c’erano Italiani e Portoghesi... Mi commosse una vecchietta, evidentemente nata nel periodo della belle epoque, che di contrabbando, accoccolata dietro un cespuglio, seguiva in religioso silenzio la “liturgia musicale” dei suoi tempi.
Però… Come si mangia male! Me ne accorsi già a Pörtschach, per via di quei maccheroni conditi con aceto e zucchero; invece ho apprezzato il vino e i dolci. Nei pressi di Mayerling, nel bosco dov’era il casino dello sfortunato amante imperiale, sorge un antico convento dove i monaci cistercensi distillano un vino molto dolce. Mi soffermai a meditare nel chiostro sui trascorsi imperial-fantareligiosi, poi andai a gustare una squisita torta sacher (ottimi i dolci, in misura inversamente proporzionale al cibo normale, che qui sembra essere consumato solamente per uno scrupolo di coscienza) in un vicino locale immerso nel verde e nei valzer (tutto verde e tutti valzer, ma i valzer classici, quelli degli Strauss, di Waldteufel, di Lear, ecc.), al riparo di un poggio che domina le anse del Danubio. Da quel poggio, poi, mi avventurai nel bosco meraviglioso e galeotto.
Mo’ mi sento un pochino stanco. Mi servirebbe qualche giorno di riposo; invece i sindacalisti della Commissione incarichi non sono mai riusciti a farmi lavorare tanto come adesso: mi hanno procurato quotidianamente diecine di ricorsi. Ma si faranno le ossa, veh[1]! Oltre tutto sono simpatici. Ieri l’altro mi hanno conferito un incarico a tempo indeterminato per l’insegnamento di “Occhio, acume e lingua sciolta”. Naturalmente questa nomina era stata fatta per scherzo; invece, ieri, ne fecero una autentica per l’insegnamento di Materie letterarie ad un laureato in Matematica e Fisica... Nel nostro Ufficio si è voluto correre nel conferimento delle nomine; voi sì che avete fatto bene! Vi ricordo sempre e vorrei venirvi a trovare tutte le settimane, ma non ci riesco. Sarà perché in fondo… Roma doma”.
La vacanza era stata breve e intensa. Quando si ha poco tempo a disposizione bisognerebbe andare al paese: lì si trova tutta la quiete che si vuole. Invece il nostro si era recato alla tana degli Asburgo anche in veste di Ulisse, quello del “folle volo”: stregato da una fra le città più interessanti del mondo, si alzava alle cinque antimeridiane e andava al letto alle tre di notte, per cui riposava appena due ore al giorno. Una volta, nell’oscurità, mentre stava per rientrare in albergo, s’imbatté in due turisti che evidentemente avevano perso l’orientamento e che si sforzavano di parlare in tedesco. Essi chiesero a Travetti, in cispadano, se erano lontani da Santo Stefano; e lui, orgoglioso di dimostrare a sé stesso che da Ulisse era stato promosso a Cicerone, giacché gli si offriva la possibilità di fare la guida addirittura in cispadano, indicò la mole buia della cattedrale che lì, a due passi, si ergeva nella semioscurità e delimitava la piazza dove si erano incontrati. Naturalmente l’indicazione fu data dopo che l’uno aveva detto sottovoce all’altro in perfetto dialetto romanesco (erano di Ostia): “Ho l’impressione che costui sappia il tedesco come lo sappiamo noi; speriamo che ci sappia dire dov’è il Duomo...”
Al lavoro- Per la Commissione era quasi finito il lavoro; ma non per Travetti, il quale si accinse a metter mano a qualche pratica arretrata non urgente. Perché il nostro faceva parte della Commissione, ma era anche impiegato, fosse il tempo bello o brutto. Veramente nel nuovo Ufficio gli sembrava che piovesse spesso, anche quando il cielo era sereno. E poi ci si mise pure la reprimenda del Provveditore, il quale, con la scusa di far gli auguri ai Commissari (le feste natalizie si avvicinavano), ricordò a tutti che sarebbe ormai giunto il tempo per por termine alle operazioni connesse alla riapertura dell’anno scolastico. Finalmente la Commissione incaricata di conferire le nomine chiuse i lavori di quell’anno con una cenetta al ristorante “Cecilia” (vicino allo tomba della Metella). La cena, al termine delle fatiche annuali, era ormai entrata nell’uso. In verità era una cosa simpatica: vedevi quella congrega di lavoratori che infine si ristorava intorno ai tavoli dopo aver sacrificato tante energie sull’ara dell’estate più calda in ossequio ai precetti dell’ordinanza ministeriale. Fra “amministrativi” e certi docenti sindacalizzati non è che corresse troppo buon sangue; eppure attorno ad un tavolo imbandito erano tutti amiconi e buongustai. Facevano, in egual misura, onore ai funghi trifolati ed all’arrosto misto: fra loro c’era un massimo comun denominatore, e per questo il nostro li fuse, gli uni e gli altri, e tutti insieme confluirono in una rosa da cui egli estrasse gli elementi più idonei, in base ai nomi elencati in uno dei primi verbali, per formare una squadra di calcio (chi aveva sempre da recriminare andava all’attacco e chi si assumeva le maggiori responsabilità andava messo in difesa). A portiere mise il Provveditore, perché costui era fatalmente destinato a ricevere i reclami per gli eventuali lavori non proprio ortodossi; a terzini mise il Preside C. e il professor R., il primo perché aveva detto di non condividere le osservazioni dei sindacalisti pessimisti e si dichiarava ottimista sul numero dei ricorsi che sarebbero stati prodotti, il secondo perché proponeva qualche soluzione e si dichiarava disposto ad aiutare la Commissione dei ricorsi; a mediani mise le dottoresse D.B., L.T. e T., tutte “amministrative” e tappa-buchi; le mezze ali erano i professori L. e G.: il primo avrebbe voluto evitare a tutti i costi i ricorsi(!), ma ciò non era possibile, e proponeva di inserire in graduatoria almeno i nominativi degli aspiranti ad incarico che avevano prodotto domanda fuori dei termini di legge (non si preoccupava dei non ricorrenti e si riteneva supplente del legislatore), il secondo voleva istruire i ricorsi e scoprì ciò che poteva accadere se il lavoro non fosse stato fatto bene; gli attaccanti erano i professori M. (sottolineava con ironia il fatto per cui quanto si discuteva in quella seduta era difforme dai criteri adottati in una precedente riunione e respingeva la proposta di R. -NdA: che apparteneva ad un’organizzazione sindacale concorrente- in ordine alla disponibilità ad esaminare i ricorsi, per cui era competente l’apposita Commissione -NdA: Che poi ...era Travetti-), V. (non gli andava mai bene niente) e T. (denunciava la scarsa organizzazione nel lavoro e il sistema di valutazione, basato su una dichiarazione dei servizi fatta dagli interessati e non confortata da documenti pervenuti in Ufficio ma non ancora inseriti nei rispettivi fascicoli).
Il clima umido favoriva l’insorgere di qualche forma di depressione e poteva provocare anche qualche inghippo. Spieghiamoci. Un giorno arrivò dal Ministero una lettera in cui si chiedeva di fare una certa operazione non proprio ortodossa. Operazione che qualcuno ebbe l’idea di affidare, per l’esecuzione, a Travetti, ma che questi riteneva di non poter compiere perché ... non rientrava nelle sue competenze. Per questo rifiutò con la fermezza e lo scotto di Papa Celestino (con la differenza che Costui fece poi carriera - e che carriera! - e Travetti no) e dopo qualche giorno si mise in congedo: se ne andò a San Candido, uno dei Comuni più alti d’Italia, dove c’erano crode e neve, non pasticcetti.
(Fine della 24.a puntata)
[1] Ciò avverrà puntualmente, qualche anno più tardi, quando alcuni “prof” sindacalizzati mostreranno più volontà e più capacità degli impiegati e funzionari “amministrativi”.

