Edizioni online - L'Atelier

Nino Chiocchio, "L’alba dei travetti e il crepuscolo dei travetti"

Capitolo XIX - L’arrivo in megalopoli

La sera e il giorno appresso fu sopraffatto dal calore dei suoi, i quali naturalmente erano contenti e lo coccolarono fino a quando Enzo, senza perder troppo tempo, prese la penna e cominciò a tempestare di lettere gli amici chietini:
“Gentilissimo Signor Provveditore, quando seppi che avrei dovuto lasciare il “mio” Provveditorato capii di essermi affezionato sul serio al vecchio Ufficio, che, oltre ad impegnarmi nel lavoro, mi aveva offerto la possibilità di trascorrere quasi sei anni nella mia Terra d’Abruzzo, anche se i miei parenti più cari non erano proprio vicini. Adesso la piena di ricordi favorisce un periodare slegato e che forse sa un po’ di retorica; ma io mi sforzerò di contenere quella piena e Lei mi capirà. Le prime persone che conobbi furono l’allora Provveditore C., che per me fu un padre, e Paolino D.C., a cui fui affidato per il tirocinio. Qualche giorno dopo rientrò in Ufficio il dottor P., reduce da un brutto incidente della strada; malgrado fosse più giovane di alcuni mesi, fu per me un modello di rettitudine e di saggezza. Intanto, tra i funzionari, erano arrivati il dottor G. e Lei; e, più tardi, il dottor D.C. Inoltre s’erano avvicendati alcuni impiegati: vi ringrazio tutti, li ringrazio tutti. Non so se meritavo il saluto affettuoso e commovente che mi è stato rivolto nel giorno della partenza; mancava soltanto la firma del dottor G., assente per malattia, ma che avevo salutato il giorno prima di partire nella sua abitazione. Gli rinnovo un sincero augurio di pronta guarigione e gli mando l’assicurazione che la firma sua l’ho apposta idealmente accanto alle altre. La saluto con affettuoso rispetto e Le prometto che non dimenticherò mai tutti coloro che hanno lavorato con me nelle stanze polverose dell’Ufficio ospitato nell’antico edificio della mia Terra d’Abruzzo”.
            Alla famiglia che lo aveva ospitato per più di tre anni e che non s’era lasciata sfuggire un’occasione per trattarlo come uno di loro: “Carissimi, comincio da Nino perché la mattina che partii non finì di salutarmi: una specie di groppo alla gola non gli permise più di ragionare, e, prima d’involarsi verso la sua fucina (l’Ufficio), lasciò scaricare la sveglia su un mobile della cucina e trovò appena il tempo di dirmi “ciao”. Caro Nino, ricaricala e tienila in attività, ché ci potrà servire quando tornerò e faremo una gita insieme. Adesso il groppo s’è spostato a Roma; ma più non ti dico, perché non voglio informare gli amici che anch’io so piangere. Ci vedremo presto, Nì’. Abbiti una forte stretta di mano e salutami caramente le rondini. Caro Luigi, ricordati che io voglio sapere con quali voti sarai promosso: perciò continua a fare il tuo dovere di scolaro nel migliore dei modi. Non ti resta da lavorare che per un mese; poi ti trastullerai con la sabbia del mare e con i films di Zorro. E quando tornerò non ti tormenterò più con i pensierini[1]. Ora mando un bacio a te ed uno alla tua sorellina Sandra. A proposito, Sandrù’, mi fai sapere cos’hai fatto dopo la partenza del barbogio che scrive? Suvvia, in fondo penso che è dispiaciuto anche a te, mocciosetta che sei e che talora hai sfidato la mia tolleranza! Nonnine care, vi assicuro che ci rivedremo presto, e intanto vi chiedo di considerarmi ancora tra voi e, soprattutto, di stare bene in salute. Gentile signora Margherita, ha telefonato qualcuno durante la mia assenza..? Beh, mó’ basta! Che pace, qui, dove non mi conosce nessuno e dove non hanno ancora messo il telefono al nuovo appartamento. Per ora vi segnalo il mio indirizzo: OMISSIS. Invio tante cose care a tutti, mentre vi chiedo il favore di telefonarmi i più cari saluti al dottor P. e di dirgli, se ancora non ha ricevuto posta, che all’Ufficio Postale c’è una lettera per lui”.
            Quindi ad una delle più nobili creature che aveva conosciuto: “Caro Lucio, sei stato per oltre un lustro una guida e un fratello. Adesso vivo a Roma, ma non mi sento affatto autorizzato a credere che la tua missione, diciamo così, sia finita e che io possa uscirmene comodamente con il “grazie” di rito; l’antico panta rei[2] non si attaglia al tuo ricordo. Ed è piacevole constatare che le persone con la “P” maiuscola possono trovar posto anche nel calderone della fauna burocratica, pure quando la loro scrivania è seminata di cicche di sigarette[3]... Sin dal primo giorno trascorso nel nuovo ufficio mi son messo a valutare le domande prodotte dagli aspiranti ad incarichi e supplenze: sono accatastate in un grosso salone arredato con tanti tavoli e con tanti telefoni, ma quasi privo di luce e di aria. Mó ti lascio, ma ti dico che la tua immagine la vedo dietro le carte della scrivania di fronte: penso che rimarrà a lungo lì, perché il tuo modello non passa di moda. Però, se permetti, quell’immagine ha bisogno di un lieve ritocco: quel ritocco semplice e umano che certe pulzelle desiderano... Ci risentiremo presto. Ciao”.
            Immediatamente dopo fece un breve resoconto al dottor G., il funzionario serio e preparato che sapeva guidare i collaboratori con intelligenza, onestà e paziente signorilità. 
            Poi una lettera-circolare agli amici: “Roma, il santo del giorno. Diletta figliolanza, forse ho ancora nelle viscere i prodotti dell’arte culinaria di Monterotondo. Avrete capito che ho lo stomaco pieno; e, sapete, quando le impressioni si recepiscono in condizioni di appagamento fisico persino la Storia si mette a marciare di conserva con il pudore; anche a casa mia mangio bene, veh! Ma al mio tavolo la spesa è minore: gli è che quanto più si spendono i quattrini per togliersi uno sfizio, tanto maggiore par che sia questo. Proprio come accade, per esempio, quando andiamo a trascorrere le vacanze all’estero invece di riposare nell’otium che ci ristora coi libri, o in solitudine, magari spaparacchiati alle due di notte sul muretto antistante la facciata della chiesetta romanica del paesello natìo. Ma tant’è: l’umanità è fatta di fessi e io stesso, mó che ci penso, se gli impegni di lavoro me lo permetteranno, vorrei fare un saltino in mezzo al Bosforo (beninteso col salvagente: per poterne uscire incolume onde tornare a quel muretto di quella piazzetta). Procediamo con ordine. Non so se cent’anni fa, quando Garibaldi si beccò la batosta degli chassepóts franco-papalini, a venti chilometri da Roma c’era l’afa che c’è oggi; certo doveva far caldo, non foss’altro che per le schioppettate. Ieri al posto delle schioppettate c’era il caldo. D’estate, sulle alture coperte di vigneti, solitamente il verde assorbe la calura. Ieri non era proprio così, malgrado t’invitassero quelle dolci colline rotondeggianti, parte chiomate con alberi secolari e parte pettinate con lunghi e precisi filari di viti. Nonostante tutto, l’amenità dei luoghi pare più adatta ad ispirare i poeti che ad esaltare i condottieri; eppure Mentana, lì vicino, ricorda un glorioso capitolo dell’epopea garibaldina. E ci si sente guerrafondai! Soprattutto quando si entra nel sacrario e ti si para dinanzi l’enorme urna in cui sono raccolte le ossa dei Garibaldini uccisi dai Francesi. Tanti crani bucati, diversi sfracellati. Su una tibia era inciso un nome: Francesco Ricci. Poi un piccolo museo. Entrato, mi venne voglia d’imbracciare uno di quei grossi fuciloni arrugginiti e di indossare una delle giubbe ammucchiate attorno al ramo del mandorlo che fremette nell’ora dei fratelli Cairoli. Quando poi, scendendo su Monterotondo, ho incrociato la “Mercedes” di un porporato, ho dimenticato per un attimo che la Storia è maestra di vita! Ma solo per un attimo. Poi è comparsa la dedica di Luigi Castellazzo incisa su un fianco del monumento eretto in memoria dei Garibaldini alla Villa di Monterotondo: Ossa di forti - la tirannide vi lasciava insepolte - disseminate per la mesta campagna - La libertà vi raccolse - Se fosse minacciata - vi farebbe risorgere. E la gita si risolse in un pellegrinaggio. 
            Per rifarmi ci tornai il giorno appresso. La “Villa del Paradiso” sta in fondo a Monterotondo, è nascosta in mezzo alle palme e in un trionfo di foglie rampicanti. E’ un luogo ideale per gli anziani che vogliono trascorrere qualche ora serena; ma anche i piccioncini in cerca d’ispirazione possono agevolmente riposare accanto alla pietra delle statuette disseminate nel giardino. Ripeto, il luogo è bello, malgrado non sia esteso; quello che là non ha limiti è l’enorme tuba candida dei cuochi, un bacchettone di stoffa rigida che incombe a mó di cilindro sulle teste dei famigli di Lucullo come il fungo di Hiroshima spruzzato abbondantemente di farina. Il menù era buono (francescana l’ortografia di chi lo aveva compilato): ...salame genuino, squisito antipasto per i buongustai;  tortellini capricciosi nell’impasto di prosciutto e burro e funghetti; arista[4] di agnello (credevo che la lingua greca non si mangiasse; poi dice che le lingue morte non servono!) ottima, tenera come un pezzo di torta: l’agnello sacrificale! E che dire, poi, di quei carciofini arrostiti, che solo a ricordarli mi vien l’acquolina in bocca, ed il cui numero (per me esiguo) m’indusse a domandare al cuoco se loro, prima di servirli, li contassero..? E di quei fragoloni? Io posso aver mangiato anche meglio in altri momenti ed in altri luoghi; ma, poiché il miscuglio di appetito e di memorie e di caratteristiche locali finiscono sempre col suggestionarti, mi parve di consumare un pranzo degno di un ufficiale dei Garibaldini! 
            Come ve la passate voi? Ha pensato, qualcuno, a tamponare la falla della mia assenza in quel di Chieti? Presuntuoso... Senza dubbio non sarà facile, per il maresciallo, dimenticare le fiere batoste, scusate, le limpide lezioni che gli ho impartito sul tavolo da gioco. Quel discreto giocatore che sa un po’ di Giovanni Pascoli e un po’ di Francisco Madero, quel barone pensionato che si impegna anche quando fa le cose di poca importanza, che ha saputo perdere con stile tante partite giocate col sottoscritto, ebbene colui troverà pure il modo di alleviare il peso della mia mancanza. Già, carissimo, dico a te. Sono diversi giorni che non ci vediamo né ci sentiamo, e poi ci si è messo di mezzo lo sciopero di quelli che portano le lettere (veramente non mi ero mai illuso sulla loro sollecitudine, anche quando non scioperavano): faccio la “filosofia” se affermo che ci si vede nel ricordo? Francamente credo che sia proprio così: però non si pensi che sto cercando un alibi. Cerco soltanto il modo di non allontanarmi troppo da voi, col formulario epistolare, che, solo, per ora, mi permette di inviare una forte stretta (di mano agli amici di sesso maschile) insieme con i saluti più affettuosi a voi ed ai vostri cari che non fossero destinatari della stretta. Ciau ciau.”
            Trascorse qualche tempo; giorni di silenzio, fra Enzo e gli amici, un silenzio determinato in gran parte dall’impegno burocratico del momento (tutti erano impegnati nella valutazione delle domande d’incarico), impegno accresciuto, per il primo, dall’opportunità di conoscere l’ambiente romano. Poi Lucio ruppe gli indugi e rimproverò a Travetti l’interrotta presenza epistolare. Allora costui andò alla scrivania e: “Caro Lucio, beh, addirittura interrotta solo perché è passato del tempo! Anch’io ho pensato sempre a voi. Come se non vi ricordo?! E l’intensità del ricordo ingigantisce le vostre persone! Con tanta, tanta nostalgia vi ricordo; e ci metto pure quel senso di gratitudine che va a tutti i Chietini, i quali per sei anni mi hanno dimostrato quanto sia squisita la loro ospitalità, nonché a tutti gli amici di una bella stagione della mia vita, stagione che con loro mi sentirei di continuare, nella sua interezza, molto più volentieri che non nella buia foresta in cui potrebbe immergersi l’austero scenario dell’ufficio romano. Da allora parecchia acqua ha sciacquato il letto dell’Alento[5]; ora ripenso alla pace di Serramonacesca[6], di San Giovanni in Venere[7], della “Piana delle Mele”[8]; al chiasso della nostra confraternita nell’”Albergo Salus”, alla “Nave”[9], nella pineta dannunziana[10], sulle alture di San Silvestro[11], ecc. Mi dici che in un piccolo arco di tempo sono intervenuti fatti luttuosi che hanno interessato te e la tua Gabriella. Mi duole. A volte le frasi di circostanza urtano i nervi; ma credimi: a che prò torturarsi se l’avvenire sarà sereno nel ricordo dei momenti più belli vissuti con i nostri cari? Torniamo a noi, suvvia, ed ai requerdos qui sont como las medanas de oro: ricordi; quei ricordi, almeno i miei, non oscillano mica tanto, dal momento che sono stati sempre inchiodati alla vostra immagine! Ho sempre mantenuto contatti con gente delle nostre parti che le esigenze della vita hanno costretto a migrare in questa landa (se vuoi, aggiungi pure deserta, ché tale potrebbe sembrare al di là del traffico, inteso al singolare o al plurale, a coscienza). L’Ufficio? Qua ti fanno diventare infingardo perché son tutti capi e pochi, così, tirano la carretta: potrebbe illustrare Cambronne, con il suo linguaggio colorito e forse inurbano ma plastico, un aspetto della vita convulsa del caput (mundi, dicebatur). In questi giorni nel mio piano stanno lavorando i muratori per certe porte da aprire ad un metro di distanza da quelle da chiudere. E tutto in mezzo al via-vai degli impiegati, del pubblico implorante, dei colpi di martello e delle nuvole di polvere. Cose da pazzeschi, direbbe T.F. 
            Chieti è sempre la città della camomilla? E si esalta sempre nella Villa bella e refrattaria all’abbraccio edilizio? Salutami, per favore, tutti gli amici (specialmente quelli che sono rimasti celibi o nubili) in cui ti dovessi imbattere, da Franco e Ambrosina ai Tonini (R. e C.), a Dario D.L. Grazie. A te e Gabriella, ma anche ai tuoi cari (a proposito, che fanno Dino e Carlo?) ed ai tuoi bambini, ai quali prego di ricordarmi o di farmi conoscere per quelle poche doti positive che la vostra bontà avesse per caso scoperto in me, un caldo arrivederci ed un doppio caro augurio: per le prossime festività e per la cicogna”.
            Enzo, poi, intensificò la lunga corrispondenza con gli amici che aveva conosciuto a Chieti. (Continuo)

[1] Enzo aveva seguito un po’ negli studi il piccolo Luigi.
[2] Tutto scorre.
[3] Lucio era un fumatore accanito.
[4] “Ariston” in greco vuol dire “migliore”.
[5] Torrente del Chietino, familiare ad Enzo, nei pressi di Serramonacesca.
[6] Il paese più vicino alla basilica romanica di San Liberatore della Maiella.
[7] Chiesa e convento eretti nell’VIII secolo su un tempio di Venere. Tanti secoli fa fu costruita l’attuale basilica monumentale al termine di un piano, coperto da pini, che spinge il bel chiostro a strapiombo su un piccolo golfo.
[8] Località montana nei pressi di Guardiagrele, sulla Maiella.
[9] Nell’albergo “Salus” la compagnia consumò tanti pasti; il ristorante la “Nave” era il ritrovo prediletto.
[10] Alla periferia di Pescara.
[11] San Silvestro è un colle tra Francavilla e Chieti.