Nino Chiocchio, L’alba dei travetti e il crepuscolo dei travetti

Capitolo XXI

La messa a punto preludeva ad una gita. La meta era Veio; ma mi fermai ad Isola Farnese per placare il languore che saliva dal ventre. Che crapula, che delizia quegli agnolotti! Proprio in questi giorni un filosofo contemporaneo ha coniato l’ultima in fatto di Filosofia affermando, press’a poco, che la cucina è civiltà e cultura, quindi è un prodotto storico: ergo anche con la Storia si mangia. Buon appetito! Superato lo sprone roccioso su cui sorge Isola, si sale dolcemente per un paio di chilometri in mezzo a tronchi secolari. Lo sterpeto è interrotto, ad un tratto, dagli enormi macigni incuneati in una piccola quanto orrida gola su cui par di vedere, qua e là, ergersi qualche antica sentinella, la lancia inchiodata fra le braccia robuste incrociate sul petto villoso. Poco oltre, alle falde della collina, un cunicolo millenario si apre accanto alla strada asfaltata. Ci entrai risoluto; però, quando cominciò a far buio nello stretto corridoio sotterraneo, fatto a ferro di cavallo, mi venne tale un timore reverenziale ...per il tufo e per le cose antiche, che i miei passi divennero meno decisi e più leggeri, quasi che volessi accattivarmi le zolle e la ghiaia che calpestavo: in una parola, un po’ di “spaghetto” m’impose la circospezione che usa sul terreno minato, e finì per suggerirmi la via del ritorno. Nei pressi di quel vetusto camminamento il percorso continua per un viottolo che si snoda sul selciato sconnesso di un antico acciottolato, su su, fino ai ruderi della città raccolta alle pendici di una collina ricca di verde; a sinistra si completa l’aspetto suggestivo della visione arcadica. Il mulino ad acqua, là vicino, me lo raffigurai affollato di massaie e fornarine del contado romano, animato insomma, in un veloce volo pindarico, sul gran libro della Storia: lo vidi nella polvere bianca e nel frastuono delle pulegge e degli scrosci d’acqua che penetravano per la finestrella della piccola diga ancora intatta con la cascatella canterina. Chissà quante stornellate echeggiarono lassù! E quanto recalcitrare di muli carichi di sacchi! Stasera permane in me una vena di nostalgia; tanto più che a decimetri di distanza ora lì sorge, avvolto nelle foglie che si arrampicano intorno alle pareti rozze, un localino ben attrezzato per gli spuntini... E non c’ero andato (mi resta il cruccio di non esserci andato) perché avevo fatto il pieno ad Isola Farnese... Ciau ciau.”
    Pietro, da buon pragmatico, non rispose: mandò i saluti e forse telefonò; alla lettera di Veio rispose Lucio: “Caro Enzo, ti scrivo con la penna rossa perché in questo momento di confusione non trovo una penna nera, anche poi per adeguarmi al colore politico del Paese dove si è diplomato Pinkus Pallinowski. Noto con piacere che, ad onta delle carrellate di domande giunte a voi, trovi anche il tempo e le compiacenti dattilografe per fare delle circolari personali. Nonostante tutto sono convinto che al Provveditorato di Roma potrai più di qui coltivare la tua vocazione alla letteratura e in particolare alla prosa estemporanea analitico-descrittiva-lirica se riferita a paesaggi, piuttosto acre e polemica se riferita a qualche tuo collega immerso nella visione rivoluzionaria della nuova società fondata sul “furto autorizzato” e sulla previdenza sociale costituita con i risparmi degli altri. Ad onta della penna rossa sto adesso pensando ai canti delle “penne nere” e delle montagne di mezza Europa che in coro poco modulato e molto pulsante abbiamo insieme interpretato su e giù per le contrade dell’Abruzzo, con accompagnamento congruo di gentili voci bianche dentro la cassa armonicamente risonante costituita dalla tua Peppinella, prima, e poi dall’Aida. Adesso non canto più troppo spesso, piuttosto ballo la samba qui in quest’ufficio dove sono più solo di prima contro le preoccupazioni di lavoro e più affollato che mai in fatto di “postulanti”. Tanto che non trovo più il tempo di scriverti o di risponderti. Pazienza! Tu mi comprenderai. Per il resto poi avrei un sacco di cose da dirti, ma per ora preferisco rimandare ad un prossimo colloquio, perché spero sempre che possa venire a trovarci, meno di fretta e in più propizie circostanze ripetto all’altra volta. Okey?! Promesso! Per ora ti saluto caramente insieme ai tuoi. Sono rimasto solo in Ufficio per cui non posso questa volta aggiungere le firme e i ricordi degli amici di qui dentro. Saluti. Ciao. Aff.mo Lucio”. L’amico era carico di lavoro e tradiva una vena nostalgica per tempi non lontani. Ma Enzo non voleva che Lucio si sentisse oppresso: e gli rispose raccontandogli l’episodio della dentiera. “La dentiera, che disdetta! Già mi s’era messa di traverso alla bocca una volta, a Bocca di Valle, mentre cantavo a squarciagola, e l’urlo s’era strozzato in gola dando via libera al coretto sgangherato delle voci bianche. Ora anche le colleghe dell’Ufficio romano si dovevano accorgere che ero sdentato. Successe così. Mentre lavorarvo in gruppo, una collega mi offrì una caramella di quelle che s’incollano sul palato e in mezzo ai denti. La collega non sapeva dell’esistenza della dentiera e io ritenni opportuno non fare troppi complimenti: avrei relegato il dolce ordigno in qualche parte remota della bocca. Purtroppo la cosa non mi riuscì. Una parte della caramella si attaccò al palato, mentre l’altra estremità tirò su l’attrezzo che garantiva la continuità del nitore alla corolla messa a presidio della caverna. Quel giorno d’intenso lavoro mi andò male: chiusi la bocca per quel che potei, in un ghigno strano, fino a quando fui costretto a chiedere una sosta e correre al bagno per effettuare un restauro provvisorio; qualcuno, all’esterno, opinava sulla mia resistenza renale...”
    Qualche giorno dopo Travetti scrisse nuovamente agli amici affidando stavolta al latino maccheronico, quel latinus grossus qui facit tremare pilastros (e che forse il nostro riteneva appropriato nell’illustrazione delle modalità e delle procedure seguite nella megalopoli), le impressioni da lui riportate sul conferimento delle nomine nella nuova residenza:
    “Assignationibus  provvisoriis paratis (id est initiatis), scioperum intervenit salutare. Interea inespertum crumirum (sic dicitur nunc) quoddam misticavit cartas, postea reddimus nos: raccapezzantibus opus erat. Deinde, raggruppato multo velociter completatoque orario triennalibus, illis sine posto sistematisque (semper multo velociter), cavalcavimus in carosello nominarum, quod est crucis et delitia mundi! Scientia vestra sit hic nominas fieri, praeviis telephonatibus ad interessatos, uno scorrimento (id est profluvie graduatoriarum una), convocationum salone: sic paucis diebus, omnia perfectionnantur. Sed quale praetio! Nam in illo tempore fore ut nominaturi, magistri superiores pauco decorositer multoque disagiate adfollant, pecorini comprimendi causa, curriturum vestibulumque praedicti salonis. Hoc est enorme, tamen sub cortina (cortile), scavatum et accipiens ariam naturalem pluviamque per unam botolam voltae (reliquae duae clausae sunt); respirandi restum est artificiale (id est bafta atque fiatum fumatorum) et effugit gravitatis peso ut circomfluat capita carabinerum alta, quibus semel in anno licet venire ad impiegatos provveditoriales sorvegliandos. Intelligistisne quomodo nunc hic est patendum (id est laborandum patendo) manducatum panem? Et sicut sapet sale, ille panis! Scientia vestra sit olim, cum nobis redeundum fore statim in officio, subscriptum collegosque in hostaria finitima Provveditorato manducasse media die, hercule!”
    Lucio rispose di aver letto questa lettera in cispadano arcaico a tutta la Commissione chietina degli incarichi tra grandi schiamazzi, risa e varie riflessioni dei commissari, i quali avevano le mani allo stomaco e la testa sotto il tavolo. Alla commissaria professoressa M. concesse di copiare il brano e comunicò che la Commissione aveva pensato di adottare anche lì il sistema delle convocazioni in una apposita aula convocationum fore ut nominaturi magistri superiores majus vel minus decorositer adfluant, pecorini comprimendi causa et in hoc uffitio”.
    Specialmente negli anni successivi a quello del trasferimento, la corrispondenza fra Crescenzo e gli amici fu intensa. Anche Ettore, il pianista, gli scrisse e lo invitò alle nozze della figlia; ma il nostro in quel periodo era alquanto oberato di lavoro e non poté andare: lo fece presente al musicista, il quale gli riservò ugualmente il posto a tavola, fra gli invitati, e poi si rammaricò perché l’amico non aveva potuto aderire all’invito:

                    “Pescara lì ecc.

    Mio caro Enzo,
    ti ho tanto atteso, e purtroppo invano, il giorno 29: pensavo che il mio piano potesse riuscire; purtroppo il tuo posto a tavola è rimasto inesorabilmente vuoto! Da quando sei partito so di aver perduto un amico e protettore: non dimentico quanto ti devo! Penso però che anche da lontano non mi abbandonerai, se dovessi aver bisogno di te, perché sei tanto buono e fine. Avresti potuto essere un grande musicista, con quella sensibilità che ti ritrovi: un violinista con i fiocchi!
    Mi dispiace molto che devi lavorare con questo caldo, e per giunta a causa dei miei colleghi; comunque ti attendo e sarà grande la gioia nel riabbracciarti e rivederti. Una sviolinata dolce e sentimentale con il tuo violino sarà per me gran conforto: esso ti attende  e spesso mi chiede di te per essere suonato.
    Iddio si diverte sempre con me: quest’anno mi ha ucciso Iolanda, la donna di servizio fidata, che per me era una persona di famiglia, e mi ha contemporaneamente allontanato l’AMICO, unico nella mia vita, che mi ha dato la mano in un brutto momento, senza nulla chiedere e addirittura sconosciuto fino a poco tempo prima!

                            Prof. E.F.M.G. e N. ”
Fine della 21.a puntata