L’Aquila e Provincia Ambiente
2 Febbraio 2026, 06:41
Demonticare nel XXI secolo da Campo Imperatore all'Aquila a piedi, come una volta
Annalisa Parisi
Il paradosso della tutela: quando la biodiversità viene celebrata ma i suoi custodi restano soli. C’è un’immagine che attraversa con forza la narrazione contemporanea delle aree rurali: quella delle greggi in cammino lungo i tratturi, dei cavalli che risalgono verso i pascoli alti, dei gesti antichi che ritrovano spazio nel presente. La transumanza è Patrimonio Immateriale dell’Umanità. La monticazione viene raccontata come pratica virtuosa.
Le parole “pastorizia estensiva”, “razze autoctone”, “saperi tradizionali” tornano nei discorsi politici, nei documentari, nei progetti europei, nei dossier sulla sostenibilità. Eppure, dietro questa narrazione apparentemente armonica, si apre una frattura profonda. Perché mentre queste pratiche vengono celebrate sul piano culturale e normativo, coloro che le rendono vive ogni giorno continuano a sperimentare isolamento, precarietà e crescente difficoltà nel mantenere in vita un modello di allevamento non intensivo, rispettoso degli animali e dei territori.
È qui che il racconto si rovescia, diventando paradosso. Le stesse attività che oggi incarnano l’idea di un futuro sostenibile – il pascolamento estensivo, la gestione semi-brada, la selezione di razze adattate a contesti marginali – sono tra le più penalizzate dal sistema economico e amministrativo.
Gli allevatori custodi, ovvero coloro che mantengono vive razze locali a rischio di estinzione, operano spesso in condizioni limite: in aree interne scarsamente servite, con infrastrutture insufficienti, sottoposti a una burocrazia pensata per modelli intensivi e standardizzati, costretti a misurarsi con mercati che premiano la quantità a discapito della qualità e del valore ecosistemico.
La retorica della sostenibilità corre molto più veloce della sua reale applicazione. Il vero paradosso è che la biodiversità viene narrata come futuro, mentre viene vissuta come sacrificio. Se gli allevatori custodi dovessero scomparire, continuerebbe comunque il racconto della biodiversità.
Esisterebbero ancora progetti, convegni, celebrazioni, forse persino rievocazioni storiche. Ma verrebbe a mancare ciò che rende autentico quel racconto: la vita che lo sostiene.
Perché la biodiversità non è solo un concetto scientifico, né un valore astratto da inserire nelle strategie. È una pratica quotidiana. È una responsabilità incarnata. È una scelta di vita che oggi ricade sulle spalle di pochissimi, mentre a beneficiarne è l’intera collettività.

