Edizioni online L’Atelier

Nino Chiocchio, L’alba dei travetti e il crepuscolo dei travetti

Capitolo XX

La città di provincia è un po’ un grosso paese. C’è il corso o la via principale dove, cessati gli impegni di lavoro, puoi incontrare tutti gli amici; quindi torni ad incontrarli nel via-vai a volte divertente e a volte esasperante. Il corso è sempre lo stesso. Sicché la conoscenza diventa frequentazione e questa puó generare simpatia o - nella diversità dei sessi - qualcosa di più. In ogni caso è una frequentazione diversa da quella della megalopoli, dove tutto è inquinato dallo smog e dai rumori che la rendono invivibile e che ne riflettono gli umori anche nei convenevoli. Nella grossa città ci sono tanti corsi e tante corse, quindi tutto vi scorre in fretta e non c’è tempo per le raffinatezze: qui è tutto fortuito, qui ci azzecchi per caso. Press’a poco questa è anche la dimensione del nuovo posto di lavoro. Così Travetti descrisse ad un amico lontano l’impatto col nuovo Ufficio: “Il titolare dev’essere un uomo veramente in gamba. Non solo perché ha ottime referenze per essere, lui, abruzzese. Purtroppo nelle ore d’ufficio lo segue un codazzo numeroso e variopinto: sono funzionari ed impiegati seriosi, che sembrano (essi!) consapevoli di essere investiti di funzioni demiurgiche. A Chieti sentii dire che chi sta vicino al sole si scalda: qui addirittura bollono un po’ tutti. Nella megalopoli, specialmente se è anche la capitale, l’inquinamento da boria è molto più pesante che in provincia; e dire che, se ben si riflette, i vanagloriosi generalmente sono tutti poveri diavoli in carne ed ossa, anche quando son dotati di una buona epidermide antinquinamento più che quelli di periferia. Non ti nascondo che, volente o nolente, mi assale una certa tremarella quando penso che sarò costretto a respirare una certa aria... Per ora, poiché amo il quieto vivere e cerco di evitare scosse al sistema nervoso, vorrei accattivarmi subito, in mezzo a tanta gente, almeno una parte delle persone simpatiche, che pure ci sono; e con loro una porzioncella di questa fauna burocratica, i cui esemplari non dànno un grammo di energia in più di quello per cui sono retribuiti (quando e se lo dànno!). Fra questi c’è Mevio, un anziano collega che qualche tempo fa è stato trasferito dal Ministero; e poiché di questo voleva conservare le abitudini di lavoro (cioè lavorare poco e pochino, in modo da tenere sempre il tavolo pulito), il responsabile del mio ufficio, una donna che vuole sembrare energica fin dove lo consentono l’amore di carriera e la bonarietà napoletana, mi ha pregato di assumere ...ad interim il di lui dicastero (un servizio da due pratiche al mese!). Nel farmi le consegne, il collega, un tipo educato e gentile, sulla cinquantina e piuttosto mingherlino, con la gravità che gli imponeva il suo nome, che è lo stesso di un illustre economista, ha estratto dal cassetto della scrivania (nella cui serratura ho poi trovato incastrata una chiave rotta) un elegante astuccio. Se lo è rivoltato fra le mani e, tra l’amletico e il solenne, con tono rammaricato per il distacco, me lo ha donato dicendosi dolente di doversene allontanare. Gli ricordava qualcosa? Che? Quindi ha aggiunto che non lasciava molte pratiche in sospeso (...); quando è uscito dalla stanza io, incuriosito dalla solennità della consegna dell’astuccio, l’ho aperto: era vuoto! Poco dopo è arrivato un “sollecito” a rispondere ad una nota che era già stata sollecitata tre o quattro volte. Danno (l’eccezione conferma la regola) decisamente di più di quel che dovrebbero le due signore, ambedue sposate con prole, con cui collaboro nell’ufficio degli incarichi e supplenze nelle scuole secondarie. Dinamica e dolce l’una, più dolce ancora l’altra. Da qualche giorno sono stati istruiti i ricorsi di quest’anno, meglio, “opposizioni”, visto che i ricorsi erano indirizzati all’autorità che aveva emanato i provvedimenti impugnati; allora io me ne son salito sopra, nella stanzetta del sesto piano, dove c’è da sfoltire la corrispondenza dell’impiegato dell’astuccio, il cui comportamento, allora, fu stigmatizzato, e dove c’è da mettere ordine nei cassetti intasati della scrivania con la serratura ingrippata. Le due care colleghe dicono, celiando, che quando salgo su mi allontano da loro e le tradisco: cercano di non farmi rimpiangere l’ufficio chietino. Ho conosciuto anche un’impiegata molisana, relativamente giovane e non proprio avvenente, la quale forse cerca marito perché ad ogni collega papabile chiede generalità, corso di studi frequentati e stato civile. Se non fosse soltanto più che noiosa sarebbe almeno patetica: negli interrogatori insiste pervicacemente e, se li avesse, userebbe i mezzi di Torquemada; vuoi vedere che alla fine qualcuno, per non sentirla più, se la sposerà? Al portone c’è un usciere serio, scrupoloso e zelante, talmente zelante che all’economo, il quale lo aveva pregato di andargli a comprare una lampadina da cento volts, ne ha riportato due da cinquanta perché non aveva trovato quella da cento. 
Enzo spesso rientrava a casa un po’ depresso. L’aria dell’Ufficio della megalopoli non gli sembrava troppo salutare. Per illudersi di respirarne un po’ di quella pura pensò agli amici di Chieti. Poi scrisse a Tonino: “Toninone caro, hai fatto trasmettere regolarmente a Chieti le domande intese ad ottenere un incarico d’insegnamento per il prossimo anno scolastico? Bravo! Scalali tutti adesso, gli altipiani, giacché - sempre che nel frattempo non ti cada in testa la tegola matrimoniale - prima della primavera prossima potresti finire incagliato nella scogliera di Ortona, che, da buon alpino, non disdegni neanche nei giorni freddi[1]. Io spero di ambientarmi nel grosso Ufficio, dove purtroppo non è possibile che mi occupi di troppe cose (oltre tutto la megalopoli, almeno per via della sua dimensione, è dispersiva). Ieri ho telefonato a Bruno e con lui ho parlato di te…”
            Ancora agli amici: “Figliolanza diletta, il mio prossimo cambiamento d’indirizzo (con l’inevitabile trambusto che segue) e le agitazioni sindacali postelegrafoniche mi forniranno un alibi inattaccabile. Perciò vi va un’altra lettera-circolare? Non so quante migliaia di domande (da valutare in pochi giorni) siano arrivate all’ufficio di protocollo (una specie di vetta dell’Elicóna: è ubicato all’ottavo piano e dai suoi balconi si odono appena le incongruenze viscerali delle formiche motorizzate), donde scendono quotidianamente con il montacarichi, ammucchiate su un carrello, nella sala così detta “delle convocazioni”. In genere quelle domande sono più complesse di quelle in cui mi cimentavo a Chieti: a parte le schedine bianche che si devono riempire dopo aver completato ogni scheda madre, cioè quella rosa, a parte le trappole procedurali, qui si valutano pure i titoli dei pellegrini (baccalaureàt ed altre mercanzie equipollenti ai titoli nostri). Mó vi trascrivo un diploma rilasciato a Bucarest; ma solo parzialmente e per la delizia di Pietro, il quale ama tanto le lingue bislacche. Deve trattarsi di una parificazione della licenza della nostra Accademia di Belle Arti. Gli stemmi abbondanti ed i caratteri cirillici li lascio alla vostra immaginazione:
 
ACCADEMIA DE ARTE FRUMOASE Din BUCURESTI
Ministerul Culturii Nationale Si al culterol
DIPLOMA
 
In numele Majestatii sale Regelui Mihai I 4 Noi
Ministrul Culturii Nationale sì al Cultelor in baza Procesului Verbal n.81 din anul 1942 luna junie incheiat de Consiliul Profesoral al Academiei de Arte Frumoase din Bucuresti prin care se constata ca Domnul Pinkus Pallinowski (ma il nome non era questo, anche perché era illegibile) de religie rom. catlica nascut in anul 1912 luna Octombriezina 6 in Comuna Tulcea judetul Tulcea a trecut examunul de Diploma la Sectiunea de Sculptura Diviziunea Pedagogica cu mentiunea 7- Tihe
Dat in Bucuresti ta januarie 1942.
Conferim Domnului Pinkus Palliniwski Diploma Academiei de Arte Frumoase pentru a se bucura de toate drepturile si prerogativele acordate de Legi.
OMISSIS, anzi “seguitùl”
Ministrul Culturii National sì Al Culterol (F.to illegibilul)
Rectorul Academiei (F.to illegibilul)    Directorul INVA tamtului Superior (F.to illegibilul)
Semnatura titular (illegibilul)   
 
 
Capitùl, niétzka, Petrùl? Scarta le “orribili favelle”, manda a memoria il resto del brano e recitalo due volte al mattino, prima della colazione, e due volte a sera, prima che ti vai a cuccare (dal napoletano cucco, mi corico), possibilmente a stomaco vuoto in maniera tale che l’ombelico non segnali troppi scossoni per via dello sbellicamento. Intanto farò consigliare questa ricetta anche al mio barbiere, il quale nel maleodorante clima elettorale s’è riempita la bile di pus ed ha trovato il modo di perdere un cliente. Dopo aver premesso esser lui “uomo onorato”, ha accennato (ha detto di essere proprietario del negozio ed anche di vari immobili) ai “signori impiegati” e agli sporchi capitalisti uniti in una filippica (analfabetismo permettendo) indirizzata ad un americanofilo che si stava facendo radere e che tremava tutto. Fin qui poco o nulla di straordinario, considerato che i tempi che corrono reclamano un alto tasso di ignoranza e di pavidità (e di tolleranza). Soltanto che il mio ombelico si tritticava più del solito; d’altronde non potevo sfogare la mia ilarità se volevo continuare a sentire i balbettii un po’ imbecilli e un po’ blasfemi dei due tarocchi. Ad un certo punto il figaro ciarliero, in nome di un’auspicata eguaglianza economica (concetto a dir poco originale pel barbitonsore, il quale aveva esordito affermando che non avrebbe ceduto ai bisognosi il negozio né i suoi immobili), ha fatto l’apologia dei ladri, i quali - a differenza degli impiegati, che ruberebbero comodamente allo Stato stipendi fermentati sulle tasse dei contribuenti - si guadagnerebbero il denaro rischiando la vita negli assalti alle banche ed ai privati cittadini! L’uomo d’onore non faceva differenza tra i tipi di assalto, mentre il tremebondo interlocutore sarebbe stato disposto a concedergli la validità dell’affermazione relativa all’assalto alle banche, ma non ai cittadini (che di quelle banche si servivano). Me ne sono uscito con i capelli più corti, un po’ disgustato e un po’ divertito, senza dare la consueta mancia al barbiere cialtrone. Comunque m’ero rasato. (Continua)
 
 [1] Da giovane e prestante Alpino, Tonino scalava tutte le asperità, anche in senso metaforico.