In merito ai cinque alunni del Liceo Vico di Sulmona

Hanno ostentato a scuola simbologie autoritarie

La scuola è cultura, apprendimento, vita. È definita come un luogo di formazione civile e di confronto dialettico. Ha il compito di educare alla convivenza democratica, trasmettendo i principi della cittadinanza attiva. Non trasmette solo nozioni, ma crea situazioni in cui si vivono esperienze sociali, fondamentali per un’educazione al senso civico, al rispetto delle istituzioni. Come luogo fisico ha spazi perché gli studenti possano avere voce, partecipare attivamente al contesto scolastico con il loro pensiero formale.
Lo Statuto delle studentesse e degli studenti dice chiaramente che l'istituzione scolastica mira alla formazione di cittadini liberi, consapevoli, critici e solidali. 
In merito ai recenti episodi, riportati in cronaca locale e nazionale, accaduti nel Liceo Vico di Sulmona, mi permetto di chiedere: “perché è successo in una scuola statale che, com’è scritto in tutti i piani triennali dell’offerta formativa è un luogo di educazione e di confronto democratico?”
L'ostentazione da parte di alcuni giovanissimi alunni di simbologie totalitarie, il giorno in cui si commemoravano i martiri delle leggi razziali, uccisi dal Fascismo e dal Nazismo, come spiegarlo? Ma la scuola non è uno luogo aperto e inclusivo, dove non può esservi spazio per simbologie che celebrano l'oppressione e la discriminazione? Non è compito della scuola fornire gli strumenti critici per comprendere il passato, affinché i valori della libertà e della tolleranza rimangano il fondamento dell'agire dei giovani cittadini?
Sul giornale on line “il Germe”, l’autore dell’articolo “La memoria corta” ha scritto: «archiviare quanto è successo come “ragazzata”, sarebbe un errore per la comunità educante tutta, perché che lo si voglia ammettere o meno, c’è un oceano di incomprensione profondo, un gap comunicativo, con le nuove generazioni, quelle degli adolescenti e dei preadolescenti in particolare, imprigionati in realtà digitali parallele che gli adulti non riescono proprio a penetrare. (…) La scusa dell’inconsapevolezza non può bastare, perché a sedici, diciassette anni, a pochi passi dal diritto al voto, non ci si può permettere di ignorare e non conoscere la Costituzione o i valori su cui è fondata».
Nulla da osservare se non aggiungere che l’episodio stigmatizza un insegnamento fatto di una eccellente “mission” programmatica, che poi la “missione” non rispetta. Se i ragazzi seguono più quello che raccontano i social, vuol dire che l’insegnamento non è adeguato.
Lasciamo stare le famiglie, perché il compito di educare i giovani a capire la storia per non cadere negli errori del passato, a rispettare le diversità, a proteggere e aiutare i più deboli, a rispettare la Costituzione, a comprendere lo sviluppo del pensiero umano, ad esseri consapevoli dei doveri di un cittadino, lo Stato lo ha assegnato alla scuola, agli insegnanti, ai dirigenti scolastici.
Se i cinque adolescenti si sono smarriti, il consiglio di classe evidentemente non ha tenuto presente la parabola della “Pecorella smarrita”.
Se questi hanno esposti simboli che richiamano regimi autoritari in un luogo d'istruzione non è una "bravata", ma un segnale che richiede una risposta pedagogica e didattica chiara.