Cocullo Storia
4 Ottobre 2026, 00:01
SFACCETTATURE DI COCULLO
UNO SPACCATO DELL’ALTA VALLE SETTENTRIONALE DEL SAGITTARIO
Nino Chiocchio
Ero giovane. Durante una passeggiata, sulla via che da Cocullo porta al Casale, stavo ripassando e riflettendo sulla lezione impartita ai suoi alunni liceali il giorno precedente dal compianto professore di Italiano Pescerelli: i moti d’animo suscitati dalla morte della manzoniana piccola Cecilia, anche in vista di un’eventuale interrogazione agli esami di Stato; poi pensai di raddolcire quell’immagine con i primi passi che avevo mosso fra i genitori mentre scorrevano ai margini della strada bianca e polverosa margherite e violette. Al ritorno, giunto in prossimità della “Fonte dell’Aia”, m’imbattei in un pittore che aveva piazzato il cavalletto a un lato della strada e dipingeva, curvo, un paesaggio da me ammirato troppe volte e che mi spingeva spesso a preferire quell’itinerario; il quadro era quasi completo allorché si profilarono le prime ombre del tramonto con i suoi colori riflessi sull’ambiente circostante e, purtroppo pure una leggera tinta di mestizia sull’abitato, che spiccava come un presepe estivo: quel presepe era Cocullo. Un presagio? Conservava il suo agglomerato ancora intero, ma non integro nella parte bassa, in cui erano fiorite la storia e la ricchezza del paese. Quello era stato (ed era ancora) il centro del fervore e della vitalità al tempo dell’economia pastoral-contadina, già in parte abbandonata e aggredita dagli sterpi. I riflessi di un cielo turchino nel profilarsi dell’ora del crepuscolo rendeva più affascinante la pittura. Dopo il mio trasferimento a Roma rividi il quadro nella sede dell’Associazione Abruzzese, ove quel pittore, Fiore Vespa, aveva allestito una Mostra. Vespa era il cognome dell’artista aquilano, consigliere del club come me, che poi mi divenne amico. Allorché gli chiesi il prezzo dell’opera (dimensione: un metro e mezzo x un metro e mezzo circa) mi sembrò che esso fosse troppo alto (ed era un prezzo di favore!), perciò rinunciai all’acquisto. Passò del tempo. Durante le vacanze estive ricevetti in paese una cartolina illustrata, a me inviata dall’artista, riproducente davanti la foto del quadro e nel retro i saluti di Fiore.
Mi sono dilungato troppo? Credevo di conferire chiarezza alla narrazione e soprattutto dare un’idea della bellezza del paese e del paesaggio che furono (e senza accennare agli odierni capricci meteorologici che li turbano).
Nella mappa catastale dei manufatti “10 a bis” del capoluogo, risalente ad un’epoca imprecisata della mia esistenza giovanile, appare quasi tutto il nucleo più importante e centrale dell’abitato (centro storico) da mettere a confronto con quello dell’attuale piazza della Madonna attorno a cui oggi si svolge una sparuta e disorientata vita demografica. Qualche secolo addietro questo grosso spiazzo era attraversato da un rudimentale acciottolato viario - collegante il centro storico con l’antica chiesetta e scomparso perché rientrò nel demanio comunale fino all’accesso di Via Canale e di lì alla località “Lago”-, divenuto servitù di passaggio, e proseguiva, dopo essersi unito ad un altro ripido viottolo che saliva a sinistra della chiesa (attuale Via Canale, così denominata forse dopo la metà del’700) fino a qualche residuo rudere della vicina “Lago”, ai cui margini erano terre coltivate a grano; quando io ero ragazzotto la piazza era imbrecciata e su di questa si affacciavano poche case (a cui poi se ne aggiunsero, o ne furono ristrutturate, altre), compresi una vecchia baracca (forse eretta nella seconda metà del 1800 per ospitare una parte degli operai addetti ai cantieri della costruenda tratta ferroviaria Avezzano-Sulmona e poi adibita a scuola elementare e ancora esistente nel 1924 quando vi andò ad insegnare mia madre), l’ufficio postale, la moderna casa di Vitaliano Marchione e, di fronte, l’edificio scolastico costruito nel 1938 e trasformato in Municipio dopo il 1945. Negli spazi sottostanti, ad est del paese, dopo una disagevole e ripida discesa, prima della località seminata a grano “Le Terre” e probabile inizio della periferica “Aravecchia”, qualche abitazione isolata oggi ristrutturata e collegata diversamente. Prima della discesa a cui ho fatto cenno, lungo il tratto da Piazza della Madonna e prima del passaggio a livello, quel viottolo[1], già stradicciola nell’ ’800 fino alla Croce e alla fontanella, continuava per Via del Calvario – all’inizio costeggiata, a sinistra salendo, da una roccia su cui erano visibili fino a qualche anno fa graffiti, simboli del Crocifisso - salendo dietro al fabbricato costruito alla fine dell’ ‘800 da Pietro Volpe. La traccia di quel viottolo si biforcava a destra verso le località “Noce Milano” e “Prèta della Rosa”. A “Noce Milano” un nuovo tronco continuava in direzione della costruenda stazione ferroviaria divenendo “Via della Stazione”; a sinistra si diramava prima di sfociare in un altro ramo che costituiva la continuazione di via del Calvario e si dirigeva verso il Curro per raggiungere il paese incrociando via Canale.
Qualcuno più vecchio di me potrebbe correggermi e magari aggiungere dei dettagli: è possibile e non mi dispiacerebbe; però dovrebbe pure condividere l’amara constatazione per cui oggi, dopo quasi cent’anni, Cocullo ha perso più di mezzo nucleo abitato, che la popolazione si è ridotta di molto (urbanesimo, espatrio) ed ha perso addirittura la sua fisionomia: sono rimasti i vecchi (alcuni dei quali, fra l’altro, svernano in città) che, sfiorato o superato il secolo di vita, si accingono a lasciarci. In definitiva dopo il secondo conflitto mondiale, in particolare dopo il miraggio del cosiddetto “miracolo economico”, il paese continuò a vivere asfittico ma già assumeva aspetti spettrali.
NOTE
[1] A cui si aggiungeranno in seguito altre vie di comunicazione, come alla fine dell’Ottocento quella per raggiungere la stazione ferroviaria e, nel 1915, per raggiungere “Le Casette”, un piccolo nucleo costruito per accogliere i terremotati.



