Valle del Sagittario Storia
21 Ottobre 2026, 00:03
Il Mercoledì della Storia
Il Monastero di S. Vincenzo al Volturno possedeva beni nella “Valle de Flaturno”
Antonio Genovese
Dal Chronicon Vulturnense del monaco Giovanni si apprende che il Monastero di San Vincenzo al Volturno possedeva beni nelle nostre contrade. Aveva possedimenti in Valle Trita - la valle che, a partire da Bussi, arriva fino a Ofena - e possedeva terre, villaggi e chiese in Valle de Flaturno.
La "Valle de Flaturno" è identificata da alcuni con l'odierna Valle del Sagittario (da Bugnara a Scanno), mentre altri la collocano tra Anversa e Cocullo. L'identificazione antica della nostra valle con la Valle de Flaturno è pacifica; tuttavia, identificare Flaturno con l'odierno fiume Sagittario non è la stessa cosa.
Il Chronicon Vulturnense non parla mai di "Fiume Flaturno" - come fa invece per altri corsi d'acqua per i quali è specificato il termine "fiume" - e neppure di un agglomerato urbano. Da cosa derivi il nome Flaturno non ci è dato saperlo, anche se c'è chi intende identificarlo direttamente con Anversa.
Ritorniamo al Chronicon Vulturnense: in un diploma del 29 agosto dell'anno 968, rogato in Fisige (territorio marsicano, doc. 120 CV), viene menzionata la "Cellam Sante Maria de Flaturno". La "Cella" era un convento minore retto da un prevosto, che possedeva beni immobili più o meno vasti e dipendeva dall'abbazia principale.
Nel documento 28 del Chronicon Vulturnense (10 giugno 816), troviamo la conferma che Ludovico il Pio dona alcuni beni al monastero di San Vincenzo al Volturno; tra questi figura la "Ecclesia Santi Vincencii, et Sancte Marie in Valli, et in Flaturno" (c 83 B 10-15). La Chiesa di San Vincenzo deve essere quella situata appena fuori Anversa, sopra l'Arenara, poi passata al patrimonio di San Panfilo di Sulmona.
Ancora dal Chronicon: Pandolfo, principe di Benevento, alla presenza di conti, vescovi, giudici e di un numeroso popolo, dirime una causa tra Paolo, abate di San Vincenzo al Volturno, e Adelberga, badessa del Monastero di Santa Maria in Apinianici (Pescina), per il possesso di quest'ultimo monastero. La causa viene discussa il 29 agosto 968. Nell'atto (c 194 a) si nominano la Cellam de Besce e la Cellam de Sancta Maria de Flaturno, que posite sunt in Balva, una cum servis et ancillis, et terris. Santa Maria de Flaturno deve corrispondere all'attuale Madonna della Neve, situata nei pressi della centralina a Cavuto.
Nel documento 174 del Chronicon V., in data 14 giugno 996 (in Marsi), Roffredo, abate di San Vincenzo al Volturno, concede a livello per 29 anni a Trasmondo del fu Tedemari di Valva i 2/5 della proprietà dipendente da Santa Maria in Apinianici (cella di San Vincenzo al V.), situati in Valle de Flaturno, a fronte del pagamento di un censo annuo di un soldo (c 278 B). Vediamo i confini della concessione:
In Flaturno et per eius vocabula, fine Cruce, et fine Serra de ipso Monte Pile, et fine Lacu de Voluntate, et fine Furca Caroli, et fine Serra de Rofine (Rufigno?), et fine Monte Formuoso, quomodo per ipsa serra descendit in flume Frigido (per molti il fiume Sagittario), et quomodo ascendit in ipso Monte de Poniu, et fine Treseli, quomodo revenit a Cruce.
(In Flaturno e attraverso le sue pertinenze: confine con la Croce, e confine con la Cresta dello stesso Monte Pile, e confine con il Lago di Volontà, e confine con la Forca di Carlo, e confine con la Cresta di Rofine (Rufigno?), e confine con il Monte Formoso, così come lungo detta cresta scende nel fiume Frigido (da molti identificato con il fiume Sagittario), e come risale nello stesso Monte di Poniu, e confine con Treseli, fino a ritornare alla Croce)
Passiamo al documento 176 del 3 marzo 874: Pietro, preposto del Monastero di Santa Maria di Flaturno (S.M. della Neve di Anversa), ai tempi della badessa Emmigarda del Monastero di Santa Maria in Apinianici, fa elencare i sudditi della Cella di Santa Maria presenti nei villaggi di "Saletta, Miscella, Macrano, Cennei, Fofile, Campolo, Cesa, Buxi, e Mebio":
(...) in primis de Villa Salectu: Lanfredus, Tespaldu, Guallepertus, Lupus de Ansalinu, Lipula et Ursiperto de Ansalinu, Mavnosu, Galdepertu, Aldepergula, Agustinu, Gamulu: omnes isti suprascritti servi et ancille Sancte Marie de Flaturno.
Seguono poi i nomi degli altri servi.
In un catasto conservato a Castro nella Chiesa della Madonna della Neve si cita il beneficio di Santa Maria in Salicto. Don Paolo Finocchi, sacerdote a Castro nella seconda metà del 1700, scrive così ad Antonio Ludovico Antinori il 26 agosto 1771 (mentre l'Antinori chiedeva notizie per la sua Corografia):
È raccolto dalle capitolazioni di questa Università che questo paese (Castrovalva) era diviso in cinque ville: una situata alla Valle Santa Maria, colà la Chiesa di Santa Maria in Salicta; l'altra situata in Fonte Cinno sotto il titolo della Chiesa di Santa Lucia; l'altra in Valle Domnica sotto il titolo di San Cesidio; l'altra a Valle Pagliara sotto il titolo di San Rocco; l'altra su il monte chiamato Castellaccio sotto il titolo di San Michele, e quest'ultima (villa) era il Castello di Valva in custodia della Corfinia, ristretta insieme discosto a detto monte rimasto con il nome di Castro Valva; che li Santuari antichi ritrovati, San Michele e la Madonna delle Grazie, altro chiederò a mio fratello Giuseppe e vi dirò a voce.
Cosa abbia riferito a voce sui due santuari non ci è dato purtroppo di sapere.
L’attuale Castrovalva, secondo le antiche capitolazioni riferite da don Paolo Finocchi, nasce dal raggruppamento di piccoli centri abitati sparsi nella campagna circostante: abitazioni raccolte intorno a una chiesa, le celle. Questi centri abitati, in un dato momento storico, per difendersi da possibili aggressioni si raggrupparono e si fortificarono sulle alture, assumendo un nuovo e unico nome. Degli antichi centri rimangono oggi soltanto i ruderi.

