Mindfulness, meditazione: verità o nuovo inganno?

La meditazione, come esercizio pratico della mindfulness rappresenta, ormai da tempo, la nuova frontiera salvifica per la salute mentale di una modernità che rotola, sempre più velocemente, in quanto senza limiti, verso la performativitá assoluta. Il core della sua tecnica è il dominio della mente in tempi di pace (in solitaria, nel salotto di casa o in connessione con altri meditanti, in una palestra) in modo da poterla utilizzare, alla bisogna, in quelli di guerra (tanto il game decisivo di una prestazione sportiva quanto il set di una incandescente scena cinematografica). In breve, si tratta sempre di una forma di controllo. Quello della mente allenata su quella indisciplinata, ma sempre della stessa persona. Una sorta di auto-condizionamento positivo di quelli che ogni Sinner/ Alcaraz manifesta platealmente dopo un rovescio lungo linea vincente o quello che è possibile immaginare avvenga in Woody Allen dopo un breve e esilarante monologo.
Ma se quel controllo è possibile conseguirlo, forse facilmente, in uno sterile set cinematografico, ben più difficile lo sarà nella mutevole arena di un palazzetto dello sport o di uno stadio. Ma anche nella semplice quotidianità di ognuno.
La filosofia di fondo è chiara: è la mente che tiene le redini del corpo, quindi basta governare la prima per conseguire la performance del secondo.
Questa filosofia arriva da lontano, almeno da Cartesio che riteneva il cogito e, di conseguenza, la mente come il centro della persona.
È proprio da questo premessa e dopo il rigoroso razionalismo kantiano che, dall’ottocento in poi la mente dilaga con la sua trionfale estensione in psiche.
Ma è proprio tutto così semplicemente vero? Il filosofo francese Edgar Morin, recentemente scomparso più che centenario, sottolineava tristemente come la modernità avesse rinunciato all’idea della complessità della realtà, a favore della sua semplificazione. Naturalmente è rimasto poco ascoltato, in quanto, in chi è tutto proteso verso l’accelerazione, la complessità risulta come una pericolosa perdita di tempo (e denaro).
Allora come stanno realmente le cose?
La narrazione della mente, quella del senso comune, si basa su un organo che viene definito dalla sua intrinseca capacità di mentire.
Se una banca avesse il nome di Frodi-Credit è pacifico che nessuno di noi le affiderebbe i propri risparmi. Ma non siamo disposti ad utilizzare lo stesso comportamento verso quella struttura perché ci appartiene intimamente e, pertanto, ci identifichiamo completamente con essa. Cartesianamente diciamo, senza dirlo, che noi siamo il nostro pensiero. Perciò sorvoliamo, poco mindful, sulla sua natura menzognera, solo in quanto ci illudiamo di poterla dominarla sempre con un pensiero più forte (una verità alternativa).
L’accelerazione, fonte di continua erranza ed errore, domina i singoli quanto le istituzioni che da questi sono animate (Società Scientifiche, Associazioni, Scuole, Organizzazioni Internazionali). L’errore originale è quello di non tener conto che mente e corpo possono, pensare ed agire, rispettivamente, ma solo nella dimensione temporale. E che quest’ultima non rappresenta il mero sfondo della nostra duplicità esistenziale (mente e corpo) ma ne costituisce quello spirito ordinatore da cui non è possibile prescindere. Ogni pensare (con la mente) ed ogni agire (con il corpo) non si svolge sempre in una dimensione temporale? Ma anche togliendo idealmente corpo e mente, l’unica realtà che resta non è forse quella del tempo che, anticipando ogni pensare ed agire, conferisce loro una determinata forma? Ne consegue che forma mentis e corporis non sono che mere rappresentazioni, conseguenza della nostra visione della temporalità che, mindful- less, scotomizziamo in quanto arroccati su un inguaribile ed autoreferenziale egocentrismo narcisistico (quello dello schiavo della caverna platonica).
In conclusione, la meditazione non é certo una pratica negativa. Chi scrive l’ha praticata per un triennio in quanto prevista nel proprio percorso formativo. Ma è illusorio, come la filosofia che la sostiene, pensare che possa rappresentare la panacea o anche solo un supporto alla nostra salute mentale, dato che anche Il condizionamento della mente umana sul corpo è preceduto da quello che il Dio Kronos esercita sulla mente stessa. E la disfunzione e la malattia non sono altro che la negazione di questa primaria verità che vale, indistintamente, per tutti.
Sinner, Ronaldo o chiunque altro può imparare a meditare ma questo rappresenterà solo un altro illusorio espediente che lo esporrà, in quanto foriero di ulteriori illusioni, a nuovi infortuni ed insuccessi. Eppure, come già sottolineato in una precedente riflessione (il talento sportivo può fare a meno della filosofia?), basterebbe che il Campione imparasse ad accogliere la verità del tempo - che lo vedrà, in un futuro più o meno lontano, appendere la racchetta ad un chiodo dorato - per potersi ritrovare automaticamente quella sanità di mente e corpo che gli permetterebbe di continuare, nell’attuale presente, a giocare e (magari) a vincere, senza gli episodi di burnouts della mente(Parigi) e del corpo (attuali).
È l’accoglienza di quella verità l’unico movimento guaritore tanto di un ginocchio quanto di una mente stressati, non dal duro terreno di gioco (come vuole la semplificazione di ogni medicina e psicologia) ma dalla compulsiva ed in-felice (sic) alternanza di accelerazione e blocco del tempo.
Ma, chi argomenta ha la chiara mindfulness dell’inutilità dei consigli: tanto per il saggio, che non ne ha bisogno come per lo sciocco, che non li accetta.