Elzeviri
7 Gennaio 2026, 07:49
La Befana tra mito e psicologia
Laura Salonia
Vecchia, curva, con il naso adunco, le scarpe rotte e una scopa in mano. La Befana arriva nella notte dell’Epifania portando dolci, regali o carbone. Eppure, accanto alla curiosità e all’attesa, per molti bambini c’è anche un po’ di timore. Perché questa figura così amata dalla tradizione italiana può fare paura? La risposta sta nel suo potente significato simbolico, antico e sorprendentemente attuale.
La Befana affonda le sue radici in riti pagani legati al ciclo della natura e al passaggio dall’anno vecchio a quello nuovo. Rappresenta l’inverno che finisce, la terra che ha dato i suoi frutti e ora deve “morire” per poter rinascere. Non a caso è raffigurata come una donna anziana: non è una strega cattiva, ma il tempo che passa, la fine di un ciclo.
Gli studi di antropologia culturale mostrano come figure femminili anziane siano spesso simboli di trasformazione e rigenerazione. Secondo l’antropologo Mircea Eliade (Il mito dell’eterno ritorno, Borla), i riti di fine anno servono proprio a “consumare” simbolicamente il tempo vecchio per permettere l’inizio del nuovo.
Con l’avvento del Cristianesimo, questa figura è stata associata all’Epifania e al viaggio dei Re Magi. Secondo la tradizione popolare, la Befana rifiutò di accompagnarli e poi, pentita, iniziò a cercare Gesù portando doni a tutti i bambini
Dal punto di vista psicologico, la Befana incarna alcuni elementi che possono risultare inquietanti per i più piccoli. L’aspetto non è rassicurante, vola di notte e rompe l’immagine idealizzata del “personaggio buono”. La psicologia dello sviluppo spiega che i bambini, soprattutto tra i 3 e i 7 anni, reagiscono con maggiore intensità alle figure ambigue: non totalmente buone, non totalmente cattive. Secondo Jean Piaget (The Psychology of the Child, Basic Books), in questa fase i bambini pensano in modo simbolico ma concreto: un personaggio che giud
La Befana introduce un tema complesso: la valutazione morale. Porta dolci ai bambini “buoni” e carbone a quelli “cattivi”. Studi di psicologia morale indicano che questo tipo di narrazione aiuta i bambini a costruire il senso delle regole e delle conseguenze, purché venga accompagnata da spiegazioni rassicuranti.
La paura che ne deriva non è patologica: è una paura educativa, simile a quella delle fiabe tradizionali. Come spiega Psicopatologo dell’età evolutiva Bruno Bettelheim, nel celebre Il mondo incantato (The Uses of Enchantment, Knopfle), figure spaventose delle fiabe servono a dare forma simbolica alle paure interiori, aiutando i bambini a riconoscerle e superarle.
Dal punto di vista neuroscientifico, il confronto controllato con ciò che spaventa favorisce lo sviluppo emotivo. Studi pubblicati su Child Development Journal, studi su narrazione simbolica e regolazione emotiva mostrano che le narrazioni simboliche aiutano i bambini a migliorare la regolazione delle emozioni e la resilienza, soprattutto quando l’adulto funge da mediatore.
La Befana, in questo senso, è una figura di passaggio: chiude le feste, segna un confine, riporta alla realtà. Non promette una felicità infinita, ma insegna che ogni fine è necessaria.
Per evitare che la Befana diventi fonte di ansia, è utile trasformarla in un racconto condiviso. Spiegare ai bambini che non è una figura cattiva, ma simbolica, aiuta a ridimensionare la paura. Meglio evitare minacce (“se non fai il bravo arriva il carbone”) e puntare sul significato del gesto: il carbone non è una punizione, ma un modo per ricordare che si può sempre migliorare.
Raccontare la Befana come una nonna un po’ stanca, che chiude l’anno vecchio e apre quello nuovo, rende la storia più comprensibile. E lasciare spazio alle domande è fondamentale: nominare le paure le rende meno potenti. Quando l’adulto ascolta e accompagna, la notte dell’Epifania può diventare un momento di curiosità e crescita, non di timore.

