Il lunedì del direttore

Dovremmo essere tutti Prométeo contro l’insipienza delle autorità

La lettera del prof. Andrea Iannamorelli

Sabato scorso, nel riordinare alcuni libri, mi sono ritrovato tra le mani “Il Dizionario di Mitologia Classica”, di G. L. Messina. Un libro consunto dalle continue consultazioni per spiegare ai miei alunni il valore dei miti.
È il Titano Prométeo che più degli altri ponevo alla loro riflessione, simbolo di umanità e di progresso, ma soprattutto di colui che non ha paura di ribellarsi all’autorità divina. 
Condannato ad una pena terribile, per aver rubato il fuoco sacro dall'Olimpo e averlo donato agli esseri umani, quando venne liberato da Eracle, proseguì imperterrito a soccorrere gli uomini e per questo è immortale.
Ieri è arrivata in redazione una lettera del prof. Andrea Iannamorelli, nostro collaboratore da più di trent’anni con una sua rubrica quindicinale dal titolo “Parliamo di cose concrete”. 
È stato un politico di “razza”, vale a dire di grande talento e avvedutezza.
Giunto alla soglia degli ottant’anni ha deciso di abbandonare la sua rubrica, ritenendo di non poter continuare a dire come dovrebbero essere, a parer mio, “scuola”, “sanità”, “istituzioni” e quant’altro… Forse l’errore è stato non chiudere prima. Forse sarebbe stato il caso di tentare di impedire che questo territorio andasse a finire nelle grinfie di una gestione parafascista, squallida ed incolta anche più dell’ultimo Mussolini… Ma più di quello che ho fatto in un trentennio di attività (professionali e di politica attiva), più di tanto…
Promèteo venne incatenato da Giove sul Caucaso e gli inviò un’aquila perché ogni giorni gli rodesse il fegato, che durante la notte si riformava.
Oggi la condanna per chi non sta a servizio, per chi non sa tacere e la “Damnatio Memoriae”: far dimenticare chi ha servito con sapienza la propria città, il proprio paese, quando dovrebbe essere una risorsa culturale e politica.
La crisi che soffre Sulmona e tutto il territorio peligno non si risolve con chi non ha la maturità culturale e politica per amministrare, né con le liste della “società civile”, ma con persone che sanno affrontare con decisione e risolvere i problemi nella condivisione politica, economica e sociale.
Caro Andrea, come non darti ragione?
Mi dispiace che la tua rubrica non avrà più seguito. Era una finestra aperta sulla tua città, sulla nostra regione, sui paesi del circondario peligno. Rispetto la tua decisione, ma ti prego di non lasciare il giornale, perché sei la voce di un un ottantenne che sa di storia, di libri, di giovani, di didattica e  di altro ancora.
La tua lettera è personale, ma mi permetto di renderla pubblica, per la sua bellezza, per la sua commovente umanità. Non mi rimproverare per questa mia decisione!
Di seguito la lettera del prof. Andrea Iannamorelli

Mio caro Roberto,
ho riflettuto molto, prima di decidermi a scrivere quello che ti accingi a leggere in questa lettera che forse ti meraviglierà. Ma tant’è.
Sono arrivato alla determinazione di dirti che ho deciso di smetterla di assicurare la mia presenza quindicinale su “parliamo di cose concrete”. (Le cose concrete a mio parere! Forse non per altri).
I miei ultimi “incidenti fisici” personali, coincidenti con gli avvenimenti pubblici che conosci (locali ed internazionali), alla vigilia del compimento dei miei 80anni di età, mi hanno portato a considerare che sia arrivato il momento di smetterla di ripetere, stancamente (ma anche inutilmente) che sia questo l’ora giusta di chiudere, per sempre, la rubrica.
 
Sinceramente, mi sento fuori da questo contesto, soprattutto mi sembra inutile ripetere le cose che (soprattutto Tu, per la stretta collaborazione che da una vita mi hai garantito e che pertanto conosci a memoria) sai benissimo, e che forse, in parte, condividi.
 
Ho pensato anche che potrebbe essere utile ordinare in maniera sistematica e ragionata quello ho prodotto, nel tentativo di lasciare una testimonianza utile alla generazione dei giovani d’oggi, in questo territorio in terribile decrescita, perché credo ancora alla possibilità che qualcuno possa studiare quel che è accaduto e cogliere le opportunità favorevoli che, guardando al passato, diano spunti utilizzabili, per smetterla di continuare a sbagliare. Ma chi leggerebbe, soprattutto chi studierebbe?
 
Il tempo che abbiamo di fronte è pieno di incognite inimmaginabili e meriterebbe prospettive lunghe sostenute da un’energia che, francamente, non mi appartiene. 
Sono stanco per un’iniziativa di politica attiva di cui sono convinto che avremmo bisogno. E comunque non sarebbe opportuna la proposizione di una mia rinnovata discesa in campo, come sarebbe forse anche inutile la stimolazione di una riflessione in qualche modo apodittica, comunque fuori da “questo” tempo caratterizzato da interessi personali, minimali e comunque finalizzati all’affarismo. Un tempo che sta disperdendo i valori.
 
Finché avrai energie e mezzi per continuare a fare quel che meritoriamente non da oggi riesci a fare, vai avanti. Io non posseggo più nemmeno le energie necessarie per trovare chi sia disponibile a sobbarcarsi l’onere di finanziare una raccolta ampia e ragionata nelle mie riflessioni. Ho la forza soltanto, con queste mie parole di dire basta. Per chiuderla qui. Come ho fatto con l’iscrizione alla SIAE che ho cessato l’anno scorso quando, non essendomi ritrovato con “nulla” delle fatiche musicali (e non) depositate, ho ritenuto che, appunto, fosse il momento di smetterla. 
Forse sbaglio. Ma non posso continuare a dire come dovrebbero essere, a parer mio, “scuola”, “sanità”, “istituzioni” e quant’altro…Forse l’errore è stato non chiudere prima. Forse sarebbe stato il caso di tentare di impedire che questo territorio andasse a finire nelle grinfie di una gestione parafascista, squallida ed incolta anche più dell’ultimo Mussolini…Ma più di quello che ho fatto in un trentennio di attività (professionali e di politica attiva), più di tanto….
Quando ho visto che un intellettuale della Valle Peligna ha offerto i suoi servigi al progetto di L’Aquila capitale della Cultura 2026 utilizzando uno schema di intuizione che apparteneva a noi, delle Istituzioni locali degli anni sessanta/settanta, includendo il territorio del reatino nel target di riferimento territoriale ed escludendo l’Abruzzo (aquilano) interno (in assenza del quale è l’intero Abruzzo a perdere) ho detto basta. Ma a chi le vai a dire queste cose? A chi svolge incarichi forse preconfezionati e sostanzialmente dettati da interessi di parte e privi di libertà creativa?! Come avrei potuto rappresentare le angosce che ci presero nel 1971, al momento della ratifica del primo Statuto regionale, quando, con Luciano Fabiani, tentammo di far capire che era quello il momento di coinvolgere il territorio reatino nel destino dello sviluppo rinnovato dell’Abruzzo della nascente autonomia regionale, terra disarticolata tra montagna e mare ove per scelte necessarie ed utili (nella ricostruzione dell’ultimo dopoguerra) era “facile”, come avvenne, privilegiare la costa. Ma che a quei tempi, all’alba della stagione del regionalismo ordinario, era già bisognosa di un forte riequilibrio per un vantaggio di tutto il Paese.
All’epoca l’idea fu bocciata e contrasta con forza, da Gaspari, ma anche (con qualche timidezza) da Natali, che puntava già ad altre cose (alla Vice presidenza dell’UE) ….
 
Come vedi mi lascio prendere la mano… Ed è necessario, invece, che io sia fermo e deciso. Ho detto che voglio smetterla e debbo smetterla.
Tu che mi conosci sai che se non chiudo ora mi metto a parlare della fine che sta facendo la cura delle persone, da queste nostre parti.
Una cosa sola ti chiedo: non smettere mai, almeno fino a quando sarà necessario, di far capire ai “nostri” Sindaci, ai Sindaci di questa nostra vallata che le case di cura di cui ai finanziamenti PNRR dovranno essere strutture operanti a Scanno, per Scanno e Villalago, ad Anversa e a Bugnara o Introdacqua…
Altrimenti noi, da qui, facciamo bene ad incrementare il debito di questa sanità che deve smetterla di far finta di “esistere” soltanto perché ogni tanto si utilizzano soldi per costruire “cattedrali” murarie prive di gente che pensino a curare i pochi cittadini che ci restano…
 
A
uguri, Robè, grazie e buon lavoro. Con tutto il cuore, Andrea