Chieti e Provincia Edizioni L'Atelier
18 Gennaio 2026, 06:53
Edizioni online - L'Atelier
Nino Chiocchio, L’alba dei travetti e il crepuscolo dei travetti
Capitolo XVI - Il quadro del Duce
Redazione
Il giorno dopo aver assistito ai festeggiamenti del primo giovedì di maggio in onore del Patrono, a Cocullo, Enzo riaccompagnò i suoi a Roma e, tanto per appagare il corpo senza far torto allo spirito, si fermò con loro a mangiare in un ristorante sull’Aniene, vicino alla Specola di Subiaco, dove la fantasia spaziò dalla terrazza che s’affaccia proprio sul fiume e sulla valle boscosa sfiorata dal volo gioioso degli uccelli. Purtroppo Travetti doveva rientrare in sede, e quando lo fece restò a testa bassa per quasi tutta la mattinata onde evadere qualche pratica arretrata non urgente che col passar del tempo sarebbe diventata urgente. Lavorò di continuo per sei ore. Finalmente si accingeva ad uscire dall’ufficio, quando fu scosso da uno strano mormorio, un mormorio che si propagava in tutte le stanze con l’intensità di un “crescendo” rossiniano: era stato ritrovato un vecchio quadro riproducente Benito Mussolini. Certamente il quadkoro era stato affisso a qualche parete quando quello era Capo del Governo. Per quanti lustri la tela rimase nascosta dietro l’anonimo scaffale polveroso? Forse fu epurato appena il vento del nord arrivò da quelle parti, ed in quella circostanza perse anche la sua funzionalità: infatti v’era attaccato un blocchetto-calendario ed i fogli successivi a quello della proclamazione dell’Impero d’Etiopia[1] erano stati staccati. Pensò, Enzo, che qualche partigiano della vicina e importante “Brigata Maiella”- insignita meritatamente della Medaglia d’Oro -, Brigata eterogenea, cioè composta da varie formazioni di diversa estrazione e in maggioranza di militari sbandati e rimasti senza ordini dopo la fuga di Badoglio, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, a Brindisi, affascinato da quella data che doveva essere stata molto cara a lui, non se la sentì di curarsi dei giorni successivi che potevano ricordare giorni meno fausti al regime passato: se ne accorse, Enzo, quando vide che tre ricorsi venivano sballottati da un tavolo all’altro e prodotti da tre prof che avevano insegnato altrettante discipline scientifiche senza titolo. Insomma quelle carte bollate non volevano essere esaminate da alcun funzionario per l’illegalità allora attuale contraddicente peraltro il terrore del clima politico che le aveva ispirate…
Per la cronaca, due dei tre ricorrenti trovarono il posto corrispondente al titolo in loro possesso, mentre il più anziano, prossimo alla pensione, fu accontentato, quindi ne fu accolto il ricorso. Forse successivamente un ignoto falegname aveva utilizzato quel quadro sfruttandone la superficie posteriore e scrivendoci dei numeri; ma ad un certo punto (la provincia teatina ormai apparteneva alla frazione governativa del Governo di Badoglio) non gli sarà sembrato prudente conservare quel “compensato” con l’immagine compromettente... E questa, dietro lo scaffale, continuava ad ammiccare su quel giorno, il 9 maggio: proprio quel giorno il calendario era rimasto fermo! Travetti ricordò le brutture della guerra civile; lui era bambino, allora, e l’aveva vissuta da lontano, la guerra; l’aveva appena sfiorata. Il regime al potere era stato abbattuto, il suo capo, Benito Mussolini, era stato ucciso ed il cadavere era stato appeso ad un gancio in una piazza di Milano. Questo successe il 25 di aprile del 1945 e forse dovunque la burocrazia barcollava e dovunque mancava personale sufficiente e adeguato...
San Pardo - A sera l’altro Tonino molisano, quello di Montorio nei Frentani, ospitò Crescenzo che il giorno dopo sarebbe stato accompagnato da lui a Larino, dove avrebbe assistito alla suggestiva festa di San Pardo. Anche questo Tonino era un amico vero, di quelli con cui non s’ha da spartire che la stima, uno di quelli che sfilano dietro ai tuoi cari ma che, a differenza di questi, non hanno gli interessi economici del clan. La festa si sarebbe svolta il giorno appresso. Seduto nel vano di un balcone arieggiato, immerso nel buio della notte, Enzo ascoltava il concerto dei grilli. La mattina seguente giunse con Tonino a Larino. San Pardo dovrebbe essere stato un buon prelato che illustrò la sede vescovile larinate, nel Molise; oggi ha dato il nome ad una kermesse, una di quelle innumerevoli feste che dipingono il Mezzogiorno d’Italia soprattutto nella bella stagione. Il giorno ricordevole, sul piano folcloristico, è affidato alle luminarie dei carri ed alle corna dei buoi. Si dice che fino a pochi anni fa i carri erano trainati solamente da buoi maschi perché, forse, il loro sesso doveva armonizzarsi con quello del Taumaturgo; attualmente partecipano alla cerimonia anche le vacche: questo potrebbe essere una conquista riflessa della campagna per l’emancipazione femminile, ovvero una necessità imposta da una presunta penuria di animali che siano nel contempo maschi e cornuti. Alle nove di sera, quando una cappa scura ammanta la conca, la luce diffusa di mille fiaccole proietta su forme strane l’ombra degli alberi secolari delimitanti la strada che s’inerpica su pei tornanti del cimitero. Quelle forme compongono la carovana di fedeli che vanno a prelevare San Pardo dalla sua cappella onde ospitarlo per tre giorni nella bella cattedrale, accanto alla statua di San Primiano, l’altro protettore della cittadina. La necropoli è posta poco al di sopra del centro, al termine di una carrozzabile in salita, comoda e panoramica, che si snoda lungo i tornanti come una grossa biscia che affiora, lenta, ancora intorpidita, tra le zolle nere e sulle balze del colle nella calda stagione: è un itinerario brulicante di luci, colori, rumori e buoi. Lassù issano il simulacro del Santo sull’ultimo carro, quello che fino al giorno prima aveva trasportato ortaggi e adesso, ripulito, è meglio addobbato e illuminato degli altri. A cassetta, accanto al conducente, s’elevano le fiammelle delle fiaccole, ai lati fiaccole, dietro fiaccole, e, a poppa, emergente da un paramento a ridosso di San Pardo, l’arciprete mormora giaculatorie che s’alzano al cielo con le scintille delle fiaccole; fiaccole, fiaccole; e poi fiori e stoffe variopinte. Innanzi, compunti e pigri, consapevoli (?) del ruolo svolto nella rappresentazione del mistero, i bovini tirano pii come quelli immortalati dal Poeta; par che siano compresi anche del significato della funzione liturgica, due per carretto, pei tornanti e verso la successiva discesa al paese, le corna infiorate e gli enormi campanacci che scandiscono i ritmi dell’andatura solenne. E fiaccole, fiaccole... Sugli altri carri, oltre ai fiocchi ed alle fiaccole, sono le famiglie dei bovari, anche questi riccamente infiocchettati. Quella volta i carretti erano sessantanove (e le bestie cornute, naturalmente, il doppio). Il corteo era lungo e potrebbe essere sembrato monotono anche per via dell’estenuante rintocco uniforme e cadenzato dei campanacci; invece non fu così: specialmente se visto da lontano, quello spettacolo di luci, suoni e colori stemperati nella notte e tra le fronde sfuggenti di giganti immobili, è altamente suggestivo; e questo anche se la prosa puó indurre a riflettere sulle soste che talora fanno i bovini per esigenze di carattere fisiologico. Travetti non riuscì a dimenticare la festa di San Pardo: tornò in ufficio e la raccontò entusiasta ai presenti. Fra i quali c’era uno di Termoli: questi, desideroso di far rilevare che anche nella sua città la storia municipale si collegava saldamente alle memorie religiose, disse che i suoi concittadini ricordavano solennemente un santo, San Basso (o un suo omonimo: il racconto era alquanto confuso), il quale doveva essere stato una personalità religiosa, se non pure civile.
San Basso e la Vichinga - Quel pomeriggio Enzo era libero e solo. Allora, forse allettato anche dal richiamo di “quella” zuppa di mare, scese a Termoli proprio nel giorno in cui si celebrava la festa di San Basso. Una turista straniera, alta e bionda, s’elevava su una banchina del porto come una sirena emersa dall’onda marina: attirò subito l’attenzione del nostro, la calamitò su quell’angolino del molo. Il nostro mirò con stupore, lo sguardo attonito tutto per la vichinga, per quel fiore esuberante che non lasciava spazio alla riflessione sulla caducità delle cose terrene. Era appena sbarcata dalle isole Tremiti e, ferma accanto ad un mucchio di pacchi, pareva una pietra preziosa incastonata su un enorme macigno, mentre con fare raffinato offriva al bacio del sole un due pezzi color verde veronese ed un’epidermide sopraffina. Chi l’aveva scolpita era stato veramente bravo, anche se non le aveva limato troppo i lombi; quei capelli fluenti, poi... Per non far piangere la Madonna Travetti se ne scappò lontano, nei rioni vecchi della città, e, seguendo la luce delle torce che i Termolesi portano in processione a simboleggiare la comunione e l’incrollabilità della fede, andò a finire nella cattedrale: la chiesa di San Basso. Questa era stata costruita nel XIII secolo ed è un gioiello dell’arte romanica meridionale, col suo enorme rosone, con le due brevi e pur slanciate navate, con la caratteristica volta a cassettoni. Quando il nostro uscì dal tempio non seppe resistere alla tentazione di scendere al porto: la fanciulla prosperosa era ancora fra i pacchi, i quali denunciavano la presenza di una comitiva numerosa; eppure era sola, anche se aveva l’atteggiamento di chi attende qualcuno. Purtroppo non capì la lingua di Travetti e neanche quella ...dei Latini; d’altra parte forse neppure il cavaliere errante conosceva bene la consecutio temporum, almeno per poter scrivere una fulgida pagina di storia. E se ne tornò a casa come uno dei famosi pifferi di montagna. (Continua)
[1] 9 maggio 1936.

