Cocullo Elzeviri
14 Settembre 2025, 06:16
LUCI ED OMBRE SU VICENDE DI STORIA PATRIA
Il castello Piccolomini a Cocullo fu restaurato nel 1585
Nino Chiocchio
Tempo fa qualcuno, ben sapendo che sono nato a Cocullo, cliccò sul sito “Comune di Cocullo”. Quello scritto mi incuriosì fin dalle prime parole perché, se ben ricordo, qualche anno fa pubblicai un saggio che avevo scritto alcuni decenni prima a puntate, con maggiori chiarimenti e dettagli e soprattutto con maggiore completezza. Però poi aggiornai il vecchio lavoro dopo aver letto e riflettuto sul volume varato da F. van Wonterghem (“Superaequum-Corfinium-Sulmo”. Forma Italiae IV. I, Leo S. Olschki Ed., Firenze 1984). Innanzitutto mi complimento con l’estensore del lavoro, per la stringatezza e per la scorrevolezza della narrazione; però mi permetta “italiapedia” di aggiungere i brani che io avevo scritto e che non compaiono sul sito, il quale tuttavia non è da me firmato ed è giusto che sia così perché si tratta di un breve riassunto.
La prima lacuna concerne l’antichità del paese che “italiapedia”, a parte qualche vago riferimento a reperti preromani, mi pare faccia risalire ai tempi di Strabone (duemila anni fa), mentre l’illustre archeologo van Wonterghem – il quale aveva sorvolato con l’aereo scattando foto a raggi infrarossi la zona compresa nel trinagolo Sulmona-Corfinio-Superaequum, e inoltre contattò poi l’allora Direttore del Museo Civico “Annunziata” di Sulmona studiando sul campo il territorio in compagnia del suo ospite. Compilò successivamente il lavoro che gli era stato assegnato dal Consiglio Nazionale delle Ricerche. Ebbene l’archeologo professore all’Università di Liegi anticipa l’antichità dell’abitato di almeno un paio di millenni rispetto a quella che avevo intuito (tremila anni fa) io, profano della materia, osservando qualche raro reperto fossile, in quanto lo studioso belga ha fotografato e descritto, sulle montagne che coronano Cocullo, insediamenti neolitici (montagna Cocullo-Prezza: “Porcarecce”e “Grugnone”, nella parlata cocullese affievolito nella gutturale in “V”=”Vrugnone”, dal greco “grùgnomai”, cioè il grugnire dei suini; “Prat’ Maran’”-montagna “Forca d’Oro” dal greco “Valico del Monte” che in greco, appunto, si traduce con “oron”=montagna).
L’altra lacuna penso che sia da attribuire al fatto che possa essere sfuggita a italiapedia la lettura della mia puntata, importantissima, sulla storia di Cocullo relativa al periodo della signoria angioina, che precede quella aragonese dei Piccolomini.
Premetto che il casato Berardi nel 1272 diventò Berardi-Ruggeri dopo una vicenda turbinosa e confusa che qui non riporto perché credo che fu compresa in altra parte del paragrafo: il conte di Celano e di Albe Pietro Berardi, morto nel 1212, padre di Tommaso, aveva avviato l’espansione del suo feudo; gli successe il figlio maggiore Riccardo che però morì dopo pochi anni e gli subentrò il fratello Tommaso che pensò di superare il padre ricorrendo all’aiuto delle truppe imperiali di Federico II di Svevia, re di Sicilia. Quest’ultimo incaricò Tommaso d’Aquino di contrastarlo -, regno che poi volle insidiare Ottone di Brunswick, alle truppe del quale si alleò Tommaso di Celano credendo di poter proseguire lo scopo espansivo. La vicenda divenne sempre più complicata fino a quando l’imperatore tornò in Italia e bruciò alcuni centri del Molise (Tommaso era diventato conte del Molise per via del matrimonio contratto con la contessa Giuditta del Molise), nonché Celano i cui abitanti furono deportati a Malta, in Calabria e in Sicilia.
In definitiva, dopo un lungo riallacciamento parentale e vari contratti matrimoniali, dopo lungo tempo e subita la furia dell’invasore, riemerse il casato Berardi in virtù di un certo Ruggero, il quale riuscì, pagando un prezzo esoso, a riottenere la contea di Celano dagli aspiranti sovrani al Regno delle Due Sicilie (d’Angiò: vedi la manovra di Carlo II tesa ad ottenere il beneplacito papale); la contea restò ai Berardi-Ruggeri fino al 1422 allorché gli Angioini furono spazzati via da Celano alla comparsa degli Aragonesi, cioè quando il papa Pio II segnalò al re Ferrante, per l’infeudamento della contea celanese, il proprio nipote Antonio Piccolomini Todeschini - che avrebbe sposato poi una figlia del re di Spagna -, di cui un discendente, Alfonso Piccolomini sembra abbia ucciso presso Pratola nel 1495 l’ultimo Berardi, Ruggerotto figlio di Jcobella Ruggeri.
Con la morte di Jcobella si estinse la signoria Berardi-Ruggeri, ma non la genealogia.
Il 21 novembre 2023 pubblicai su questa Rivista online un articolo intitolato “Petrejus, chi era costui?”. Nel brano descrivevo la continuazione del cognome Ruggeri disperso nella ex contea che, come abbiamo visto, alla fine del 1400 passò ai Piccolomini, i quali ristrutturarono nel 1585 il castello di Cocullo che evidentemente e probabilmente era appartenuto - ma inizialmente forse la struttura si limitava a una torre di avvistamento (sulla cui facciata, in basso, compare lo scudo) sulla valle del Flaturno che per me fu il fiume che poi nella mia puerizia diventò il rio Pezzana ormai secco - ai Berardi durante la burrascosa vicenda tra Federico II di Svevia e il conte Tommaso di Celano.
“PETREIUS, CHI ERA COSTUI? Fin dai tempi di Jcobella Ruggeri vari scrittori, ma anche di secoli successivi fino all’età contemporanea, si sono soffermati su questo personaggio, rimarchevole come dama del Basso Medioevo che s’affacciò al mondo dell’Umanesimo disegnando tre ricami sul tessuto delle turbinose vicende che visse: uno strettamente di carattere culturale, uno di profonda religiosità popolare ed uno di carattere politico. Il primo si espresse nell’epistolario, nella attenzione al mondo della cultura ed alla predilezione per il secondogenito, amante delle lettere e delle arti a cui avrebbe voluto assegnare la continuità della linea Ruggeri; il secondo si espresse nella propagandata infiltrazione nelle classi popolari della sua sentita religiosità di terziaria francescana e, con l’aiuto del marito Lionello Accrocciamuro, nella realizzazione di monumenti religiosi; il terzo nella salvaguardia e nell’interesse delle successioni dei casati nella contea celanese, che si ripercossero addirittura alla prosapia successiva alla sua, con il riflesso di Costanza, l’ultima contessa Piccolomini di Celano.
Chiudo la premessa ricordando che Jcobella ebbe tre figli da Lionello Acclozamora: in ordine Ruggero, detto Ruggerotto, Pietro e Isabella. Del primo, il “ribello”, conosciamo le nefandezze; della terza, Isabella, sappiamo che andò sposa a un del Balzo, cognome già diffuso nella vicina Sulmona e nell’Italia meridionale.
Nella rassegna dei figli di Jcobella ho omesso il nome di Pietro, secondogenito dopo Ruggerotto: non è stata una distrazione, ma perché quest’ultimo è oggetto del presente sintetico lavoro.
Intanto, scomparsa Giovanna I d’Angiò regina di Napoli, mentre il vento d’Aragona scuoteva sempre più pressante gli avvizziti gigli angioini, credo che sia degno di essere ricordato il seguente evento che può aderire al tramonto della contea Ruggeri di Celano: il 12 febbraio 1463 il Re Ferdinando I confermò l’assegnazione ad Antonio Piccolomini, avendo lo stesso Antonio sposato una figlia naturale del re aragonese-, della contea con tutte le città, terre, castelli, ville e luoghi alla stessa pertinenti-, per remunerarlo della fedeltà e dei servizi resigli durante il conflitto con Giovanni d’Angiò. La contea era già stata segnalata a favore del nipote Antonio da Pio II Piccolomini allo stesso re. Nello stesso periodo Ruggerotto stringeva i denti e mostrava di non rinunciare ai possedimenti conducendo la guerriglia in due direzioni: contro gli Aragonesi-Piccolomini per ovvii motivi e contro la madre la quale evidentemente aveva già scelto Pietro per continuare la prosapia dei Ruggeri. Nel 1462, il 17 novembre, con l’aiuto di Giacomo Piccinino il figlio “ribello” assediò il castello di Gagliano Aterno, dove si era ritirata Jcobella, la quale fu presa prigioniera e pare che sia stata condotta a Castel Vecchio Subequo.
Nell’estate 1463 Jcobella andò a Tivoli per parlare con Pio II: portò con sé il figlio “più giovane”, cioè Pietro (del quale non mi risulta la data di nascita ma che penso già fosse affascinato dalla cultura e dall’arte e che, forse rammaricato anche del contentino promesso dal pontefice alla madre, non cercasse distrazioni nei possedimenti) (V. Rubeo, “Covella, contessa di Celano”, Ed. Kirke 2015) per trovare un accordo onde salvare la contea ai Ruggeri: ma il papa le dichiarò che già quel territorio lo aveva fatto assegnare al nipote Antonio e che lei sarebbe stata comunque soddisfatta con la promessa di possedimenti nell’Italia meridionale, possedimenti precisamente in Puglia che però poi sarebbero dovuti andare al secondo figlio e gli armenti che avevano svernato nel territorio pontificio sarebbero tornati a lei e non a Ruggerotto che li aveva richiesti per sé. (op. cit.) Ma Pietro sentiva più la vocazione umanistica. Ora, perché Monsignor Corsignani affiancò i due fratelli nel suo giudizio: “senza senno e sen givano sediziosi e raminghi”? Passi per Ruggerotto, il quale però aveva le sue ragioni, ma Pietro viveva nel mondo umanistico e, ove si eccettui qualche eventuale “svago” giovanile permesso alle classi elevate del tempo, sembra che quel giudizio sia ingiusto e troppo sbrigativo. Certo, Monsignor Corsignani era celanese, ma anche vescovo della Diocesi dei Marsi e di quella di Valva e Sulmona nella metà del 1750; perciò come uomo di Chiesa nella definizione si attenne alla prudenza e alla discrezione. E’ vero però che se Ruggerotto andava ramingo per rivendicare i suoi possedimenti, Pietro andò ramingo in cerca di un orizzonte aperto all’umanesimo… per cui, ancora prima che l’aragonese Alfonso II Piccolomini ne uccidesse il fratello a Pratola (?), Pietro fra l’altro fece l’ambasciatore al re aragonese Ferdinando I. Il suo maestro Marino Turanense gli aveva dedicato parole elogiative durante l’esilio veneziano. Analizziamo in proposito la seguente frase, che si legge su un manoscritto copiato da Pietro e riportata dalla studiosa Veneranda Rubeo (op.cit.): Explicit tractatus spere scriptus per me Celanium exulem 1468 Venetiis sub Domino Bragatheno in artibus studentem; senza dubbio vi si avverte un certo disagio nel sentirsi ancor giovane lontano dalla propria terra, esule a causa degli eventi tragici che avevano coinvolto lui e la sua famiglia, sebbene confortato dall’interesse per la cultura e dalla passione di apprendere une assez élégante écriture humanistique (Bloch). Dove si comprende che Pietro e il suo amico pescinese Paolo Marso furono allievi presso la celebre “Scuola di Rialto” dei più illustri maestri veneziani, Pomponio Leto e Domenico Bragadin. I manoscritti di Pietro al tempo di Carlo VIII da Napoli furono portati a Parigi nella Biblioteca Nazionale e forse ivi studiati dall’illustre medioevalista tedesco Bloch, il quale non ha dubbi che il “Petreius” sia il figlio di Jcobella; i manoscritti comprendono diversi trattati che spaziano dalla poesia all’astronomia, cioè dalla cultura in senso stretto alla filosofia, alla scienza, databili tra il 1460 al 1488, se non era già morto l’umanista.
Certamente Marc Bloch ha criticato tutte le opere di Pietro e in particolare quella che si riferisce a San Giovanni da Capestrano. Quindi avrà letto o intuito che Jcobella aveva fatto apprestare una biblioteca, contenente gli scritti di quel Santo a Gagliano Aterno: di qui la sua convinzione che l’umanista era stato il nostro mancato conte e perciò concludo che Bloch aveva messo i suoi lettori su una buona traccia.”
Senz’altro, se fossi stato giovane e non dilettante, superate le difficoltà finanziarie, avrei fatto una capatina a Parigi o giù di lì, ma già due anni fa ero assillato dalle gravi infermità coniugate alla turpe vecchiaia; i malanni addirittura non mi permettono ora di consultare la Biblioteca “Mazzarino” nella vicina città di Pescina. Quindi ritengo così che sia valida la giustificazione del motivo per cui lascio i brani incompleti.
Stando così le cose formulo un’ipotesi, aprendo uno scenario fiammeggiante, basata su alcune date più o meno precise intorno a cui gravita una trebisonda contorta su almeno un pezzo del feudo:
1- il 13 marzo 1596 alcuni Cocullesi chiesero ed ottennero, per “interpositam personam MATTHAEI ROGERII de dicta Terra”, ad un alto prelato l’istituzione di un’altra Confraternita, e precisamente nella chiesa di San Nicola; orbene, l’intercessione era stata chiesta al nominato Matteo di Ruggero che sarebbe stata un’alta autorità del paese, mentre il conte di Celano sulla carta era una Peretti, contea peraltro per molto tempo contestata dal bellicoso Ruggerotto;
2- la data e le modalità della morte di quest’ultimo;
3- questi era tornato dalla Francia perché spodestato in Italia nel 1586;
4- qui si affaccia la memoria della vicenda della massa di Marco Sciarra, provvisorio alleato di Alfonso duca di Montemarciano;
5- la contea di Celano fu venduta dai Piccolomini ai Peretti nel marzo 1591, tre mesi dopo l’impiccagione di Alfonso, lontano parente di Costanza, mentre costei era suora di clausura …in libera uscita per definire le disposizioni testamentarie;
5a- l’acquirente donna Camilla Peretti, evidentemente perché troppo impegnata nello “struscio”, cioè la passeggiata dei notabili per mostrare le sue bellezze, anticipò soltanto una piccola parte del prezzo convenuto fino a quando subentrarono prima i nipoti cardinali e poi il Sacro Collegio che affidò la gestione del feudo a famiglie vicine alla Chiesa: “Donna Camilla, tutti la vònno e nessuno la piglia!”.
Conclusione attuale: per me la seconda metà del ‘500 raggiunse a Cocullo il culmine dello sfascio dal punto di vista feudale. La coincidenza del ritorno d’Oltralpe da parte di Ruggerotto, le incursioni della massa di Marco Sciarra e del duca di Montemarciano, sono ricorsi storici: quando le spade si infrangono sopraggiunge l’ “interregno” anarcoide. A Cocullo, accanto al castello Piccolomini e sopra il portale laterale della chiesa di Sant’Egidio-San Domenico con lo stemma dei Peretti, resta il toponimo di Ruggeri nell’omonima via.

