“LA FARETRA”: giornalino cocullese del 1956

Tempo fa mia sorella minore ha riesumato il file de “La Faretra”, giornalino locale per gli studenti, scritto in proprio e diretto da un sedicente Guglielmo Tell, non dell'arciere che scagliava le frecce ma di uno pseudonimo che a volte poteva lanciare frecciate: un lavoro paragiornalistico scritto nel dopoguerra del secondo conflitto mondiale; o un decennio dopo? Questo avversativo mi ha creato un dubbio assillante: la data del primo numero de “La Faretra”, giornaletto battuto alla macchina Olivetti, risale al 1956, quando il direttore (!!!) aveva poco meno di 23 anni, quindi forse già aveva assistito a due o tre lezioni nella Facoltà di Lettere Classiche dell’Università “La Sapienza” (pur restando iscritto in quella di Giurisprudenza); laddove il progetto di fondare un giornalino locale risaliva a dieci anni prima: la data era sbagliata?
Ma, prima di azzardare ipotesi, ritengo opportuno ricordare alcune date qui di seguito.
Avevo superato gli esami di ammissione alla scuola media nella vicina città di Sulmona. Poi scoppiò la seconda guerra mondiale con le sue tristi vicende: nel ’43 ci venimmo a trovare sulle retrovie della via Gustav, cioè del fronte Cassino-Maiella-Ortona a Mare. Insomma, avevo perso due anni della carriera scolastica: un anno per la stasi bellica, un altro o due perché la linea ferroviaria tra Cocullo e Sulmona era interrotta a causa dei lavori di ricostruzione del ponte Sagittario, al pari di altre gallerie minate e della rete elettrica. Recuperai quel paio d’anni sostenendo a Sulmona gli esami da privatista e mi iscrissi al Lice-Ginnasio “Ovidio” di Sulmona. Fu in quel periodo che il sottoscritto aveva concordato con Nazareno Ferrari, il quale poi si occupò della pagina sportiva, se ricordo bene, il progetto ai tempi in cui frequentava la scuola media inferiore.
Il redattore della/delle pagine sportive, però, andò via da Cocullo dopo gli anni ’56. Intanto fisso nella memoria alcune date. Dopo il 1962 Titti, la mia sorella maggiore ora defunta che insegnava nelle scuole elementari cocullesi, mi consegnò un quaderno che lo scrivente aveva compilato nel 1942, anno in cui aveva frequentato la quarta classe elementare; allora, ritenendo che la ricostruzione del corso degli studi fino al Liceo classico e aiutandosi con il ricordo di una foto del 1952 che lo ritrae fra i colleghi promossi della sua sezione, pensò che il corso degli studi inferiori avrebbe potuto riportargli alla memoria gli accadimenti di quegli anni.
Dopo i primi cenni sull’astronomia e sull’alfabeto morse fornitigli dal padre, a quasi quattro-cinque anni sapeva leggere e scrivere, in virtù dell’aiuto della madre, insegnante. Si iscrisse alla prima elementare a sei anni nel 1939-’40 e completò il corso elementare dell’anno 1943-’44. Nell’anno successivo ‘44-’45 superò gli esami di ammissione alla scuola media inferiore; ma ricorda che dovette essere esaminato a Sulmona dopo aver affrontato il viaggio da Cocullo a Sulmona sul carretto di Attilio poiché le distruzioni della guerra, come su ricordato, avevano sacrificato il ponte ferroviario sul Sagittario nel tracciato ferroviario Avezzano-Sulmona: sulle pendici di montagne opposte giacevano  le carcasse di tre locomotive e di due locomotori come enormi sassi scagliati da giganti mitologici sulle sponde del fiume.
Fra’ Ugo Vignoli (credo di ricordare bene queste generalità) era apparso nel panorama cocullese e casalano provenendo da Bologna o comunque da zone padane e da noi era noto come “Fra’ Ugo”. Egli indossava una tonaca nera e doveva appartenere ad un Ordine religioso e come tale svolgeva le sue manzioni. Era stato bene accetto dalle autorità diocesane e dal parroco cocullese giacché custodiva nella frazione Casale, dove abitava, la chiesetta di Santa Maria in Campo, residuo di una cella dell’antica grangia di San Giovanni in Campo. Quel che è certo è che l’avvento di fra’ Ugo fu provvidenziale per gli studenti della zona che erano stati costretti ad interrompere gli studi. Un nutrito drappello di giovanetti cocullesi lo raggiungeva nella sua abitazione e trovava posto attorno ad un povero tavolo nei cui cassetti il docente riponeva il materiale scolastico; quando un giorno lui aprì un cassetto ne scivolarono fuori due serpi che un discente, Mimmo, aveva catturato cammin facendo. L’episodio suscitò clamore e risate che prolungarono la lezione giornaliera. Fra’ Ugo non risulta che fosse sacerdote, ma conosceva molto bene le discipline umanistiche e Guglielmo lo capì subito allorché il docente ne sottolineò i termini suggeritigli dalla fantasia per conciliare la fatica dello studio con quella della partita di pallone. Sottolineò l’espressione “cabulum” usato maccheronicamente nel compito di latino, segnato con la matita rossa anziché blu perché il caso era espresso in accusativo come richiedeva la frase. Insomma Guglielmo aveva scritto “cabulum” anziché “brassicam”, accusativo femminile, e così avrebbe memorizzato che generalmente i nomi delle piante si traducono in latino con un sostantivo femminile anche quando terminano in “–us”.
Tornando al rompicapo, dopo avere sfogliato alcuni files de “La Faretra”, credo di essermi convinto che il progetto iniziale della pubblicazione del giornaletto è stato un sogno o un mistero (o addirittura una carenza di dispositivi fotografici o telematici…), considerato che nelle undici pagine risaltano figure e accadimenti registrati in anni successivi al ’46, allorché Guglielmo (nichi) aveva superato la seconda decade di età e conseguito la maturità classica per via di reminiscenze umanistiche e che la data del ’56 sia giusta.
 
Trascrivo qui di seguito un brano stampato alle pagine 9 e 10 del giornalino datato “Giugno 1956”:
“LA RIFORMA SCOLASTICA
La Riforma scolastica costituisce un problema troppo arduo per il mio modesto raziocinio; è scontato comunque che essa debba esser messa in stretta relazione con il compito dell’educazione popolare. Seguendo questa direttrice è necessario considerare l’evoluzione dei due problemi come svolgentesi parallelamente e contemporaneamente. Pertanto se una riforma si impone in seno alla scuola, ciò vuol dire che bisogna condurre il popolo a ritrovare se stesso nelle sue aspirazioni più profonde e più genuine. E come poter raggiungere questo scopo? C’è chi ritiene che l’educazione popolare debba essere intesa come un’educazione preminentemente pratica, utilitaria, sociale, tale da consentire di assolvere sempre meglio al proprio compito e di inserirsi nell’ambiente per contribuire, secondo le proprie attitudini e nella maniera più efficace, all’interesse comune; ma la educazione popolare non deve essere in tono minore e nemmeno informativa; essa deve rispondere alle esigenze interiori dell’uomo, deve affermare i valori supremi, deve iniziare alle manifestazioni della vita e del pensiero, della bellezza e dell’arte. Deve formare, deve suscitare i sentimenti e le aspirazioni migliori, deve ingentilire l’animo e plasmare il carattere alla luce di alte idealità morali. 
Un’educazione dello spirito, insomma, che, sola, può costituire il principio e il fondamento di quella stessa armonica convivenza sociale e di quel lavoro concorde che ci si propone di conseguire. Soprattutto con il raggiungimento di un fine estetico, che eleva l’animo all’armonia e alla bellezza, al senso di misura e di equilibrio; con il raggiungimento di un fine morale, in quanto la vera cultura si ispira a sentimenti elevati, attinge le sorgenti più intime dell’animo, quelle donde traggono origine le forze morali, le idealità superiori; con il raggiungimento di un fine di educazione nazionale, giacché la grande letteratura è all’origine della vita nazionale, ne accompagna e ne sorregge il processo storico.
In seguito alle esposte considerazioni risultano evidenti le gravi lacune delle varie proposte di riforma scolastica: “A che servono discipline come il Latino, il Greco, …?” si domanda l’individuo pratico, ma estremamente rozzo perché ignora che l’insegnamento scolastico affonda le sue radici da una parte nelle materie – a scopo informativo – dall’altra nelle DISCIPLINE – a scopo formativo – e conseguentemente fa un’orribile confusione fra  le prime e le seconde, non riuscendo a discernere la funzione che le tiene vincolate. Già i più insigni studiosi delle cosidette lingue morte ci hanno dimostrato la diretta inutilità pratica delle stesse: e gli scolari che hanno sfogliato soltanto la Grammatica e qualche frammento di Testo classico non hanno fatto fatica a crederci. Meschini! Noi che non ci siamo fermati alla declinazione di “dies” o di “àntzropos” abbiamo capito attraverso la lettura di Sofocle e Virgilio, Pindaro e Lucrezio, Euripide e Cicerone, come la nostra grande letteratura non solo non sia remota dalla anima popolare, ma, anzi, tragga da essa, nei suoi aspetti essenziali, nel suo contenuto e la nelle sue forme, le proprie origini e la propria ispirazione; come essa interpreti sempre e vanti una gloriosa tradizione viva dell’anima popolare, maturatasi nei secoli e nel clima della nostra storia: perché la vera cultura è disciplina, misura, educazione nella sua accezione più alta, e solo attraverso la vera cultura – quella forgiata dalle “litterae humanitatis” – si può intravedere lucidamente l’inscindibilità del trinomio uomo-letteratura-educazione. E l’elemento costitutivo più basso di questo trinomio è quello che integra l’insegnamento delle materie (si badi: materie) pratiche…
Come la mettiamo dunque? Vogliamo proprio abolire il Greco? Vogliamo ripudiare la nostra umanità, la nostra cultura, la nostra civiltà? Certo la bomba H – tanto di cappello all’impressionante sviluppo della tecnica – non potrà mai formare l’Uomo, colui che identifica il suo Io nell’epica omerica e virgiliana, Colui che tuffa il suo spirito nella soave melodia di Alceo, Saffo, Catullo, Tibullo; Colui che rivive la sua storia nella “Commedia” dantesca, nelle “Laudi” di Jacopone, nel “Cantico” di frate Francesco, nella “Gerusalemme Liberata” del Tasso, nell’ “Orlando Furioso” dell’Ariosto, nei “Sepolcri” del Foscolo e, giù giù, dai “Promessi Sposi” del Manzoni alla “Madre” di Gorky, da “I Ragazzi della Via Paal” di F. Molnar a “La Ginestra” del Leopardi, dai “Miserabili” di Dumas ai “Malavoglia” del Verga…” (Guglielmo)
 
Nel 1959 il mio redattore de “IL TEMPO” di Roma, comunicandomi da Piazza Colonna che da poco tempo gli era stata affidata la redazione della pagina abruzzese, si complimentava per la mia solerte collaborazione su quel giornale fin dai tempi del Ginnasio come corrispondente. 
Dopo tre anni di guerra, due anni di guerra civile e dell’epurazione, che a molti parve la “damnatio memoriae” del vecchio regime, proprio mentre gli uomini pacifici e benpensanti credevano di cambiare un regime in una democrazia liberale, l’Italia si trasformò in una nazione democratica ma anche libertaria. Con buona pace della vera democrazia realizzata da Demostene (il vero buon governo poiché la “polis” era diventata nazione). Purtroppo l’epurazione aveva riacceso i rancori della guerra civile. Infatti già nel ’44 il reggente sovrano di maggio era stato costretto a firmare decreti poco aderenti alle esigenze del momento: riappacificare gli animi anziché adottare provvedimenti punitivi addirittura contro le famiglie ed anche i figli di tutti gli ex gerarchi (1) non solo di quelle persone colpevoli di reato. Insomma la società fu per molto tempo travagliata, turbata e da questo miscuglio emerse una folla smarrita, disorganizzata che si curò con quella specie di teriaca, la quale la illuse in un mondo ludico e libertino. 
A questo punto vien fuori una parafrasi della storiella del pope Reno e del pope Runo, i quali si erano salvati dal naufragio di una nave vichinga ed erano riparati su un isolotto popolato da pinguini: familiarizzarono con quegli animali e, quando fu loro possibile, riuscirono a sbarcare su un continente del freddo Nord e camminarono fino ad una cittadina dove un pope anziano li avviò all’istruzione di una sua scuola teologica che però aveva un programma teologico-politico e, proprio per questo, proprio perché i discenti interpretavano diversamente gli insegnamenti, i due ex navigatori divennero avversari. Non molti anni dopo, nel 1945, i due si ritrovarono a Yalta e con i nomi d’arte Roosevelt e Stalin, capi di una guerra vinta. Roosevelt dimostrò di essere l’unico padrone della bomba atomica (Hiroshima e Nagasaki) e ciò bastò per frenare le mire espansive di Stalin, le cui truppe erano già penetrate a Berlino e minacciavano la costa adriatica.
Dopo aver mostrato il livore per la coatta repressione dei suoi progetti e quindi contrarietà per la mancata invasione che faceva naufragare l’idea di spartirsi tutta la preda, il pope Runo capì che forse sarebbe svanita una ulteriore penetrazione e perciò non poteva concludere “un po’-pe-R-uno, un po’-pe-r-ciascuno” e realizzò il muro a Berlino.

1 - Alcuni vennero uccisi come fecero, attorno al 1861, i soldati piemontesi contro i partigiani e i manutengoli del Borbone; altri furono ostacolati negli studi o nelle carriere; ecc….