Edizioni L'Atelier
30 Novembre 2025
Edizioni online - L'Atelier
Nino Chiocchio, L’alba dei travetti e il crepuscolo dei travetti
Capitolo IX - Manoppello fatal!
Redazione
Nella stagione buona, molto spesso, partiva la sera per il paese natale e tornava con Peppinella all’usato lavoro, a Chieti, la mattina seguente di buon’ora.
Aveva percorso appena cinquemila chilometri dal conseguimento della patente di guida, che ebbe modo di battezzare Peppinella immergendola in un turbine di foglie, cielo, zolle e asfalto. La mattina s’era alzato un po’ tardi e temeva di arrivare in ufficio dopo l’orario canonico. Voleva arrivare per tempo a Chieti e, poiché conosceva abbastanza bene la strada, si sentì autorizzato a prendersi qualche confidenza di troppo con l’acceleratore. Gli stimoli della primavera e la compiacenza della macchina che filava sull’asfalto liscio generavano in lui una reazione piacevole ed un senso di sicurezza. Ma poi arrivò la curva di Manoppello. Era una curva di quelle che sogliono chiamare “a gomito”: girava intorno ad una collinetta alberata, quindi impediva la visuale. Enzo stimò opportuno, anche se la velocità era elevata, stringersi sulla destra (e fece bene perché in quel momento stava sopraggiungendo dall’altra parte un’Alfa Romeo); purtroppo nella manovra la ruota destra anteriore sfiorò lo zoccolo di cemento che separava la corsia dalla cunetta: la vettura divenne un bolide. Si inalberò verso la scarpata, che si alzava ripida per diversi metri fino al margine della collinetta, e il nostro vide saltellare le zolle fra il vorticoso occhieggiare delle foglie degli alberi, i rami che si protendevano e immediatamente si ritraevano nello spicchio sempre mutevole di un cielo tutto turchino; ricadde pesantemente sul manto stradale e carambolò per una ventina di metri sulla fiancata sinistra, che strideva, si lamentava. La povera Peppinella si fermò che Palinuro stringeva ancora il volante: adagiato su un fianco, sì, nella persona, ma che con le mani stringeva il volante. Forse è vero che non bisogna mai lasciarlo, il volante, (riflessi, sangue freddo e fortuna permettendo): non si era procurato un graffio, salvo che ad una scarpa! Provvidenzialmente nell’impatto il parabrezza (insieme alle lenti, che strisciarono per terra appresso alla montatura e non si ruppero) era volato via, ed al nostro fu possibile uscire per quell’inconsueta apertura tirandosi su dalla scomoda posizione in cui si trovava. Mentre portava a termine l’operazione, gli occupanti della macchina con cui si sarebbe dovuto scontrare sbucarono a piedi dietro a lui e da lontano gli fecero segno di non muoversi: temevano che avrebbe potuto riportare qualche danno non riscontrabile a sangue caldo, almeno qualche emorragia interna. Quindi lo presero sotto braccio e lo fecero camminare un pochino, mentre parlavano e lo guardavano stupefatti perché si reggeva meglio di loro. Ad un certo punto lo sfortunato pilota li ringraziò per le premure e li invitò a proseguire nel loro cammino, non senza averli prima pregati di avvertire la Polizia Stradale affinché dirottasse verso quella curva un carro-attrezzi onde far rimorchiare la macchina ch’era rimasta adagiata con le ruote storte ai bordi della strada. Dopo qualche perplessità, quelli ripartirono non troppo convinti; l’eroe rimase a contemplare il cielo azzurro, il verde delle foglie e il veicolo informe, contorto, sul nastro d’asfalto, accanto alla cunetta. Dopo poco comparve (veniva da Roma) l’auto di Luca. Costui era quell’impiegato romano che prestava servizio in un ufficio di Chieti: di lui è stato fatto cenno quando sono stati passati in rassegna gli amici di Enzo. Era simpatico ed aveva una bella personalità. Una frenata brusca, poi il pallore dell’amico romano: e il nostro dovette ...rincuorarlo. Luca non credeva che l’altro fosse incolume e insisteva nell’offrirgli un passaggio per Chieti. L’invito affettuoso fu fermamente rifiutato, tuttavia quando Enzo arrivò più tardi in città gli amici sapevano quel che gli era successo.
Dopo qualche ora giunse finalmente il carro-attrezzi e rimorchiò Peppinella (col padrone a bordo): era trainata per le ruote anteriori, miracolosamente rimaste abbastanza dritte; la parte posteriore svettava ed era stata sollevata con una catena perché era tutta storta. Il pilota ne uscì e corse in ufficio, ove peraltro restò poco tempo giacché i colleghi, messi al corrente da Luca, lo forzarono ad andare a casa “onde riposare”. Ubbidì come una pecora: forse a quel punto stava cedendo alle premure (col passar del tempo si accorse che non erano poi eccessive...) e cominciava a far capolino qualche riflessione sul pericolo corso. Ubbidì, dunque; ma ai padroni di casa non disse niente. Si presentò col sorriso sulle labbra e con la faccia da impunito; ma a nonna Albina quel sorriso parve un ghigno disegnato sul viso pallido: forse già sapeva tutto! Fatto è che lei, seguita in ciò da tutti i suoi cari, gli usò una dolce violenza, prima circondandolo di cure affettuose e poi facendogli sorbire una bevanda calda. E le attenzioni non finirono lì: nel pomeriggio arrivarono dal paese, allarmati, la sorella ed il marito di costei!
Peppinella aveva percorso poche migliaia di chilometri dal momento dell’acquisto... In poco tempo la racconciarono ed Enzo si rimise a scorrazzare per ogni dove, anche fra le mura diroccate.
Il castello di Ortona - La leggenda tramandava che fra le mura diroccate del castello di Ortona a Mare la notte evocasse lamenti e stridor di catene. Travetti, incuriosito, una sera ci andò; ma non sentì né gli uni né l’altro. Qualche bisbiglio sì che lo udì; ma non si trattava di fantasmi, bensì di coppiette che si erano attardate a tubare o giù di lì. Quel maniero, offeso dal tempo e dagli eventi bellici, era un luogo ideale per conciliare ...poesia e amor profano. Sorge (ancora?) con i suoi monconi di calce e mattoni su un’altissima rupe che precipita la base nel mare. E’ uno sperone di roccia e d’erba, quella rupe, e si protende paurosamente sulla schiuma delle onde: su quella superba pedana si alzano i muri sbriciolati e anneriti. E’ difficile dire se gli enormi moncherini siano sorretti dalla forza della leggenda che ne scaturì o se siano avvinghiati alle erbe che li ammantano. Quella sera il chiarore soffuso della luna permetteva di vedere, oltre l’altura di roccia, d’erba, di storie e di leggende, la traccia impercettibile dei sentieri che si perdevano nella notte, e giù, in basso, una fetta d’inchiostro nero racchiusa nel piccolo golfo. Altro che leggenda e poesia! Si trattava di prosa, e che prosa! E il solitario impiccione concluse che le coppiette forse conoscevano sin troppo bene la leggenda... (Continua)

