Edizioni online - L'Atelier

Nino Chiocchio, L’alba dei travetti e il crepuscolo dei travetti

Capitolo quinto: Timbri, Atti e apprendistato

Fin dal primo mattino del secondo giorno di lavoro il nostro aveva capito quanta importanza avessero i timbri per consacrare i pezzi di carta. Aveva trascorso varie ore col sacro sigillo che eleva alla dignità di documenti anemici papiri, i quali in genere poi fatalmente vanno a giacere ingloriosamente fra gli insetti e la polvere di qualche vecchio archivio, ammesso che sfuggano ai rastrellamenti delle ricognizioni e delle disinfestazioni. Dunque la seconda giornata l’aveva passata nell’osservazione e nella “presa d’atto” di fatti che generalmente prevedevano l’identico abusato formulario, per cui Travetti stimò opportuno far predisporre un timbro, valevole per ogni pratica, in cui era scritto “Si prende atto della concessione/variazione del beneficio in oggetto in favore dell’interessato” (e la pratica relativa andava agli Atti).
Gli impiegati dell’Ufficio erano pochi, relativamente alle dimensioni della provincia, e forse questo favorì l’accoglienza e l’integrazione nel gruppo impiegatizio abruzzese di un figlio della stessa Terra: Travetti fu accolto con un affetto quasi pari al calore sprigionato dalle mura domestiche. Nella Sezione a cui fu assegnato erano soltanto tre persone (a Roma, sei anni più tardi, si conteranno a diecine, e, nell’organico di tutto l’Ufficio, a centinaia): Paolino, un anziano impiegato tutto “casa e famiglia”, un impiegato impastato di saggezza, intelligenza e diligenza; Annamaria, una maestrina giovane, anch’essa seria e diligente; e Lucio, un consigliere che aveva un anno meno di Enzo e con cui questi ben presto strinse amicizia, per certe affinità intellettuali nonché per il fatto che ambedue consumavano i pasti negli stessi locali. A Lucio avevano ingessato un braccio che s’era rotto in conseguenza di una frattura riportata in uno scontro fra la sua lambretta e un autobus. Ed ora lo teneva poggiato, il braccio, su una base di feltro e metallo, sempre alzato alla maniera nazista, pericolo costante pei musi che spuntavano ...dietro quella curva del Corso Marrucino. I due giovani s’erano già affiatati quando Lucio ebbe una ricaduta influenzale con febbre alta: era naturale che in quel frangente il nostro gli fosse vicino
La mattina Enzo si recava in Ufficio e, gradatamente, affrontava pratiche sempre più complesse, anche quelle - sempre con l’aiuto di Paolino - del compagno malato. Quando, dopo pochi giorni, se ne andò solo e ne sbagliò una, il titolare dell’Ufficio lo fece chiamare. Sprofondato nella poltrona, quasi nascosto dalla scrivania, il capo sventolava la “minuta” dell’atto incriminato con un atteggiamento poco rassicurante; però il nostro pensò che l’educazione e ...l’anzianità non permettessero a quello di avere idee bellicose: quindi si avvicinò e non oppose alcuna resistenza alla “pacca” che colui gli affibbiò su una spalla. Infatti quello disse: “Sappi che chi non lavora non sbaglia. Siediti vicino a me, ché adesso rifacciamo la pratica insieme e tu potrai evitare un eventuale futuro errore!”. Travetti ubbidì e non sbagliò più quel tipo di pratiche.
Ad onta della vetustà del palazzo ch’era sede dell’Ufficio, il clima della festa rallegrò i muri e le finestre molte settimane prima del Natale. Annamaria, la maestrina, aveva coperto la stanza di stelle e comete che luccicavano: una partecipazione corale al clima festoso. Un po’ tutte le stanze, ma quella di Travetti e d’Annamaria in particolare, erano festosamente addobbate già dal 15 dicembre, giorno ricordevole per Enzo perché una ventina d’anni prima, mentre le campane del suo paese suonavano a distesa chiamando i fedeli alla prima novena di Natale, era nata la sorella Vanna. E gli sembrò di assistere nuovamente a quello scenario suggestivo, da presepe, in cui aleggiava flebile, ovattato, quasi impercettibile, un lontano suono di cornamuse; e ricordò anche che era alto come uno stivalone del padre né capiva molto, dal momento che, appena gli fu permesso di avvicinarsi alla culla, offrì un confetto alla neonata, confetto che secondo lui, mocciosetto, la creatura avrebbe gustato e digerito.
            
L’alloggio- L’acqua scorreva sotto i ponti e Travetti aveva ormai riscosso i primi stipendi. L’inverno bussava alle porte e la tarda estate opponeva una sempre più debole resistenza con uno sforzo notevole, tradito dal colore cangiante delle foglie stemperato sulla tavolozza autunnale. La frescura della fortunata città arroccata sul colle, che è esposto da una parte al vento della Maiella e dall’altra alla brezza marina, aleggiava sul cicaleccio che animava il corso nel tardo pomeriggio. Il corso: forse quella era la stagione più esaltante per il campanile. I Chietini tornavano a sciamare lungo l’arteria del centro storico e l’accento della loro parlata dominava sul vocìo che animava il passeggio: c’erano i bimbi che cercavano di sgattaiolare dai marciapiedi e i nonni che li frenavano e li rabbonivano col gelato, c’erano i ragazzi che si raccontavano le avventure estive o si scambiavano le impressioni sugli esami di riparazione. Tutto questo accadeva mentre dalla villa saliva il profumo dei tigli. Stavano arrivando le festività della stagione fredda. In quella circostanza Enzo fece un bel “ponte” e i colleghi lo definirono scherzosamente “architetto”: sbafò un periodo di vacanze che comprendeva Natale e la Befana. In provincia si badava al sodo: nei giorni lontani dalle feste più solenni si lavorava sul serio, ma le feste bisognava rispettarle, e come! Insomma tutto si faceva sul serio. Ci mancò poco che la “tirata” non si allungasse fino alla ricorrenza della nascita del padre (13 gennaio). Intanto aveva stabilito rapporti di salda amicizia e di reciproca stima con i padroni della casa dove andava a dormire. Era un’ottima famiglia, che purtroppo avrebbe lasciato dopo un annetto perché le strategie della brigata in cui s’era arruolato, come abbiamo avuto modo di rilevare, non gli permettevano di osservare le regole di un’ospitalità gradita ma necessariamente austera. Il patriarca era un ancor valido e robusto maresciallo dei carabinieri, impagabile sotto ogni rispetto, il quale, specialmente nelle prime giornate, quelle dell’ambientamento, intrattenne il giovane ed il proprio cognato - un simpatico sardo, fratello della moglie - in vari giochi di carte senza posta alcuna. La consorte dell’ospite era una brunetta gentile e premurosa, in tutto degna di quel marito. Avevano quattro figli: due maschi e due femmine. Vittorio era il più grande e pretendeva di aumentarsi il numero degli anni, forse per “accreditare” le sue velleità artistiche: dipingeva e s’era fatta crescere la barba nella pia illusione di nascondere così la sua adolescenza; aveva riempito la sua stanza di colori maleodoranti, di barattoli e pastelli abbandonati su macchie di vernice. Le sorelle, graziose e serene, frequentavano le scuole di secondo grado. La più grande era come un bocciolo che si andava dischiudendo, l’altra era ancora una piccola crisalide. Il fratello più piccolo era un seminarista pacato quanto diligente, un caro fanciullo.
Lasciata questa famiglia, fissata definitivamente la consumazione dei pasti all’albergo dove mangiavano gli amici (inizialmente il maresciallo era stato un anfitrione completo, nel senso che aveva procurato vitto e alloggio), Crescenzo si stabilì, di volta in volta, in quattro o cinque pensioni alla ricerca di una stanza dove poter dormire senza spendere troppo. Si presentava come studente, perché in quella città vigeva la strana usanza di far pagare la metà a coloro che studiavano (come se a costoro non avesse provveduto il reddito dei genitori!); ma quando i padroni scoprivano ch’era impiegato gli chiedevano un notevole aumento di pigione. Allora Travetti se ne andava e riprendeva a cercare un alloggio. Finché un giorno una studentessa universitaria a lui sconosciuta - ma che, come poi lei disse, era disperata perché non poteva esibire in un concorso la copia autentica di un documento il cui originale era negli archivi dell’Ufficio dove il nostro prestava servizio - lo fermò per via, e, imbarazzata, gli chiese di aiutarla, visto che la sua richiesta formale non aveva avuto esito positivo. La mattina dopo, grazie all’intercessione del nostro, il capo dell’archivio esaudì il desiderio della ragazza. La quale, per esprimere la sua gratitudine a Travetti, che sapeva essere forestiero, gli domandò con insistenza se avesse bisogno di qualche cosa (forse lei, essendo piccola la cittadina, conosceva il problema di lui, che proprio il giorno prima era stato ...sfrattato per la quinta volta?). L’interrogato fece molte rimostranze (ora era rosso lui): era confuso proprio come colui che qualche necessità ce l’avrebbe, ma la discrezione e il pudore e il dubbio lo bloccano. Oltre tutto lei portava al dito l’anello di fidanzamento...; alla fine lui cedette e disse che stava cercando una buona pensione ove trovare vitto e alloggio a prezzo ragionevole (in fondo se non era studente, lo era stato...) e ove nello stesso tempo fosse libero dal vincolo degli orari. Lei si impegnò. Crescenzo prenotò una camera in albergo nella convinzione che la promessa della giovane non avesse una realizzazione immediata; invece dopo qualche giorno l’universitaria lo accompagnò al palazzo di sua cugina, ove poi egli sarebbe rimasto fino al trasferimento nella megalopoli. La nuova pensione non fece rimpiangere la prima, e tanto meno l’albergo. In un primo momento si imposero le norme di correttezza che regolano i rapporti fra persone avvicinate da circostanze occasionali e che, in fondo, non sono troppo simpatiche (le norme) per via del dialogare impacciato che scaturisce dalla fredda etichetta; ma subito Travetti avvertì il calore della famiglia e divenne Enzo anche qui. Tutti, esclusi i marmocchi che piagnucolavano chi per i denti che spuntavano e chi per i capriccetti dell’età, si diedero da fare per metterlo a suo agio ed accoglierlo nel modo più ospitale in una casa che non faceva pensionato e che pertanto non si presentava con la caratteristica discriminante fra componenti della famiglia ed ospiti paganti (che poi andavano considerati estranei). Proprio come nella prima casa in cui fu ospitato; solo che qui ebbe subito la chiave per gli eventuali rientri notturni: verosimilmente l’esigenza di rincasare tardi era stata sottolineata dalla parente universitaria, memore dei desiderata che le aveva elencato il giovane forestiero; ragazza che purtroppo Enzo non incontrò più.
Le nonne, cioè la madre e la suocera del nuovo padrone di casa, erano molto diverse fra loro, ma una era meglio dell’altra. Di famiglia borghese era la madre di Nino (così si chiamava il capofamiglia): fine, dolce e discreta. Di tutt’altro stampo era nonna Albina - la suocera, - generosa, dinamica ed operosa come sanno esserlo le donne della campagna abruzzese. Chi dimenticherà mai l’intruglio di latte e alcoolici che quella fece sorbire al nuovo arrivato quando lo vide pallido e febbricitante, malgrado le rimostranze di costui, che per non dar fastidio si protestava in buona salute? Ebbene, quell’intruglio mise in fuga la febbre alta dalla sera alla mattina! E quei versetti[1] che la buona massaia declamò appena  entrò in confidenza con Crescenzo, versetti che erano un vero e proprio inno all’ospitalità di quella gente e che gli fecero scordare la multarella pagata per via della macchina parcheggiata fuori degli spazi appositamente disegnati? Nino distribuiva le sue forze tra la casa e l’Ufficio; quando era a casa dava una mano alla sua sposa nel coccolare i figlioletti che piagnucolavano, ovvero assolveva con diligenza agli impegni che aveva nei confronti dei condomini (faceva anche l’amministratore del palazzo). La giovane moglie, la signora Margherita, era una brunetta fatta di gentilezza e discrezione, era la degna figlia di nonna Albina. La famigliola era allietata da due creature: Luigi e Sandra. Il primo non era ancora entrato nell’età scolare, ma sin da allora dimostrava la serietà e la compostezza che poi gli avranno certamente garantito un posto nella vita; l’altra, un fiorellino ch’era appena sbocciato, sembrava molto vispa, ma era troppo piccola perché potesse fornire gli elementi necessari per essere giudicata. (Continua)

[1] ‘Nt’è se’ viste mai;/ ‘n puózz’ passà’ nisciun’ guài./ ‘Nte sò’ vist’ancóra;/ fùsc’ nat’a sorta bbòna./ T’ diénch’ nu vasc’ ‘mbrónt’;/ puózz’ crésc’ a cap’ammónt’.