IL PAESE CHE VORREI

Il paese che vorrei è quello che si svegliasse presto al mattino per fissare il cielo, terso d’azzurro o offuscato di grigio, con la meraviglia e la gratitudine di esser-ci. 
Il paese che vorrei è quello che  cogliesse che, come per l’intero cosmo,  il suo destino si svolge secondo l’ordine del tempo, padre e re di  tutto, come scriveva Eraclito in riferimento a polemos, archè (principio)esistenziale e che ogni singolo è sempre e solo un suddito, saggio,  felice e sano solo nel momento in cui  diventa consapevole e riconoscente della sua sudditanza . 
Il paese che vorrei è quello che, forte di questa verità, si metta in moto lentamente per adempiere alla propria funzione, privata o collettiva, onerosa o meno con la consapevolezza del passare di ogni in-dividuo come di tutto il resto restare. 
Il paese che vorrei è quello che, in conseguenza della rinuncia all’accelerazione, non ha bisogno alcuno di Protagonisti  ma del primato della Collettività sostenuto dalla presente partecipazione di tutti,  incoraggiata da ogni Istituzione (laica e religiosa) ed Associazione  consapevole che la loro essenza esistenziale, da cui tutti le altre funzioni derivano, si basa sulla  re-istituzione/associazione della Collettività,  e tutt’altro che sul mero distinguersi e separarsi nelle rispettive  singolarità.
Il paese che vorrei è quello che, consapevole del valore del tempo presente, vuole fare proprie soprattutto quelle iniziative che insistono su di esso,  e che inevitabilmente hanno a che fare con la lentezza della lettura, della riflessione tematica, del cammino dentro un bosco,  della cura del paesaggio ma anche solo di una cena comunitaria senza l’esizialità tecnologica.
Il paese che vorrei è quello che, ri-conoscendo il valore del tempo presente, riconosce che è solo questa dimensione a rendere possibile moderazione, affidabilità, solidarietà, convivenza, condivisione, disponibilità, in una parola il Bene.
Il paese che vorrei una volta esisteva realmente e ri-volerlo non è il nostalgico disegno di riportare indietro le lancette dell’orologio quanto quello di ereditare quel tempo in un sempre nuovo presente, in una indomita volontà di esserci, di abbandonarsi al fiume di quel Tempo,   per tornare finalmente a quella Itaca che c’è dentro ognuno di noi.