ABRUZZO: IL MORRONE IN FIAMME.

“Il fallimento di una politica fatta di divieti e abbandono” ha titolato un articolo apparso su uno dei tanti siti Internet. Prendendosela con il protezionismo ambientalista in genere, quale causa del grande incendio che anche quest’anno, come già in altri precedenti, ha imperversato sulla Montagna del Morrone, settore occidentale del Parco Nazionale della Majella. Peccato che non sia propriamente così, sebbene il fallimento di una certa politica ci sia stato; ma non è quella che ha impedito la realizzazione di strade sulla montagna e la mancata pulizia dei sentieri, dei boschi e l’apertura di strade antincendio e viali tagliafuoco (che non sono mai servite e serviti a nulla, ed hanno arrecato solo altre forme di danno!), ma caso mai quella che negli anni ’30, ’40, ’50 e ’60 del secolo scorso portò a far rimboschire molte zone dell’Appennino centro-meridionale con il Pino nero d’Austria, specie arborea particolarmente adatta ai terreni calcarei. Una politica che, sebbene poi sconfessata di fatto da rarissimi rimboschimenti sperimentali di faggio (ma poteva essere anche carpino nero), che ancora oggi sono esempio di quello che doveva essere la politica giusta e saggia da farsi (un esempio eclatante si trova sul versante meridionale della Forca d’Acero del Parco Nazionale d’Abruzzo, talmente ben riuscito che solo gli esperti oggi sanno comprenderne l’origine non naturale!), si preferì la scelta del pino nero d’Austria, sia perché ne erano pieni i vivai, sia perché paesaggisticamente poteva evidenziare agli occhi di tutti l’opera di riforestazione portata avanti in quell’epoca dal Corpo Forestale dello Stato, cosa che un rimboschimento diretto di faggi e carpini neri non avrebbe consentito, confondendosi con  quelli a vegetazione spontanea. E, si sa, anche all’ora, la pubblicità anche in politica aveva il suo pregio per chi governava! (Fu allora che tra i tanti rimboschimenti appenninici fatti con pino nero d’Austria, vi fu chi decise di “tracciare”, con sapiente piantumazione di alberi, la famosa “M” sul Monte Giano, sopra Città Ducale, dove esisteva ed esiste ancora la nota scuola forestale – lettera, oggi, anch’essa in gran parte danneggiata da passati incendi!). 
Allora non si pensava al rischio incendi che in futuro il turismo avrebbe finito per rappresentare a causa dell’afflusso di gente ovunque e gente poco esperta di comportamenti idonei, nel frequentare le montagne del centro Italia un tempo pascolive e trasformate in distese di foreste di pini dove un tempo, caso mai, c’erano faggete. Quel turismo che all’epoca aveva ben pochi entusiasti, e veri amanti della montagna, mentre oggi ci sono le folle e l’overturismo che imperversa ovunque! E, si sa, non è la gente del mondo rurale quella che minaccia le nostre montagne, ma la gente delle città, che le vede solo per i loro ludici piaceri, e che non sanno, non vogliono o a cui non importa per opportunistico interesse, comportarsi con la saggezza dei vecchi contadini che sulla terra e della terra vivevano. Dietro a quella politica c’era poi il solito mondo della scienza, il quale aveva stabilito che le pinete sarebbero state solo transitorie in quanto “preparatorie” del suolo, per favorire il sottobosco delle specie originarie le quali avrebbero poi dovuto prendere il sopravvento. Cosa che in realtà non avvenne mai, perché le pinete anziché preparatorie alle specie originarie, hanno poi inacidito il terreno, e alle specie originarie hanno impedito la crescita! Ed ecco perché, a distanza di quasi 100 anni, ci troviamo di fronte alle grandi distese monospecifiche di foreste ormai d’alto fusto di Pino nero d’Austria; foreste che ogni anno ovunque vengono devastate dagli incendi. In pratica, quella fu sì una politica di fallimentare, perché a distanza di tanti anni le nostre montagne appenniniche stanno ritornando allo stato se non originario, almeno a quello pascolivo che durava da centinaia di anni. Ma non solo, senza quelle inutili e sbagliate operazioni di rimboschimento, oggi molte di quelle zone, con l’avvenuto abbandono della pastorizia, si sarebbe naturalmente rimboschite con quelle specie spontanee che l’uomo aveva estirpato per creare i pascoli. 
Per non dire poi del fatto che alla fin fine, questi incendi causati dall’uomo, ma su situazioni create dall’uomo, non fanno altro che operare naturalmente quel ripristino ambientale di cui oggi tanto si parla dopo le ultime Direttive habitat della UE (facendo lo stesso, ma inverso, errore che si fece in quegli anni succitati!): anziché lasciare fare alla natura, che raramente sbaglia. Così, per avere la motivazione di sperperare milioni e milioni di euro, si portano avanti opere di rimboschimento che la natura farebbe meglio da sola, perché la cosa migliore da farsi per rimboschire una montagna è semplicemente quella di chiuderla al pascolo degli armenti domestici (di cui, peraltro, non c’è quasi bisogno, visto il sempre più scarseggiare di quest’attività rurale)! Altro che mancanza di manutenzione della montagna e dei sentieri per biker e vincoli! 
Purtroppo per alcuni che la pensano diversamente, è dove non passa l’uomo che non scoppiano gli incendi! Peraltro, una “manutenzione pubblica” avrebbe costi iperbolici ed anti-economici per la collettività, e non impedirebbe comunque il rischio di incendi, visto che l'uomo sarà ancora più favorito nel frequentare le montagne, proprio perché non più lasciate selvagge: e gli incendi sono sempre stati e sempre saranno opera di qualche mano, e quasi mai da effetti naturali! E qualche volta anche a causa proprio di quel mondo rurale tanto spesso vilipeso, contrastato e non difeso nei suoi diritti! Meno gente in montagna, meno incendi in montagna. È un calcolo semplicissimo, anche se, purtroppo, a tanti non piace per egoistici interessi materiali. E, infine, non ci si dimentichi che non sempre gli incendi forestali sono un danno per la biodiversità, anzi a volte servono proprio, e per preservarla e per ripristinarla dove l’uomo ha operato sbagliando “gestione”, come nel caso di tanti rimboschimenti di pinacee, a partire dalla Liguria alla Calabria e Sicilia; senza voler citare il solito esempio americano degli “incendi prescritti”, o il successo, per la biodiversità, del grande incendio del Parco Nazionale dello Yellowstone. Valgano proprio gli esempi della Liguria, dove la macchia mediterranea originaria dopo ogni incendio ha ripreso il suo splendido posto.