SFACCETTATURE DI COCULLO

L’eremo, la riforma gregoriana e le investiture, l’eco bisecolare

Chi era Domenico di Sora? 

Le notizie più antiche su cose o personaggi del nostro paese risalgono a prima del Mille; non escludiamo però il suo protagonismo anteriore di secoli che possiamo intuire dalla Grande Storia perché questa zona marso-peligna era stata certamente coinvolta nella Guerra Sociale.  Scrivevo il 25 agosto 2021 su “Il Gazzettino della Valle del Sagittario” il seguente brano: “i Gentile-Marano di Cocullo si trasferirono all’Aquila e un paio di secoli prima, prima metà del ‘700, erano “Baroni” di Plestilia, (città italica scomparsa e collocata da Plinio al confine dei Marsi, vicino a Milonia–Ortona dei Marsi) Mattia e Palmerino Gentile.
Oggi Plestilia potrebbe essere nel territorio comunale di Ortona dei Marsi, non lontano dalla distrutta  Milonia che è sull’altro versante della montagna cocullese e si sa che fu presa e seriamente danneggiata dai legionari romani nella Guerra Marsica o Sociale.
Dalla Cronaca Cassinese (Ed. Ciolfi, Cassino 2016)) avevamo appreso che nell’anno 937 gli Ungari avevano devastato Capua e dintorni, in altre regioni avevano depredato e incendiato, ma alla fine erano stati respinti; più tardi tornarono all’attacco e continuarono le scorrerie a nord di Capua e Benevento; ma “Insuperbiti da tanta vittoria e carichi di una così grande preda passarono nella regione dei Marsi e cominciarono a fare cose simili, incendiando e saccheggiando tutto. Per volere e aiuto di Dio, Marsi e Peligni unirono le loro forze e, preparato un agguato in gole strettissime, piombarono coraggiosamente su di essi e, sterminandoli quasi tutti, sottrassero alle loro mani una preda ingente di oro, d’argento, di pallii, nonché di animali di diverse specie…”. 
E’ vano risalire a tempi anteriori perché questo significherebbe affidare i ricordi al filo di Arianna e farli trascinare nel labirinto tortuoso e nebuloso della tradizione orale. Comunque credo che si debba accennare ai Frati Ferrati di Forca Caruso la cui vicenda è stata ricostruita da valenti studiosi marsicani, come Colantoni, Tarquinio, Grossi, i quali hanno ricollegato sapientemente frammenti di quella storia. Sul “Gazzettino della Valle del Sagittario”, dal titolo “Il monastero di San Rufino”, in data 18.10.2022 apparve un mio saggio su tale argomento di cui riporto alcuni brani:
“Forca Caruso in epoca imperiale era denominata “Mons Imeus”. In Latino “imus” significa “basso, profondo”; ”imeus” è un derivato di “imus”: ciò che riguarda la parte bassa, che, riferito al “Mons”, indica “la falda (del monte)”, “il valico”. A Forca nel Medio Evo fu cambiato il nome: “Furca Ferrati”, che può significare passo “di (chi) è ferrato”, cioè “il valico di chi è munito di ferro”: in parole povere non si poteva passare sul ghiaccio senza scarpe chiodate a causa delle tormente di neve né senza armi accanto ad un covo preferito dai briganti. 
Nella zona di Forca sin dall’Alto Medioevo erano sorti due grandi monasteri, San Nicola Ferrato e San Rufino Ferrato, in cui i monaci soccorrevano ed accoglievano nei rispettivi ospizi i viandanti oltre a disboscare appezzamenti di terreno per poi lavorarli ed a svolgere attività caritativa e didattica ai contadini che pian piano popolarono i dintorni dei loro monasteri: la loro è stata definita “Congregazione Cassinese di Prima Osservanza”[1]. Due secoli fa Luigi Colantoni ha affermato che Sotto il Vado di Forca Caruso e sotto l’antico Arco di Livia Augusta, vicino all’antica stazione militare ed ospitaliera del monte Imeo, a contatto della via Valeria, alle falde del medesimo monte Imeo e del monte Baullo, a 1100 metri dal livello del mare, verso il V secolo dell’era cristiana sorse, sotto il titolo di San Rufino, un grandioso monastero ed ospizio con vasto fabbricato, come dimostrano gli avanzi de’ rottami e delle macerie di pietre da fabbrica nell’ampia area ove esso si ergeva nella valle che ancora ritiene la  denominazione di San Rufino [il quale]  fu ucciso e poi gettato nel fiume Chiascio[2].
 Questo monastero già ricordato in documenti del sec. VIII d. C. era edificato nel sito, dove oggi si vedono i ruderi del Casale Masciola, a poca distanza dal luogo ove sorgeva quello di San Nicola di Ferrato[N1] ... Il monastero di San Nicola era ubicato un paio di chilometri a destra del passo montano, mentre quello di San Rufino era a sinistra e vicinissimo (itinerario montano) al confine cocullese. Pure questo era costituito, oltre che dal monastero, da un’altra grande costruzione, situata presso i resti di un’antica stazione militare e di riposo, che fungeva da ospizio e foresteria… Purtroppo a cavallo fra il VII e l’VIII secolo i due monasteri furono preda di devastazioni. Il grosso dei monaci di San Nicola Ferrato si rifugiarono nell’ospizio dei proietti che avevano a Pescina e, per l’attività benefica da loro presto ripresa (accoglienza ed educazione dei bimbi abbandonati nonché dei bisognosi), furono abbondantemente rimunerati; invece il monastero di San Rufino fu distrutto nel corso di un’incursione saracena, e i religiosi si dispersero sulle montagne vicine: da quel momento si persero le tracce degli sfortunati”(Grossi-Tarquinio).
 
A questo punto potrei parlare dell’espansionismo romano e della Guerra Sociale, ma prima di entrare nel racconto del mio paese voglio riportare qui di seguito un mio saggio inedito su quello che ne fu Patrono allora e forse ancora, soprattutto perché Cocullo fu famoso nei secoli scorsi per la processione dei serpi : “…Più vicino, invece, all’influenza di Montecassino fu il movimento[3] monastico sorto nell’Italia centrale ad opera di san Domenico di Sora. Nato a Foligno, egli fu fecondo costruttore di monasteri durante le sue peregrinazioni; chiuse la sua vita presso Sora nel 1031, dove fondò il monastero di Santa Chiara quasi subito assegnato alle monache, lasciando fama di taumaturgo. Le sue relazioni con Montecassino, a parte la dipendenza di Sora dalla grande abbazia, sono dovute in realtà al fatto che i monasteri di San Pietro Avellana, San Pietro al Lago e di Prato Cardoso, da lui fondati, furono in seguito offerti all’abbazia cassinese. I monaci di Montecassino serbarono grata memoria del santo[4], e Alberico, illustre retore e teologo della seconda metà del secolo XI, ne scrisse la Vita,…”(“Dall’eremo al cenobio”, Garzanti-Scheiwiller, Milano 1987).
Così scrive Giorgio Picasso nel primo dei sedici saggi scritti da illustri medioevalisti italiani ed europei in una ponderosa opera antologica di 742 pagine. 
Con il tramonto dei secoli “bui” (secc. VIII-IX) uscirono dalle foreste e dalle caverne molti cristiani, smarriti e terrorizzati dalle intemperie, dalle contrarietà e dalle persecuzioni pagane: i primi cristiani erano stati martirizzati dai gentili perché gli imperatori credevano che la nuova religione fosse diretta a sovvertire gli ordinamenti dell’Impero. Questi, in parte, ripresero le consuetudini degli antichi monaci ripristinando l’usanza dell’eremo, presto però arricchita da una duplice caratteristica già indicata da antichi religiosi come l’egiziano Antonio abate: l’unione cenobitica e il più tardo “Ora et labora” benedettino e poi cistercense. 
In secoli burrascosi la Chiesa barcollava soprattutto per la rivalità tra le case nobiliari dei prelati aspiranti al Soglio e per gli antipapi trascurando le sue radici. Infine il pontefice Gregorio VII (carica rivestita dal 1073 fino alla morte avvenuta nel 1085) diede una scossa a quella che sarebbe diventata l’istituzione dell’ideale cristiano: affrontò due problemi importantissimi, cioè la lotta delle investiture (rivalità tra Impero e Chiesa sui poteri principali) e riforma monastica nonché forse dell’alto clero. Fu e sarà molto tormentata nei secoli la distinzione fra clero regolare e clero secolare: quel che possiamo dire è che oggi il clero regolare è impersonato dai monaci e dai frati; mentre quello secolare è rappresentato dai sacerdoti che per professione amministrano i Sacramenti, ma si tenga comunque presente che quest’ultima incombenza può spettare anche ad una parte del clero regolare. Già ai tempi di Gregorio VII lo scoglio era duro, non meno duro peraltro di quello della lotta fra papi eletti regolarmente e imperatori. Non meno duro fu lo scoglio definito come “l’umiliazione di Canossa”, tanto da diventare proverbiale.
Matilde di Canossa (1046-1115), figlia longobarda del marchese di Tuscia Bonifacio discendente diretto di Attone, fu un personaggio importante nella storia religiosa durante la lotta delle investiture, per essere lei stata favorevole ai papi. Al suo acme estese i suoi feudi dalla Lombardia (e Longobardia) ai confini dello Stato Pontificio e anche più a sud.
Nel gennaio 1077 l’imperatore Enrico IV scese in Italia per dirimere alcune questioni che lo avevano reso avverso al papa: ognuno dei due contendenti rivendicava la potestà di nominare i vescovi e il pontefice, per questo, aveva scomunicato l’imperatore. In quel momento Gregorio VII si trovava in visita nel castello di Matilde. L’imperatore decise di chiedere perdono al papa e si portò davanti al maniero come un umile penitente per implorare il perdono che dopo alcuni giorni ottenne con la mediazione della contessa e dell’abate di Cluny, Ordine a cui spesso il Papa faceva riferimento, pur essendo lui, papa, benedettino. Ma l’imperatore, pentitosi per l’umiliazione subita, ben presto riprese il controllo del territorio e, tornato in Germania, aveva nominato i vescovi della sua fazione accaparrandosi la seconda scomunica, e quindi ridiscese in Italia proclamando antipapa Clemente III e costringendo papa Gregorio a fuggire a Salerno: il papa legittimo fu aiutato dal normanno Roberto il Guiscardo il quale lo fece proteggere e così il pontefice fu accolto nella città dal cognato longobardo Gisulfo, principe di Salerno. Nel viaggio verso sud papa Gregorio era stato accolto con tutti gli onori da Desiderio, abate di Montecassino, futuro papa Vittore III. Il papa della Riforma morì a Salerno nel 1085, ma la questione sulla lotta delle investiture sarà risolta ufficialmente solo nel 1122 (Concordato di Worms) fra il pontefice Callisto II e l’imperatore Enrico V: l’evento segnava, sempre ufficialmente, l’agonia del Sacro Romano Impero. 
A papa Gregorio VII successe il suddetto Vittore III, beatificato da papa Leone XIII nel 1887, ben otto secoli dopo (fatto rilevante per tutti gli studiosi dell’eremita folignate), amico di Alberico senior (colui che scrisse una Vita su San Domenico di Sora), e nonché istruttore del cardinale Leone Ostiense, a sua volta illustre partecipe della staffetta in cui è raccolta la storia  del monastero di Montecassino: lui stesso, Leone Ostiense o Marsicano, nato circa quindici anni dopo la morte di San Domenico, descrisse nella Cronaca suddetta gli ultimi istanti della vita terrena del Santo eremita nostro patrono, definendolo “beato”. Dalla “Cronaca Monastero Cassinese” del Cardinale Leone Marsicano-Hostiense, dei conti di Celano, apprendiamo: “In quei giorni, vale a dire nell’anno 1031 del Signore (gen. 22) il beato Domenico, autore di grandi e mirabili opere, fondatore di molti cenobi, passò al Signore, quasi ottuagenario, a Sora, …”.
 
Quando morì Vittore III, nel 1087, gli successe Urbano II, eletto l’anno successivo (1088): il ritardo fu dovuto dalle lotte tra le famiglie dei cardinali e dall’ostacolo frapposto dall’imperatore Enrico IV che aveva nominato l’antipapa Clemente III. Papa Urbano, monaco benedettino, fu molto attento alle difficoltà che i pellegrini dovevano superare ostacoli nelle visite al santo Sepolcro, per cui un eremita francese, di nome Pietro, aizzava i cattolici a conquistare la Terra Santa (“Dieu le veut”) e Urbano II, che forse giudicava l’impaziente rivoluzionario un avventuriero come poi si dimostrò, dopo aver pregato sulla tomba di San Benedetto passando per Subiaco –spesso si era recato a Montecassino-, fu costretto a indire la prima Crociata durante il Concilio di Clermont nel 1095. Tuttavia l’orda organizzata da Pietro l’eremita lo aveva prevenuto ammucchiando una nutrita armata di pezzenti disunita e fornita di armi da taglio e contundenti (asce, forconi, ecc.), la quale armata in pochi mesi fu sbaragliata e decimata. Quando partì la prima Crociata per la Terra Santa, quella indetta da papa Urbano, composta di nobili e cavalieri al loro servizio, Goffredo di Buglione entrò a Gerusalemme; quest’ultimo avvenimento accadde quattordici giorni prima della morte del papa morte avvenuta a circa sessant’anni, secondo gli studiosi, per “causa di un grave decadimento fisico generale o di un malore improvviso dovuto all'avanzare dell'età e alle fatiche del pontificato”. La notizia della conquista di Gerusalemme arrivò nel Vecchio Continente dopo la morte del Pontefice.
Intanto papa Urbano aveva continuato e attuato le linee generali della riforma gregoriana e soprattutto nel contrasto con Enrico IV e l’antipapa Clemente III ebbe una vita intensa durante la quale trovò anche il tempo di promuovere il matrimonio fra Matilde di Canossa e Guelfo V di Baviera. Lo scopo era quello di accattivarsi i nobili tedeschi per boicottare le mire dell’imperatore Enrico.
Papa Urbano fu beatificato da papa Leone XIII (nato a Carpineto Romano nel 1810) nel 1881; quest’ultimo pontefice è lo stesso che poi concederà la duplicazione della festa cocullese di San Domenico abate, da gennaio a maggio, nel 1827. Non solo per questo egli fu molto attento al rispetto della dottrina sociale.
Dopo la morte di Urbano II fu eletto al pontificato Pasquale II, che era stato monaco benedettino. Anche lui osteggiò decisamente l’usanza degli antipapi portando a compimento l’operato di Urbano II e degli altri predecessori. Era stato nominato cardinale da Gregorio VII ed era stato fra gli elettori di papa Urbano II. Fu molto stimato: aveva partecipato anche al Concilio di Clermont come cardinale proprio al seguito del papa che si faceva accompagnare sempre da lui. Papa Pasquale II nel 1104 canonizzò a Sora San Domenico abate, attuale patrono di Cocullo. Più tardi, nove anni dopo, riconobbe l’Ordine degli Ospitalieri di San Giovanni di Gerusalemme (“Cavalieri di Malta”, 1312), Ordine a cui decise di devolvere i beni dei Templari quando questi ultimi saranno sciolti per ordine di Filippo IV il  Bello; e poi papa Clemente V decise di devolvere gli stessi beni all’Ordine degli Ospitalieri, anziché al re, come richiestogli da quest’ultimo[5]. Il papa Pasquale II aveva stretto rapporti diplomatici con i Normanni, i quali, ripetiamo ancora, furono molto tolleranti nelle interpretazioni religiose.
Si avvicendarono poi alcuni pontefici che in genere ebbero una permanenza breve sul Soglio e vita movimentata, naturalmente, in quei bruschi momenti di assestamento e di squilibrio. 
Ricordiamo soltanto Lucio III (papa dal 1181 al 1185), monaco dell’Ordine cistercense, il quale nel 1184 incontrerà a Casamari (in Ciociaria, perla prediletta dal beato Domenico) l’abate calabrese Gioacchino da Fiore e a cui darà la libertà di scrivere le sue opere e di portarle a Roma per l’approvazione apostolica. 
Questo papa punì severamente le eresie e ordinò ai vescovi di programmare una o due volte all’anno visite pastorali nelle rispettive diocesi: ricordiamo la bolla da lui emanata nel 1183 in proposito e comprendente le chiese della Diocesi di Valva e Sulmona, tra cui, menzionate, sono quelle di Cocullo.
Nella foto è la bolla emanata da Lucio III.
Celestino III (papa dal 1191-1198), abbastanza prudente nei riguardi delle sopraffazioni imperialistiche, riconobbe nel 1196 l’Ordine florense fondato da Gioacchino da Fiore, dapprima monaco cistercense, forse perché riconosceva la stima di cui il predecessore Clemente III nel 1188 lo aveva esortato ad approfondire gli studi teologici e a completare e pubblicare le sue opere: infatti le teorie del monaco calabrese erano note e già evidentemente praticate in alcune zone dell’Italia centrale.
 Questa nota è stata suggerita dal fatto per cui nel 1294 Pietro del Morrone nell’elezione papale sceglierà il nome di Celestino V  (nella cui Congregazione fu Superiore anche nel 1298 frate Giovanni da Cocullo). 
Intanto continuavano spesso le vacationes papae a causa delle discordanze tra le famiglie nobiliari cardinalizie.
 
Corsi e ricorsi storici. Ebe, la coppiera degli dei, stava preparando sull’Olimpo un gustoso pranzo a base
 di nettare, miele, formaggio e muta di vipere (teriaca) e batteva in un enorme calderone quella miscela con un nodoso bastone di avellana[6] (poderoso perché “giusto”, cioè adatto a randellare la schifosa polenta, e duro duro perché, scaduta la lettera “t” nella liquida “d”, diventa molto duro e duraturo). Ogni tanto saltavano in superficie toppe raffiguranti personaggi vestiti da alti prelati nonché da imperatori avvolti nel mantello regio effigiato nella parte posteriore, all’altezza del fondo schiena, il busto di qualche antipapa paffuto per l’occasione e nobili avventurieri; vescovi e abati che reciprocamente si appropriavano di pezzi di diocesi altrui, nonché frotte di monaci e di chierici che litigavano e si schiaffeggiavano tra loro per la titolarità di chiese.
Dopo qualche millennio Enea e Turno, re dei Rutuli, ringhiarono tra loro per via della rivalità della pesca. Infatti Enea era sbarcato a Ostia e divenne pescatore; lo stesso mestiere esercitava Turno sul lago Fucino. E insomma litigarono per i pesci mentre dal lago e dal mare di Ostia schizzavano, quando le onde erano trascinate dalla tempesta, i personaggi di cui sopra, solo che col passare del tempo in quel millennio le frotte dei chierici e monaci erano diventate più numerose e più organizzate.
 Dopo rinunce varie, finalmente i cardinali trovarono un francescano puro. Lui stesso in un primo momento rinunciò. In definitiva l’alto clero aveva capito che doveva cercare un “pastor angelicus”. Nicolò IV, primo papa francescano (dal 1288 al 1292) sembrava aver risposto alle aspettative e subito indicò alla Chiesa di seguire l’Ordine francescano per le riforme del clero; promosse in particolare gli Ordini Carmelitano e Agostiniano nonché la evangelizzazione anche in terre lontane, come l’ Asia; combatté le eresie. 
A Nicolò IV, dopo quasi due anni di vacanza, successe Celestino V nel 1294, solo per quattro mesi.
Con il nome di Fra’ Pietro tra il 1220 e il 1240 andò prima al Morrone e poi alla Maiella. Era nato a Sant’Angelo Limosano, allora in Abruzzo, comunque nel circondario molisano di Isernia; ma la vita di nessun personaggio, fosse santo o meno, fu alterata come la sua da apocrifi e agiografie partigiane: già, perché l’eremita (poi papa Celestino V) aveva tanti seguaci ed altrettanti detrattori. Quel che a noi interessa è che il papa, quando era ancora eremita, aveva fondato la Congregazione dello Spirito Santo (aggregata ai Benedettini) trovando subito un punto d’approdo e di collegamento con la corrente religiosa dei Francescani Spirituali che si richiamavano alla povertà di San Francesco (1181/1182-1226), il quale forse fu l’ispiratore di papa Bonifacio VIII (successore di Celestino) per conciliare la concezione radicale del molisano alle esigenze di una nuova società. Fu a questo punto che, possiamo dire, papa Celestino concluse il triangolo “l’eremita Domenico di Foligno o di Sora-il teologo Gioacchino da Fiore-l’ex eremita papa Celestino V”: 1- Domenico. Il nostro Patrono è famoso non soltanto per la sua processione con i serpi. In tempi pagani da queste parti si celebrava il rito dei serpi in onore della divinità pagana Angizia (ricordata poi dal semidio Ercole Curino); tale rito si svolgeva quando passò l’eremita Domenico da queste parti: le autorità normanne (e poi anche quelle longobarde, che anzi adoreranno amuleti a forma di rettile) tolleravano che nella religione si incuneassero le antiche tradizioni profane; però già prima i primi re franchi, a cominciare da Meroveo, nell’araldica avevano simboleggiato nel rettile l’immortalità evidentemente per via della muta del serpe. 
La Congregazione di Domenico di Sora, non essendo autonoma, era  stata inserita da papa Onorio III nell’Ordine cistercense[7]; fu riconosciuta e approvata da papa Gregorio IX nel 1234 con la bolla “Cum a nobis petitur” e, più tardi, nel secolo successivo, papa Giovanni XXII definì “degli eremiti benedettini” tale Congregazione; negli anni 1940 fu scoperto un antico affresco intitolato alla SS. Trinità riproducente la figura di San Domenico nella roccia della grotta dell’oratorio fondato dall’eremita folignate sul monte Autore di Vallepietra (Roma) sui monti Simbruini;  questo centro dista dalla Maiella (Abruzzo) circa 14 chilometri. 
2- Gioacchino da Fiore era monaco cistercense e gli scritti riflettono il suo pensiero incentrato sulla Trinità: in più richiedeva che a una vita contemplativa si aggiungesse lo studio approfondito su vari argomenti delle Sacre scritture e compararli; press’appoco voleva rendere più rigoroso il programma dei Cistercensi. Le sue opere dovevano essere riconosciute ed apprezzate nel Meridione della penisola, anche da alcuni papi, a cominciare da Celestino III, che addirittura ne riconobbe l’Ordine e forse suggerì il nome pontificale a Pietro del Morrone. 
3- Costui, il frate eremita, molto severo e rigido cercherà di mantenere il radicalismo nell’interpretazione del Vangelo, ma Bonifacio VIII gli tarpò le ali coordinando l’evoluzione dei tempi con l’operato dei Francescani Minori perché intanto il Frate assisiate aveva suggerito di conciliare il rispetto dei Comandamenti con gli onori dovuti alla Chiesa ufficiale. D’altronde Maria Vergine era diventata mediatrice fra le scorie pagane della tradizione nelle feste patronali: nella delibera comunale (Archivio del Municipio di Cocullo, “Liber Obligationum”) del 23 maggio 1669 leggiamo: “ …il primo Giovedì de Maggio (che) fu la festa della nostra donna della gratia[8] …”. Questo su scala locale.
Per quanto riguarda l’umiltà e l’obbedienza alla Chiesa ufficiale da parte di Celestino V, il quale non volle mai andare a Roma, ma preferì poi Napoli, ricordo che quando il pontefice depose la tiara e si liberò della veste pontificale, esortò i cardinali ad eleggere il suo successore (che poi risultò il cardinal Caetani, cioè Bonifacio VIII) che provvedesse a correggere gli errori eventualmente da lui commessi. 
 
 Ho scritto e ripetuto che i Normanni e i Longobardi non combattevano le credenze religiose e forse gradivano che le tradizioni profane si inserissero nelle stesse: era il tempo della comparsa del nostro Patrono che venne onorato dagli ex pagani i quali avevano abbracciato la nuova religione. Questo fenomeno si radicò generando alquanta confusione nei secoli successivi pur restando i “guardiani” del nuovo credo locale fedeli anche alla tradizione; però venne nel XIII secolo Francesco d’Assisi, il quale propalò i Comandamenti, la povertà e il rispetto della Chiesa ufficiale. Evidentemente questo concetto fu poi sviluppato dal lungimirante Bonifacio VIII, suscitando la rabbia dei “testardi zucconi” (così furono definiti dal cardinal Stefaneschi, parente del papa) i Fratelli dello Spirito Santo del Morrone, i quali per loro simbolo presero una S a forma di rettile, come si vede in alcune chiese francesi quale la basilica di Notre-Dame di Verdelais. 
 
Note
[1] Sotto il profilo della protezione (solidarietà), non soltanto del modo di intendere il Cristianesimo.
[2] A Cocullo una località di montagna porta lo stesso nome; però è abbastanza lontana da Forca. Rilevante piuttosto è la radice indoeuropea del celtico “fossato” che è stato scavato nella roccia da un corso d’acqua: quindi sarebbe un idronimo che potrebbe raffigurarsi nelle sorgenti del rio Pezzana, affluente del Sagittario.
[3] Il termine “movimento” richiama alla memoria la setta settentrionale “Amici di Dio”, diffusa nei ducati longobardi da Teodolinda tramite i maestri comacini: quindi una corrente radicale rispettosa dei Comandamenti e forse rafforzata dopo quasi mezzo secolo da canoni francescani sul rispetto della Chiesa ufficiale.
[4] In verità Leone Ostiense definì San Domenico “beato”.
[5] Verosimilmente gli Antoniani, di cui ho parlato altrove e di cui farò cenno in seguito, avranno avuto la loro parte.
[6] La metafora, che sembra un po’ insulsa, è stata suggerita dalla frase pronunciata spesso in passato da giornalisti e politici: “Auspichiamo una pace giusta e duratura”.
[7] Notizie abbastanza precise e dettagliate le appresi dal colto monaco Padre Don Atanasio Taglienti, dell’Abbazia cistercense di Trisulti.
[8] Anche adesso la festa della Madonna si celebra, però, nel giorno precedente (“Santa Maria”) a quella di S. Domenico.