Cocullo Storia
12 Luglio 2026, 00:18
"SFACCETTATURE DI COCULLO"
Il borgo e il territorio
Nino Chiocchio
Accenno che al tempo delle invasioni barbariche successive alla caduta dell’Impero, i servi della parte massarizia, raggruppati in casolari sparsi nella campagna, fuggirono dai nuclei sforniti di difese per rinserrarsi nella parte dominica, cinta da porte e mura. Questo fenomeno si dovette verificare più volte nel corso dei secoli e non solo in occasione delle invasioni: fu una delle prime forme di incastellamento; per la peste del 1600 ne abbiamo conferma dai rozzi disegnini, che quindi vanno accettati con beneficio d’inventario, ma che sono indicativi, poiché riproducono il territorio di Cocullo, nel 1600 e nel 1700 (forse in questo secolo solo pagliai) si vede che il Casale era costituito da un gruppetto di casolari più piccolo della grangia (articolata su quattro locali) abbastanza distanti dal nucleo e Cocullo abbastanza allungato verso San Giovanni in Campo; nel1800 la situazione non cambia di molto, tranne che l’attuale capoluogo (Cocullo) è molto allungato verso la grangia che sembra essersi ridotta a tre locali. Così il vico settentrionale, da antico caposaldo, divenne il centro del feudo e i Casalani andarono ad abitare nella parte bassa di questo paese fino al 1700, frequentando la loro campagna e i loro pagliai solo di giorno. Poi tornarono alla grancia di San Giovanni in Campo portando a noi il folclore del rito dei serpi. Seguono le settecentesche informazioni autorevoli di monsignor Antinori: alla fine del 1300 tutti i rustici del Casale erano stati già costretti dalla recrudescenza della peste (descritta da Buccio di Ranallo aquilano) del 1348 a spingersi nella parte più alta del “pago”, che per via del castello, garantiva anche una buona difesa. Fra loro erano i religiosi della grancia, i quali avevano portato con sé nella chiesa cocullese di Sant’Amico un paio di secoli prima le reliquie di San Domenico evocanti il rito pagano. Di qui cominciò il dirozzamento delle scorie pagane e l’ingentilimento del rito che poi sfociò nella festa attuale; perciò era giusto che un consistente numero di “serpari” affluisse dai Casali.
Nella “Corografia dei Marsi” l’Antinori (metà ‘700), il quale affermò di avere attinto dal Gattula, scrisse: “Nel 1392 dal Monastero di S. Pietro del Lago si mandavano monaci a regere la cura delle Anime nel castello di Cocullo colle patentali dell’Abate Casinense, e risedevano nella Chiesa di S. Giovanni in Campo. Quindi, essendo morti i Monaci Andrea e Bartolomeo di Anversa, l’Abbate conferì Rettoria ai due altri Monaci di San Pietro, Vincenzo e Marino, pure di Anversa, in Beneficio ecclesiastico curato e ne commise il possesso a Angelo di Casale di Bugnara, Monaco di S. Pietro medesimo. Da quei Monaci s’era propagata in Cocullo la venerazione di S. Domenico Abate e fondatore del Monistero di S. Pietro.”
Dopo più di un centinaio di anni scrisse un canonico di questa Diocesi: “Il culto di San Domenico si originò in Cocullo ad opera dei frati della sua Rettoria Curata di San Giovanni in Campo.” (Celidonio, La Diocesi di Valva e Sulmona”, Di Cioccio Ed. 1993)
Nei secoli più recenti Cocullo e Casale (l’unica frazione rimasta dopo il 1356) si sono andati spopolando, forse anche perché affetti dalla “febbre dell’oro” (California, America settentrionale) e, ancora prima per nutrire la schiera di maestranze e operai affluita a Roma per esaltare la magnificenza dei papi e dei signori, ovvero per andare a lavorare nella fertile campagna romana.
Nell’archivio diocesano di Sulmona esiste un plico in cui sono registrati i nomi dei battezzati di Cocullo di un breve periodo della metà del ‘400. Pochi sono i cognomi (allora questi esistevano solo per nobili e benestanti che avevano eredità da dividersi) e quei cognomi oggi sono quasi tutti spariti: a parte i fogli mancanti, solo i battezzati erano circa duemilaseicento. Le avversità della pestilenza e della carestia prima, i fenomeni poi dell’urbanesimo, e più tardi quello delle ondate migratorie d’oltralpe e d’oltreoceano, dopo, hanno fatto il resto ed ora la popolazione residente si è ridotta ad un paio di centinaio di residenti in maggioranza ormai anziani.
Nel calderone della fantasia bolle qualcosa che erutta schizzi. Questi evocano una miscela di ricordanze: reperti, memorie, leggende, documenti. Schizzano qua e là, disordinatamente, slegati nelle apparenze che ti portano ad una intuizione e magari ad una realtà che fu: e allora la polenta è pronta. Già, perché quei ruderi oggi sembrano inanimati e nello stesso tempo sono troppo eloquenti.
Quando, ai tempi della Guerra Sociale, - come ho già scritto - Strabone aveva seguito il percorso della vecchia Via Valeria (Geografia, 5, 11) citò cinque centri: Tivoli, Varia (Vicovaro), Carsoli, Alba Fucense e Cocullo. Dalle nostre parti (agli “Strani”?) tornò indietro per le difficoltà che cominciò ad incontrare in un territorio infido e impenetrabile. A differenza di Varia, Carsoli ed Alba, che definì “colonie”, Cocullo fu definito “polis”, che in greco ha tanti significati fra cui “città” e “centro fortificato”: siccome l’itinerario seguito non attraversava Cocullo, ma ne passava presso (“plesìon”), c’è da ritenere che lo studioso abbia visto il nucleo abitato scendendo dalla montagna, e quindi non proprio da vicino (a otto chilometri di distanza dall’attuale Casali, specificò molto più tardi De Nino).
Dunque esso non poteva essere una grande città, anche per l’angusta valle in cui sorgeva: le ultime case potevano al massimo arrampicarsi sulle falde dei monti opposti, laddove i pendìi non sono aspri; quindi Cocullo era un centro fortificato italico, proprio come quando, poco dopo, fu definito “oppidum”. Era un po’ l’arce della città greca. Che poi quell’oppido dominasse su un “pago” che si stendeva a valle non l’ho ipotizzato solo io, che pure mi sono basato su pochi reperti e sulla relazione del vescovo della Diocesi, secondo cui nella visita pastorale del 1356 trovò il paese frazionato in “villis” (casolari sparsi), ma l’hanno scritto illustri studiosi.
Ora stabiliamo dove potesse sorgere quella rocca. Rilevato che le parti fortificate erano ubicate nei punti più alti e inaccessibili dell’abitato, considerato che le rustiche case delle epoche successive in genere venivano erette sui resti di precedenti strutture, possiamo concentrare l’attenzione sulla zona del Curro o/e su quella del rilievo sottostante: se si trattava di una roccaforte attrezzata, ambedue le collinette ben potevano costituire la stessa, tanto più se si accetta la versione che coniuga la “pòlis” straboniana con l’ “oppidum” italico. Soffermiamoci sulla collinetta più alta che domina l’altra e, più giù, tutta la valle. Mi riferisco alla gibbosità che si eleva fra via Canale e quella che fino ad epoca recente era nota come via del Calvario e che adesso è una traversa di via della stazione. Pur non essendo lontano dal colle sottostante che è ancora scarsamente abitato, esso accoglie i ruderi di molte abitazioni adibite (evidentemente quando erano state abbandonate) poi a pagliai, tranne tre ristrutturate recentemente o recentissimamente. Dallo spiazzo noto come “Ara d’ Sp’ranza” il paese è dominato da tutti i lati. Al di sopra dello spiazzo, a una decina di metri, erano stati praticati dei fossi stretti e profondi poi usati come avelli in ottemperanza al napoleonico editto di Saint-Cloud. Ancora più su fino a pochi anni fa si vedevano alcune pareti diroccate di un piccolo locale: in un muro si apriva una feritoia dove far passare i proiettili degli archibugi; da ragazzo, ricordo, lì sorgeva la “casa dei frati”, in cui Pietro Marchione custodiva poche pecore. La fantasia mi suggerisce un abbinamento non troppo felice: Pietro è stato un superstite e l’ultimo priore della Confraternita di San Domenico (ai primi del ‘600 le Confraternite cocullesi possedevano una parte cospicua delle ottomila pecore del paese).
Da quella parte non pare che vi siano rovine, eccetto la fonte di Canali ancora funzionante e riparata nel ‘700 (v. Bastardello 21C: 1738- “… spesa occorsa affine di raccomodare la fontana,detta Canali, cui ducati 1 e grani sei”- Dall’Archivio del Comune di Cocullo).
Quindi torniamo allo spiazzo denominato “Ara d’ Speranza”, dove quando ero piccolo ho visto “trescare” i contadini che non usufruivano della macchina trebbiatrice.
Dallo spiazzo una viuzza volge verso sinistra e supera un dislivello abbastanza marcato: forse immetteva, dopo una piccola e breve scalinata, nella stessa sottostante viuzza che s’inoltra verso un folto nucleo di ruderi di strutture abitative in gran parte recentemente adibite a pagliai, poi abbandonati; questi oggi restano a simboleggiare l’agonia dell’economia agro-pastorale. Ma è chiaro che prima quei pagliai erano state le case di un borgo che si arrampicava al colle dall’attuale via della stazione per coprire lo spazio che a sinistra porta a via Canale: lo testimoniano pochi lacerti sbiaditi di affreschi ed alcune tracce di balconi.
Almeno quegli spazi, se non anche qualche struttura, avrebbero potuto essere recuperati ed essere utili al demanio comunale, poiché il posto è ideale per il paesaggio che domina e per l’aria pura che si respira; ma lo spazio disponibile è così vasto che potrebbe accogliere varie strutture ricettive e, perché no?, pure un’area da offrire gratis a cittadini desiderosi di abbandonare metropoli invivibili e vivere in pace. Troppi soldi, si dirà: è vero; ma una certa dose di coraggio, squilibrando il bilancio, potrebbe farlo riquadrare in poco tempo e poi portarlo ad un avanzo notevole. “Festiniamo” e buona fortuna.

