PERSONAGGI E ACCADIMENTI SULLA VIA VALERIA NELL’ETA’ AUGUSTEA

“Sulmo mihi patria est” e “Civis Romanus sum”

Strabone aveva superato diverse colonie latine (Varia=Vicovaro, Carseolae=Carsoli, ecc.); l’ultimo centro da lui citato, “Koukoulon” nel suo viaggio e prima di tornare indietro, fu definito non più “colonia” ma “centro fortificato”, appellativo evidentemente che si addiceva ad una zona marso-sannitica o comunque popolata da gente ancora non domata.
 “Divide et impera”
Dopo che Roma si era organizzata, sentì il bisogno di espandersi territorialmente, e tracciò le prime vie che poi diverranno consolari. Inizialmente il lavoro non fu molto difficile; ma in alcuni casi, come per esempio nel caso della via Tiburtina che arrivava fino a Tivoli e che solo nel 356 a.C. fu prolungata fino ai Marsi con il nome di Tiburtina-Valeria, trovò ostacoli in popolazioni insofferenti alle ingerenze.
Il motto “divide et impera” fu alla base della politica strategica che Roma adottò per dominare i popoli sottomessi e creando così rivalità tra le genti, alcune delle quali ebbero il riconoscimento di gran parte dei diritti politici a differenza di altre. In fondo potremmo dire che nelle terre occupate i dominatori assoggettarono le popolazioni a volte anche ricorrendo a ritocchi nella forma di governo o di regime: e quella volta da “divide et impera” passarono alla “pax augustea”. In questa panoramica Strabone affrontò il viaggio sulla via Valeria-Tiburtina.
Chi ha letto il romanzo di Giovannino Guareschi ricorderà la risposta che diede Peppone a don Camillo quando costui andò a perorare la causa di un amministrato al Sindaco che esclamò “Ci rivedremo a Filippo!” e il sacerdote lo corresse: “Ci rivedremo a Filippi, ignorante!”. Non sapeva, il povero Peppone, che questa frase era stata attribuita da Shakespeare al fantasma di Giulio Cesare che una notte apparve a Bruto.
Passando dalla celia alla storia, Cesare fu la pietra miliare nel passaggio dalla Repubblica all’Impero e fu ucciso dal figlio Bruto congiurato con Cassio. L’altro figlio Augusto, avuto da un’ancella e dallo stesso Cesare adottato, volle vendicare il padre alleandosi con Marco Antonio e Lepido, i quali poi sconfissero a Filippi in Macedonia l’esercito di Bruto e Cassio. A questo punto la guerra civile si acuì e vide antagonisti Marco Antonio e Augusto. Infatti Antonio propendeva per lo spostamento dell’Impero ad Alessandria e finì con l’allearsi con Cleopatra, regina d’Egitto, che poi sposerà tradendo sua moglie Ottavia, sorella di Ottaviano. Lo scontro fra quest’ultimo e la flotta guidata da Antonio e Cleopatra si risolse con la sconfitta ad Azio di questi ultimi due.
Questo succinto racconto, suggerito soprattutto per rispolverare l’esattezza delle date, è servito per descrivere le turbolenze che assillarono allora i vertici dello Stato Romano; turbolenze che però frullavano nelle rivendicazioni e nelle rivalità fra “socii”: si è accennato alla strategia politica dei Quiriti che avevano portato alla Guerra Marsica o Sociale, la cui durata va dal 91 all’88 a. C.; ma le agitazioni covavano nel trattamento disuguale dei sudditi i quali reclamavano tutti giustamente i diritti politici oltre ad un rimborso morale, come la partecipazione ad un’equa distribuzione dei latifondi ai veterani (“centuriazione”), con il contributo determinante dei quali le legioni romane avevano vinto molte battaglie e avevano affrontato situazioni difficili (per cercare di contenere il nascente movimento cristiano, ritenuto una pericolosa insidia tesa a sovvertire la sovranità romana, il Senato aveva poi spedito in Palestina e nelle zone limitrofe la legione marso-peligna).
Strabone, geografo greco (nato nel 64/63 a.C. e morto tra il 21/24 d.C.), che riferì esplicitamente di avere attinto notizie risalenti ad un secolo prima da Artemidoro di Efeso e che possiamo stimare un asse nel mezzo millennio compreso fra Eratostene e Tolomeo, compose diciassette libri della “Geografia” tra il 14 e il 23 d.C.; teniamo però presente che lui affrontò la descrizione delle nostre montagne, dopo aver superato il lago Fucino, solamente nel V libro. Possiamo ipotizzare che il geografo si inoltrò dopo i tempi delle celebrazioni per la vittoria di Azio (31 a.C.) quando le acque si erano un po’ placate e Ottaviano costruiva l’ “Ara Pacis” concedendo la cittadinanza. Ecco perché in “quel” punto lo studioso, credibilmente, invitato a tornare indietro da un presidio legionario inviato lì a controllare i ribelli per evitare i pericoli e per non far descrivere le devastazioni cesariane nei pressi di Corfinio, risalì verso il Piceno, che invece forse era la Sabina.
Nel 14 ad Augusto successe il figliastro Tiberio che cercò di continuare la linea del predecessore, anche se i Marso-Peligni non avevano dismesso un malcelato rancore se non altro per l’esilio a cui era stato condannato il peligno Ovidio da Ottaviano. A questo proposito voglio uscire un po’ dal tema. Il Poeta, per l’innominato e innominabile “errore”, per cui era stato punito con l’esilio (d’altra parte non inconsueto, se fosse stato di carattere sessuale fra i patrizi, non esclusa la stessa famiglia di Augusto), avrebbe rischiato una pena maggiore: orbene, a mio parere sembra lecito formulare la seguente ipotesi: perché non pensare che il grido del Poeta urlato nei “Tristia” dal Ponto, “Sulmo mihi patria est”, potesse sfiorare il tema centrale in contrasto con l’altro: “Civis Romanus sum”?