CASE PENTE: PERCHE’ LA SOPRINTENDENZA HA DATO BUCA

Sul sito del Ministero della Cultura le visite di sabato scorso a Case Pente di Sulmona venivano presentate così: “Visite guidate al cantiere di scavo archeologico nell’area di Case Pente, dove le indagini hanno documentato diverse fasi di occupazione, dal villaggio di capanne dell’età del Bronzo all’insediamento di epoca romana, restituendo importanti testimonianze della storia della Valle Peligna”.
Nessun riferimento al fatto che si tratta del cantiere dove la Snam sta costruendo la sua centrale di compressione. Perché? E’ sconveniente dirlo? Le due visite, stante la pressoché totale assenza di informazione, si sono rivelate in realtà un appuntamento per pochi intimi. Ma tra questi pochi c’è stato chi ha chiesto di vedere le tracce del villaggio di capanne dell’età del Bronzo pubblicizzate dal Ministero.
Su chi rappresentava la Soprintendenza archeologica è sceso il gelo. Come mai? La ragione è molto semplice: quelle testimonianze non esistono più. Scomparse. Seppellite sotto tonnellate di cemento e acciaio. Per far posto alla centrale della Snam che, altrimenti, lì non si sarebbe potuta costruire. Le tracce dell’antico villaggio, ovvero le buche di pali, erano talmente tante da essere diffuse su gran parte dell’area di 12 ettari.
Conservarle avrebbe significato delocalizzare la centrale in un’altra area, ma questo alla Snam non stava bene perché ha fretta di incassare i 180 milioni garantiti dall’Europa tramite il Pnrr. Così l’interesse pubblico alla tutela del nostro patrimonio culturale e storico si è piegato di fronte all’interesse privato. Ricordiamo che la Snam è sì una partecipata dello Stato ma per quasi il 70 per cento è in mano ad investitori privati tra cui istituzioni finanziarie di caratura internazionale come BlackRock. 
Così, è proprio il caso di dirlo, la Soprintendenza archeologica dell’Aquila ha dato buca. Il rinvenimento di un villaggio di oltre 40 capanne, con annessi recinti di animali, risalenti a 4.200 anni fa è una scoperta eccezionale che probabilmente avrebbe consentito di scrivere la vera storia della fondazione di Sulmona, finora legata alla leggenda di Sulmo, seguace di Enea. Ciò che è emerso a Case Pente retrodata la nascita della nostra città di 1000 anni rispetto a quanto si pensava finora.
Quelle tracce, così importanti per comprendere le nostre origini, non si potranno più studiare perché immolate sull’altare del dio denaro. Altrove, invece, vengono conservate e valorizzate, così come prevedono le norme che disciplinano i nostri beni culturali. A Montale, una frazione del Comune di Castelnuovo Rangone (Modena) è stato creato un Parco Archeologico e Museo open air proprio relativo all’età del Bronzo. 
Nel Parco è stato riprodotto l’antico insediamento, con la ricostruzione in scala reale di capanne in legno e tetto di paglia, con arredi, attrezzi, vasellame e telai per tessere. Vi sono pannelli che spiegano la stratigrafia. Vi si tengono laboratori sperimentali attraverso i quali si può vedere come si filava la lana, come si cuoceva il pane e come si fondeva il bronzo. Non un Museo tradizionale, quindi, dove si guarda e non si tocca, ma un Museo interattivo che consente di entrare nella vita quotidiana dei nostri antenati. Il Parco di Montale ha un tale successo che in 20 anni è stato visitato da 300.000 persone.
A Sulmona, invece, questo patrimonio – con tutto ciò che avrebbe potuto rappresentare anche sul piano turistico – è stato buttato via, per soddisfare la bramosia di profitto di una multinazionale che ci lascerà un’area devastata e un territorio ulteriormente impoverito, con danni permanenti non solo ai beni pubblici ma anche a tante proprietà private, siano essi terreni o edifici, che subiranno consistenti svalutazioni in cambio di ridicole compensazioni. Il tutto benedetto dal silenzio complice di chi è stato eletto per difendere i diritti della nostra comunità.
Mario Pizzola, (Coordinamento Per il clima Fuori dal fossile) 

La foto è relativa alla ricostruzione di due abitazioni nel Museo all'aperto del Parco archeologico di Montale (Modena).