Villalago Elzeviri
11 Giugno 2026, 00:03
L’intelligenza artificiale è intelligente?
Emidio Grossi
La nuova frontiera della modernità è senza dubbio l’intelligenza artificiale, nel senso che non è possibile non esserne coinvolti, come dimostra che anche il Santo Padre ne ha fatto oggetto della sua prima enciclica. Pertanto può valere la pena una riflessione con le lenti della filosofia ovvero con quell’atteggiamento pratico che cerca le giuste risposte a partire dalle giuste domande. Tralasciando gli attributi di accompagnamento, naturale o artificiale, in quanto abbastanza scontati, ci si può concentrare sull’intelligenza e su che cosa questa rappresenti. Dal latino intelligere (intendere e giudicare bene) intelligenza è sinonimo di capacità di comprendere al volo, velocemente, con successo, il significato di un testo, discorso, problema. Ma è proprio così?
Allora può valere la pena partire dal concetto opposto, la stupidità, e dall’analisi sul tema omonimo di quasi un secolo fa, compiuta dal filosofo Robert Musil.
L’opinione generale -afferma l’Autore-sembra essere quella di considerare la stupidità come l’incapacità di far fronte alle attività più diverse, una sorta di insufficienza fisica e spirituale, un disorientamento intellettivo.
La stupidità, le cui manifestazioni sono spesso quelle della vanità, dell’autocelebrazione, della relativa rozzezza, corrisponde alla dimensione del panico e del caos: un supplire alla mancanza di qualità dell’agire con la quantità delle azioni. In quanto tale, rappresenta l’esito di un vero e proprio smarrimento del pensiero razionale, soverchiato dalla mole delle caratteristiche emotive.
All’esercizio di un sentimento di parte, unilaterale, l’intelletto non è riuscito a porre un controllo sufficiente, in quanto era già andata persa la distinzione e la priorità dell’attività razionale su quello emotiva.
Il risultato è la falsa cultura, la cultura costruita su basi erronee, l’in-cultura.
Nella sostanza, lo spirito, ed a cascata l’intelletto, non è riuscito ad arginare l’accelerazione caotica delle emozioni.
Inoltre-chiosa l’autore-la stupidità supponente è una vera malattia della cultura, in quanto si muove in ogni direzione e può indossare tutte le vesti della verità.
In estrema sintesi, si può dedurre che stupidità ed accelerazione sono sinonimi.
Pensando all’intelligenza artificiale è impossibile immaginarla senza quella velocità di risposta che la connota. In una manciata di secondi è possibile ottenere, anche da un chatbot gratuito (poco performante), una ordinata ed estesa massa di informazioni, per le quali una ricerca tradizionale, tra gli scaffali di una biblioteca dotata, e pertanto non sicuramente dietro l’angolo di casa, richiederebbe ore e giorni di consultazione dedicata. Quel vantaggio temporale (lo smart della nostra modernità) viene ingenuamente traslato in uno cognitivo, scambiato per conoscenza (ma è solo informazione), al punto da affidarvisi completamente per qualsiasi problema (anche affettivo- relazionale), nell’ inconsapevole rischio della dipendenza ma anche della possibile esizialità, come la cronaca tristemente documenta.
Tutto ciò che è veloce ed ordinato non lascia dubbi che sia intelligente, coerentemente con la dimensione dell’umano del nostro tempo, posseduto dalla smania dell’accelerazione disordinata.
L’intelligenza artificiale non è che velocità ed accelerazione di dati che non possono che essere già noti (quelli del web), assemblati (algoritmizzati) ed allenati a rispondere, su basi meramente statistico-probabilistiche, al nostro perlopiù impulsivo interrogare. Siamo di fronte al cosiddetto pappagallo stocastico, uno che ripete, senza poterne comprendere il pieno significato, quello che è più probabile che la media degli interroganti si aspetta di sentirsi dire, a partire dalle sue stesse affermazioni. Ma alla nostra dimensione, emotivamente narcisistica, piace pensare che tutto sia fatto esclusivamente per noi.
Se le attribuiamo pedissequamente un’intelligenza che supera la nostra, è perché abbiamo rinunciato sempre più alla letteratura ed allo studio umanistico, in quanto oberati dal tempo lento della pazienza riflessiva. Ed in tempi di iper accelerazione quel lento cammino viene percepito solo come una perdita di tempo. Ma in questo modo non stiamo rinunciando, anche quando dotati di un qualche spessore culturale, alla costruzione ed alla manutenzione delle premesse indispensabili per la generazione di un pensiero autentica-mente originale e intelligente vera-mente?
Se consideriamo, inoltre, che questa nuova frontiera è pervicacemente proposta dai tecnocrati del capitalismo d’oltreoceano, si comprendono meglio le finalità, non tanto nascoste, della nuova meraviglia, rappresentate dal business (esistono già ampie fasce di abbonamento in funzione della potenza delle varie piattaforme) e dalla massificazione verso quell’orizzontalità del pensiero, supina ad ogni Potere.
Siamo proprio disposti a pensarla realmente intelligente ed a farne, tout court, il nuovo totem delle nostre esistenze?
Non faremmo meglio a tenere sempre presente, come scriveva Musil, che se la stupidità non somigliasse tanto al progresso, al talento, alla speranza ed al miglioramento, nessuno vorrebbe essere stupido?

