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Nino Chiocchio, L’alba dei travetti e il crepuscolo dei travetti

Calitolo XXXV - Commiato

  Enzo, ormai pensionato, non poté sottrarsi all’usanza di solennizzare la cessazione dal servizio. In genere, i colleghi pensionandi offrivano in un locale dell’Ufficio un rinfresco a base di pizzette, dolci e bevande varie, rinfresco a cui partecipavano amici e colleghi di vari settori che spesso si conoscevano appena di vista (in un Ufficio grosso come quello che stava per lasciare Travetti succedeva pure questo). Però,  tutto sommato, simili complimenti potevano anche essere simpatici, a parte il fine ...pappatorio; ma Travetti stimò opportuno salutare i colleghi in un locale vicino, perché farlo in Ufficio gli sembrava un po’ come operare una violazione ad una dimensione a cui forse era stato spesso estraneo, almeno spiritualmente.
            Un suo amico molto versatile aveva aperto una trattoria e gli manifestò la volontà di metterla a sua disposizione per un pranzo che avrebbe comportato una spesa di poco superiore a quella di un normale rinfresco. Pochi giorni dopo Travetti, accompagnato dai suoi parenti più stretti e da un plotoncino di colleghi selezionati, consumò il pranzo d’addio, nobilitato dalla torta squisita che aveva confezionato la moglie dell’amico. Fra i presenti c’era anche il segretario provinciale dell’ANIPA, che era diventato amico di Travetti e indigesto peraltro ai sindacalisti (e che volle immortalare quei momenti con la sua cinepresa); gradita anche la presenza di colleghi di altri settori. Quanto alla Sezione a cui era appartenuto Travetti (ormai era “ex” pure questa) c’erano tutti: gli consegnarono una pergamena, una targa ed un cronografo. Alla fine del convivio i commensali si congedarono calorosamente e il festeggiato, che si era commosso, corse il rischio di sentirsi solo (meno male che c’erano le sorelle ed il cognato): in fondo questi colleghi avevano aperto uno spiraglio di luce calda riflessa sull’Ufficio che non avrebbe più ospitato il partente; e si ritenne soddisfatto perché avrebbe potuto sentirsi pentito se non si fosse accomiatato da loro in modo adeguato alla circostanza. A quel punto, si affacciarono prepotenti alla sua memoria le immagini degli amici chietini, quelli che per sei anni avevano respirato con lui l’atmosfera della provincia, e Enzo decise che avrebbe realmente corso il rischio di sentirsi solo se non si fosse congedato pure da loro.

Foto 1, La pergamena con le firme dei colleghi romani. 
 
Partì per Chieti in una bella giornata di primavera, la stagione più adatta a suscitare tanti ricordi. Vi tornò di mattina, al contrario di quando era arrivato col decreto di nomina in tasca: allora era sera ed il finestrino del treno gli aveva sciorinato davanti agli occhi lo spettacolo delle luci della città appollaiata sul colle che filtra il soffio della brezza marina nel selvaggio ululato della montagna[1]. Ora la tensione della guida e il monotono scivolo sulla recente rete autostradale favorivano la creazione di un “varco mentale” nell’ osservatorio ideale gettato sulla passerella di quei ricordi. Che si agitavano e si accavallavano con ritmo sempre crescente fino a quando, finalmente, il nostro, abbastanza imbambolato ma in compenso felice perché cominciava a risentirsi Enzo e non Travetti, parcheggò la macchina nei paraggi della cattedrale di San Giustino e scese al vicino “Pozzetto”, un rilargo di Corso Marrucino su cui si affacciava il nuovo palazzo che ospitava anche il suo vecchio Ufficio, nonché, all’ultimo piano, il ristorante di Filippo, trasferito lì dal vecchio locale frequentato da Enzo negli anni della permanenza chietina.
Lo attendevano, poiché il convivio era stato precedentemente organizzato e offerto da loro, gli amici chietini: c’erano tutti quelli reperibili, anche quelli che erano andati in pensione, come L., il primo amico chietino, ed il dottor G., il capo del personale del ‘68 che forse allora non desiderava che Enzo accettasse il trasferimento. La nutrita rappresentanza degli amici ancora in servizio era guidata da S., il vecchio compagno di stanza che era diventato  Provveditore. Si parlò del più e del meno; si parlò di tutto (tranne che delle vicende burocratiche); tanto si parlò che Enzo, il quale pure era un buongustaio, non ricordò il menù, eccetto la portata del pesce: forse non lo gustò, il pesce, per via di quella specie di magone derivato dal fatto che la natura di quell’...agape burocratica non aveva previsto l’intervento di amici e amiche che burocrati non erano, ma erano stati “pezzi pregiati” della consorteria…
            “Eppure” si disse Enzo fra sé e sé sulla via del ritorno “dovrò organizzare un altro simposio di nuovo con loro! Magari stamperò queste memorie e le userò come biglietto d’invito”. E scacciò il magone[2]. 

 Fto 2, Il saluto degli amici chietini al pensionando:

[1] Chieti sorge su un colle che s’eleva fra l’Adriatico e la Maiella.
[2] Questa nota … introduttiva è stata scritta circa trenta anni dopo la confezione delle avventure di Travetti in un opuscolo realizzato (vergato e dattiloscritto in proprio, e quindi inedito, per gli amici). Aggiungo che ricordo di avere compilato le pagine dell’ultima cena con gli amici chietini e potrebbe essere stato compreso in una di queste puntate precedentemente per un errore di impaginazione. Comunque ora non mi sentirei di ripeterla perché mi sfuggirebbero molti dettagli e soprattutto perché non posso respirare adesso il clima di allora. Perciò essa nota è un’impostura! E’ un’impostura, meglio tardi che mai… Voglio dare inoltre a Cesare quel ch’è di Cesare: a parte il traffico, lo smog nonché le macchiette e la contestazione dell’Ufficio romano voglio annotare con piacere le bellezze e le meraviglie della campagna romana e della stessa città che già dava i primi sussulti della turbolenta contestazione; ma Enzo non poteva attutire il clima pacifico della provincia tanto ricca di sagre e maggiolate.