Italia Edizioni L'Atelier
3 Maggio 2026, 00:00
Edizione on line
Nino Chiocchio, L’alba dei travetti e il crepuscolo dei travetti
Capitolo XXXI - La veduta e Pollicino
Redazione
A volte si riusciva a vedere rosa. Bastava assistere, dalla balconata del 7° piano, ad un tramonto che colorava di rosso le cose grigie perché anche il lavoro pomeridiano, o “straordinario”, come si diceva, fosse accettabile. Travetti ci riusciva, quando si affacciava al balcone della sua cella che si affacciava sulla basilica di S. Croce in Gerusalemme; da un lato guardava i Castelli romani, da un altro gli imminenti pinnacoli della basilica di S. Giovanni in Laterano, che svettava sui tetti con le guglie della chiesa vecchia accanto alle ultime statue cinquecentesche(?): nel rigore della giornata fredda sembrava che quei simulacri si volessero riparare dietro i campanili vetusti che raccontavano tante e misteriose storie. E il raccoglimento di quelle figure (ch’erano pur sempre di marmo) echeggiava il racconto fantastico di quelle storie e lo stupore per la visione dei colli imbiancati. Già, perché quel giorno il brusco abbassamento della temperatura s’era accompagnato ad una notevole precipitazione, subito tradotta in nevicata, in cima ai colli che sorvegliano la città. Il fatto era eccezionale, un tempo; ma lo era prima che scoppiassero le bombe atomiche e prima che scoprissero le diavolerie del “secolo breve”. Da allora la neve cominciò ad estendersi a quote meno elevate. E’ vero che subito se ne allontanava timidamente, si scioglieva al primo scirocco: le bastava aver annunciato la presa di possesso della Terra, che si andava raffreddando e che raramente, ormai, riusciva a fecondare i semi di cui qualche contadino isolato ancora la nutriva, e che talora affioravano tra le zolle. Sotto, il caos di un pezzo di metropoli pulsava, pur nel rigore invernale, fra il manto bianco che copriva la cresta dei monti vicini e l’aspetto severo delle statue.
Un balcone dell’altro versante filtrava, specialmente nella stagione fredda, aria fresca, la quale, a quell’altezza, sembrava che riuscisse a sconfiggere i miasmi del carburante delle automobili. Ma restava pur sempre aria fresca. Pollicino, così Travetti aveva battezzato una maestra che era mattiniera per via dell’orario anticipato rispetto a quello dei colleghi, arrivava e spalancava quel balcone, il quale dava sul corridoio su cui si apriva la sua cella: insomma colei rinnovava l’aria negli ambienti altrui, soprattutto in quelli che avevano le finestre aperte. A parte la corrente, quando spirava un po’ di vento si generava un turbinio di carte intorno ai tavoli ed alle sedie, turbinio che si accentuava in un movimento rotatorio e Travetti (anche lui mattiniero), che, novello Magellano, rincorreva i fogli trascinati dal vento, li raccoglieva e li fermava sotto un oggetto qualsiasi. Pollicino sembrava non rendersi conto che, quando Eolo sbuffava (e d’inverno ciò non era raro), questo entrava nelle celle e i vetri tremavano, sbattevano le imposte e le carte che giacevano sulle scrivanie, svolazzavano disordinatamente. Un’impiegata dapprima provò a farlo presente a Pollicino, dicendosi rammaricata perché il di lei bisogno di aria e luce provocava un continuo rimescolamento delle carte e per questo non riusciva a smaltirne certe (che fra l’altro erano urgenti prima che il turbinio le sottraesse alla sua attenzione). Un giorno Travetti ritrovò sparpagliati dietro un armadio alcuni fogli relativi a pratiche urgenti ormai inevase dall’incolpevole impiegata; la quale divenne colpevole quando, approfittando della copertura offertale dalla mania di Pollicino, le intrufolò sotto un armadio della cella vicina, ch’era di Travetti!
Pulcinella- Quel dilemma si riproponeva ogni mattina: la prospettiva di dover restare sei ore in “quell” ’ufficio, che da troppo tempo si era rivelato tanto diverso da quello della provincia, non era allettante: creava un’atmosfera che puoi paragonare all’uggia che coglie un bambino quando lo obblighi a stare ad un gioco non gradito. Travetti si aggrappava ai ricordi e si sforzava di non imprecare contro la nuova realtà, un po’ perché era titubante e un po’ perché in ogni caso era costretto ad adeguarsi alle usanze del nuovo mondo. Era costretto, perché così voleva il buon senso. E forse in parte ...ci riuscì; tuttavia solo in parte. Stigmatizzò sempre e non riuscì a dimenticare l’episodio di quando, appena arrivato, si accorse che i colleghi addetti al lavoro assegnato anche a lui procedevano secondo le vecchie regole, mentre una legge recente le aveva in parte cambiate. Certo essi, abituati ad eseguire gli ordini superiori (e quindi ministeriali, e quindi impartiti con semplici circolari) avrebbero disatteso quella legge fino a quando non fosse arrivata la nota esplicativa del Ministero; ma questa ancora non era arrivata: il responsabile della Divisione la ignorava (la legge era stata emanata cinque mesi prima)! Già ho accennato a questo episodio! La pretoriana coi filetti, avvertita da Travetti della cosa, riunì costui (che intanto le aveva portato una fotocopia della Gazz.Uff.) insieme a tutti i colleghi, suggerendo l’opportunità che ormai non si poteva disattendere la legge già applicata dal travetto provinciale, e che si seguisse un criterio uniforme. Fu in quell’occasione che un collega, seccato per dover rivedere una parte del lavoro fatto, disse a Travetti con tono scherzoso(?) (si sa che Pulcinella esponeva le sue ragioni celiando): “Caro, se credi di esser venuto per farci lavorare, ti sbagli!”.
Visita all’ultimo[1] Capo- Travetti andò a far visita al vecchio Provveditore, il primo della sede romana e l’ultimo degno di questo nome; il quale intanto, terminata la carriera nei Provveditorati, svolgeva funzioni giurisdizionali in materia di pensioni di guerra presso la Corte dei Conti. Quegli lo accolse come un padre e come un autentico abruzzese puó accogliere un altro abruzzese: difficile dire chi, fra i due, fosse più commosso.
Il vecchio capo, quel campione di una generazione che andava scomparendo, e Enzo parlarono della loro Terra; poi il novello magistrato accennò a problemi che temeva si potessero essere aggravati nell’Ufficio già da lui diretto. Era vero che forse si erano aggravati dopo la sua partenza... Ma i due tornarono a parlare dell’Abruzzo.
Il bar ed il caffè divisionale- Erano pochissimi gli Uffici pubblici che non disponessero di un locale adibito a bar. Quasi tutti i reclusi del pubblico impiego prendevano almeno un caffè[2]: chi la mattina presto, chi un po’ dopo la pasticca ...disdegnando il bicchier d’acqua, chi per parare lo stomaco alle battaglie del fegato; chi a mezza mattina, per provare una sensazione di libertà, illuso com’era che sorbire il caffè a quell’ora lo liberasse da ogni cura e lo rendesse un uomo libero (anche se gli costava una tazzina, nella migliore delle ipotesi); ma che non fa l’uomo per la libertà? I reclusori non avevano molto da invidiare agli uffici pubblici, dopo la rivoluzione demoburocratica: forse (ma con molti dubbi) qui c’era il conforto della tazzina che sorbivano esseri umani i quali si illudevano di essere liberi. Molti impiegati si sentivano un po’ sequestrati per sei ore al giorno o giù di lì (un po’ giù e un po’ lì). Almeno pei galeotti c’era l’istituto della semilibertà; e con la differenza che quelli dimezzavano la pena ed erano stati condannati per aver commesso qualche delitto, mentre i travets dimezzavano la propria vita ed avevano la sola colpa di essere travets. Tuttavia meno male che c’era il bar, il quale era il servizio più funzionale dell’Ufficio, la dimensione dove si razzolava; nel contempo fungeva da termometro delle ricchezze impiegatizie nonché da bussola e calmante per gli utenti che potevano trovare lì gli impiegati che cercavano. A Romano, il gestore (non aveva i filetti, ma sapeva dirigere), non mancava mai la clientela. Che era eterogenea, e molti erano quelli del pubblico dalle cui labbra era uscita qualche imprecazione per il mancato conferimento di incarico o per il ritardato avvio della pratica di pensione; gente che poi beveva nella stessa tazzina in cui aveva bevuto la persona ch’era stata oggetto dell’imprecazione. In definitiva il bar era un punto di raccolta e d’incontro. Avessi visto come scendevano, puntuali, le comitive di impiegati (quelle femminili erano più numerose e più rumorose) che avevano stabilito di pagare a turno il rituale caffè collettivo! I lazzi rimbalzavano e si spegnevano negli ascensori che si chiudevano dietro a quei poveracci. E gli altri? Quelli che non scendevano al bar? Si sarebbe detto che gli altri rimanevano a lavorare o, nel caso di “quei” filettati e dei cortigiani dei filettati a cui il medico aveva proibito il caffè, ad accarezzare le poltrone di pelle. Forse tuttavia qualcuno rimaneva fra le carte e gli scarafaggi, qualcun altro rimaneva a giocare con gli attrezzi dell’informatica; ma c’erano anche i patiti del giornale, coloro i quali dedicavano non poche ore alla lettura (quella che non incrementa la cultura né arricchisce lo spirito). E non è detto che questi signori, dopo aver scorso i giornali, non sentissero il richiamo della tazzina. C’era un’altra categoria di impiegati (e impiegate) che non scendevano al bar: era quella di coloro che, non rinunciando alla tazzina, preferivano sorbire il “caffè divisionale”, nel senso che preferivano il thermos casalingo, perché quello del bar costava troppo o per rivalsa a qualche benedizione ricevuta da Romano e dalle sue collaboratrici. Ma in genere per calcolo: poiché il prezzo della macchinetta da caffè si ammortizzava in poco tempo. E allora gli impiegati (e le impiegate) parsimoniosi si riunivano nella cella dove non si leggevano giornali e, prima di chiudere la porta, invitavano alla tazzina autarchica l’esemplare più insofferente del pubblico, cioè quello che aveva imprecato per una pratica inevasa. Comunque quelli che scendevano al bar erano tanti: per le scale e negli ascensori sentivi: “Oggi tocca a te”. Che cosa? Pagare la tazzina ai colleghi o interessarsi anche per quelli del “giro” affinché le loro firme comparissero sul foglio delle prestazioni del lavoro straordinario? Forse tutte e due le cose. Erano pochi coloro che non lucravano l’indulgenza burocratica con la libertà: una tazzina di caffè, in fondo..
[1] Travetti si riferisce ai Provveditori che onoravano la qualifica.
[2] Gli altri, gli ...evasi, mangiavano poco e spesso nei paraggi del mercato.

