Cocullo Cultura
12 Maggio 2026, 00:04
I MISTERI DEL TRITTICO A COCULLO
Nino Chiocchio
Anacoreta, etimo che corrisponde al greco ana=indietro+korèo=andare. Chi, in senso religioso, vuole tornare alla religione cattolica in chiave fortemente evangelica se non uno zelante “amico di Dio”? Zelante, il quale vuole allontanarsi dal secolo sempre più chiassoso e pettegolo per placare lo spirito nella meditazione estatica. E quale fervente ammiratore di quello non portava il suo bambino al fonte battesimale se non con l’iniziale maiuscola?
Teodolinda, prima sposa di Autari, ariano, re dei Longobardi, morto pare per avvelenamento, e poi di Agilulfo: fu amica di papa Gregorio Magno e conobbe San Colombano, rapporti che senz’altro la influenzarono a cercare di convincere gli uomini longobardi, ariani, ad aprirsi al nuovo credo. Quando la regina, scesa in Italia, dalla Lombardia fino a raggiungere l’Italia centrale, gettò il seme per la crescita di generazioni di regnanti longobardi, questi formarono i due famosi ducati di Spoleto e di Benevento. Nella Longobardia minor portò maestranze longobarde, le quali evidentemente influenzarono le correnti religiose provenienti dal nord: per esempio la setta cattolica degli “Amici di Dio”.
Sant’Amico, da una relazione vescovile (Diocesi di Valva e Sulmona, a cui apparteneva Cocullo) della metà del Trecento risulta essere stato il titolare di una chiesa parrocchiale di Cocullo e da atti anagrafici risulta avere dato il nome a tanti bimbi cocullesi fino a tutto il Cinquecento (?), quando ormai si andava profilando il patronato di Saint Gilles-Sant’Egidio, a cui poi si sarebbe sovrapposto quello di San Domenico (all’incirca quando San Nicola era titolare dell’altra chiesa parrocchiale).
Dalle radici antiche latine (tema “am”=amare), nacquero l’amore e la solidarietà per il prossimo e si diffusero nel mondo franco-germanico coniugati al concetto di “fermezza”.
Ho argomentato altrove che nell’Alto Medioevo il nome Amico fu molto diffuso anche nella nostra zona; posso anche aggiungere che mi pare di aver notato l’esistenza di vari Santi con l’identico nome di Amico (es. Rambona, Avellana), intendendo io che l’appellativo fu dato ad ogni pio eremita acclamato dal popolo. Conseguentemente ho azzardato che il Sant’Amico citato nella bolla dell’aprile 1183 di papa Lucio III (v. Celidonio, “La Diocesi di Valva e Sulmona”, 1100-1200) potesse essere stato una controfigura del futuro patrono cocullese cioè dello stesso San Domenico canonizzato a Sora nel 1104 da papa Pasquale II.
Risalendo la penisola, dopo la battaglia di Benevento, Carlo I d’Angiò, pensando ai suoi disegni tesi ad accaparrarsi con certezza la corona del Regno di Sicilia, volle accertarsi sulla notevole popolarità del futuro “papa angelico” (Pietro del Morrone-Celestino V), popolarità accentuata soprattutto nella zona della Maiella. Il sovrano aveva il suo seguito nutrito di cavalieri e pedoni guerrieri accresciuto via via da guelfi e templari dell’area estesa da L’Aquila alla Marsica e agli Equi,. Non credo che questa circostanza ne abbia favorito l’ascesa della montagna ma forse la semplice esperienza lo convinse poiché restò a lungo nella zona anche per conoscere le mansioni templari (roccaforti, palazzi difensivi della Marsica) e preparare i piani per un eventuale incontro con l’ultimo giovane svevo che intanto stava scendendo in Italia.
Torniamo ai primi due Carlo d’Angiò. Qualche secolo prima in Provenza erano state trasportate le reliquie dell’abate egiziano Sant’Antonio abate. Da quella zona vicina al Rodano c’era e continuava il movimento dei Crociati diretti o di ritorno dalla Palestina. A questo si aggiunga quanto è stato scritto sui Templari nel corteo dei sovrani angioini.
I glifi templari di Cocullo attestano la presenza dei Cavalieri-monaci e si manifestano su monumenti religiosi, nei ruderi citati in documenti successivi, soprattutto sulla facciata della chiesa della Madonna delle Grazie, ove, sul retro, spicca un campanile a vela simile a quello della chiesa templare di S. Giovanni Evangelista a Celano (già capitale della nostra contea). Fu eretta su una struttura religiosa preesistente nel XIII secolo e subì varie modifiche richieste dai danni subiti in seguito ad eventuali terremoti o distruzioni. Nel frontale risalta il rosone romanico-abruzzese e, sotto, un architrave raffigura l'Agnus Dei. La lunetta conteneva un affresco purtroppo deturpato da un rozzo accomodo che ha seppellito metà del dipinto sotto una chiazza di cemento. Sulle lesene che affiancanotil portale sono incisi un quadrato magico, la triplice cinta, il fiore della vita, la croce, il labirinto ed altri simboli. Ai piedi della facciata, ai due lati del portale, su due sedili in pietra aggettanti,- spesso usati soprattutto nell’epoca romanica per far riposare i pellegrini, - è inciso un doppio quadrato magico abbastanza abraso e un po’ sformato da persone che lo hanno calcato per usarlo come gioco del “trix”.
Scrivevo su questa Rivista il 14 giugno 2022: “…Ora torno alle origini del complesso edilizio antoniano e della evoluzione di quello. Premesso che i terremoti, le pestilenze e il trascorrere dei secoli non permettono di risalire ad epoche antecedenti al XV secolo, notizia certa dell’esistenza di una struttura caritativa adiacente alla cappella di Sant’Antonio Abate ci porta quindi al manoscritto del 16 maggio 1537, con cui si avvertivano i Cocullesi che l’anno prima la Sede Apostolica aveva concesso benefici a diverse istituzioni religiose degli Agostiniani di Sant’Antonio Viennese: comunico che anche l’ “hospitale” cocullese di Sant’Antonio da Padova, da poco ricostruito ex novo vicino alle mura del paese, deve essere soggetto alla stessa disciplina. Intanto, affinché non venga meno il rispetto della detta università e degli uomini verso il procuratore del beato Antonio Viennese ma viepiù si vivifichi, è necessario che si osservi l’ospitalità in ogni forma e modo migliore, ed assegniamo in amministrazione perpetua ai saggi uomini Marino Risio, camerlengo, e Antonio Lisciotti e Giovani de Milana, massari, detto hospitale con tutti i suoi frutti e proventi, assoggettandolo alle seguenti regole”. Segue l’enunciazione delle stesse: “1- che l’ospizio sia mantenuto sempre in buono stato e sempre provvisto e ben attrezzato per dare ricovero ai poveri; 2- che ogni anno sia nominato un procuratore dall’univeristà e che gli renda conto della sua amministrazione in un registro di bilancio; 3- che detto ospizio possa contare su un responsabile il quale non accetti ricompense; 4- che con cadenza annuale l’università paghi una retta per le entrate e per le elemosine all’amministratore generale di Napoli.” Ricordo la frase del prelato Giovanni Velasco, Commissario generale e procuratore di Sant’Antonio Viennese, con cui aveva specificato che accanto all’ “hospitale” sorgeva una cappella: “…Per cui venendo io, Giovanni predetto, venuto a sapere di un ospedale sotto la denominazione dello stesso Sant’Antonio, sito e posto fuori e vicino le mura del castello di Cocullo, nella via e presso i muri e la cappella di Sant’Antonio da Padova…”
Il principio di solidarietà piano piano aveva portato alla nascita delle “Fratellanze” (prima “Fraterie” e poi “Confraternite”), composte in maggioranza da pastori benestanti (allora l’unica “industria” era fondata, specie nei paesi montani, sulla pastorizia. Quelle organizzazioni solidali, dopo essersi organizzate, avevano creato depositi gestiti con ricchi bilanci. Di questi, qui, si dovettero avvalere gli Antoniani “viennesi” quando costruirono l’ “hospitale” per prestare assistenza.
Ecco perché il Superiore degli Agostiniani scrisse: essendo stato accordato e consentito dalla sede apostolica alla comunità del Santo Abate e all’ordine di Sant’Agostino della diocesi viennese, e quindi anche al predetto monastero fuori le mura di Napoli… Ecco perché, in quel tempo, si generò a Cocullo confusione fra Sant’Antonio Abate e l’omonimo spagnolo da Padova. Ecco perché i Cocullesi pretesero di celebrare la ricorrenza a giugno: …come li giorni passati fu eletto per procuratore di santo Antonio il quale li arciprete non li have voluto publicare nella chiesa quale siame ricorsi da Monsignore et il vicario più presto e dalla sua con dire che non havemo attione di fare li procuratore di Santo Antonio de padua si beno per quello di vienna…(delibera dell’università cocullese adottata il 18 giugno 1668).
Quel che sappiamo, e con certezza, che qui il 10 maggio 1536 una bolla, confermata da un’altra bolla del ‘600 (ambedue esistenti nell’Archivio Comunale di Cocullo), attesta la preesistenza dello “spitale” di Sant’Antonio (la notizia è ribadita da varie delibere riportate sul “Libro de Conseglio”, anch’esso conservato nell’Archivio Comunale di Cocullo): es. “…come è solito di fare la festa di santo Antonio cioè di dare il pane, et Carne conforma per il passato” (del. com.le 10 gennaio 1644). D’altra parte nei secoli recenti si celebrava, come ora, la cerimonia religiosa il 17 gennaio per onorare quel Santo, ma in modo molto più solenne, con l’affluenza di pellegrini e dotato di una forte tinta folcloristica (“… à chi volesse comprare l’introsici delli porci fatti per la solita festa di Santo Antonio nella publica piazza si, e accesa la candela alla presenza di marino di Risio Camorlenco in nome della Corte rimasto à cavalli Venti per decina alli sotti scritti…”) -obbligazione del 16 gennaio 1717), colore che forse ancora caratterizza le cerimonie nelle ricorrenze del 17 gennaio in alcuni paesi (nella Marsica, nel Chietino…) ed all’estero. D’altra parte nella delibera adottata dal Comune il 7 ottobre 1652 l’Abate era stato definito “glorioso”; d’altra parte ancora alla seconda metà dell’Ottocento nella sua chiesetta, ubicata accanto ai ruderi (già adibiti in gran parte a pagliai) dell’ospizio, si celebrava Messa, come è scritto nella delibera Comunale del 4 marzo 1865. Qui, a Rua Sant’Antonio, nel piccolo recinto della chiesetta omonima, molti decenni addietro vidi una piccola statua, alta poco più d’un metro e tutta in pietra (ben conservata salvo il naso camuso, schiacciato in seguito ad un’eventuale caduta provocata forse da qualche terremoto), di stile tardo-romanico (qualcuno mi ha parlato anche di una base di altare semicoperta da uno strato di terra e nascosta fra gli arbusti). Io sono convinto che il reperto da me visto sia appartenuto alla prima chiesa e magari poi conservato in una ristrutturazione successiva: questo potrebbe significare che, come accadeva quasi sempre, lo “spitale” fu fornito anche di un edificio sacro sortogli accanto (chiesa, cappella…). La Deibera comunale del 12 novembre 1655 “… Come noi ne ritrovame, senza hospitaliero, et siamo obligati a tenerce uno la detta Università pero cie Cesaro di Donato marchione quale vorria servire al detto Santo et servire anco per balio e fare tutto quello che puote pero vorria essere franco de Collette, et vole uno pare de scarpe lanno. Da tutti… che al detti Cesare selli dia il possesso di spitaliero e selli faccia lonventario di tutto quelle che si trova a santo antonio…” certifica pure l’esistenza dello “spitale” curato dall’università (Comune).
Ma quando fu affrescato veramente il trittico? Sembra che la data apposta non sia precedente a quella dell’avvenimento a cui si potrebbe riferire l’evento della cattura di Carlo II d’Angiò da parte degli Aragonesi nella battaglia del golfo di Napoli. Certamente siamo ancora nel circuito degli Angioini, ma si stavano affacciando alla ribalta gli Spagnoli. Altrove ho accennato al furore di Carlo I quando il figlio Carlo II, contravvenendo alle disposizioni del padre, uscì in campo aperto senza attendere il di lui arrivo e, sconfitto e preso prigioniero, fu portato in Spagna nel 1284 e poi venne liberato per l’intercessione di una nobildonna dopo quattro anni. Secondo la leggenda il re francese avrebbe sognato la Maddalena al posto della regina aragonese. Quindi il trittico risalirebbe al tempo angioino, come in precedenza era stata costruita la chiesa della Madonna delle Grazie su quella di Sant’Amico, di cui resta un pezzo di marcapiano sotto la base della chiesa attuale?
Quando istituirono il Vicereame a Napoli gli Aragonesi influenzarono fortemente la religione cattolica permeando con la loro religiosità la devozione peninsulare, soprattutto sulle zone gravitanti sulla città partenopea e riferendosi soprattutto al Santuario di Montevergine (AV) con la Madonna Nera “Schiavona” e tenendo presenti le persecuzioni iconoclaste.
Concludendo, facciamo una breve rassegna delle tre figure guardando da sinistra a destra: 1- Sant’Antonio abate. Escludiamo l’ipotesi che possa trattarsi dell’altro Sant’Antonio, con la notevole abrasione del porcellino e con l’evidente sostituzione del bastone (che poteva presentare all’estremità superiore il TAU). Questa figura ricorda i Francesi per via di Sant’Antonio Viennese; 2- Sant’Amico. Anche questa figura è memoria francese, se non altro per via di quel cavaliere consigliere di Carlo Magno, mentre sulla via Francigena evocava le glorie dei paladini; 3- la Maddalena. Un affresco quello della data apposta molto successivamente alla ricorrenza della prigionia di Carlo II d’Angiò terminata nel 1288.
Infine, Sant’Antonio forse fu il primo Santo venerato a Cocullo; Sant’Amico evoca la struttura esistente prima che vi sorgesse sopra la chiesa della Madonna; la Maddalena rappresenta la liberazione dalla cattività. Quindi non possiamo escludere che il trittico riassumesse la riproduzione di una o due delle figure.
Non induca in errore il colore dei sai monacali: il colore chiaro risulta dalla fusione e dalla influenza dei Cistercensi e degli Agostiniani.
Tutto questo mi induce a chiedere venia per le ripetizioni.
Nella foto, al centro, in basso, in corrispondenza della figura di S. Amico: S. AMICO- ADI- …….. - x – 17(?) – 7BRO – 157[5? o 8?]

