Edizioni L'Atelier
10 Maggio 2026, 00:03
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Nino Chiocchio, L’alba dei travetti e il crepuscolo dei travetti
Capitolo XXXII - Travetti giudice popolare e il debito coniugale
Direzione
Nel maggio del ‘78 Travetti fu chiamato a fare il giudice popolare presso la seconda sezione della Corte d’Assise d’Appello di Roma. I tempi erano alquanto torbidi: giudici e poliziotti che venivano uccisi, ecc. Non si scherzava; non era consigliabile sporgersi dalle finestre sul panorama sociale. Tuttavia quella fu un’esperienza interessante; e poi fu un valido motivo di evasione da un impegno quasi trentennale e da un ambiente che quell’impegno non riusciva a fargli assolvere come avrebbe voluto. Così poi Travetti scrisse ad un amico:
“La prospettiva di essere chiamati a far parte di una Corte di Assise, di questi tempi, non è allettante: costretti, con le pallottole vaganti nelle coste e nelle valli, a viaggiare sulle traballanti carrozze della tradotta italica, gli otto estratti si accingevano a passare sul tender dove si cerca di amministrare la giustizia. Comunque, a parte le trentamila lire di multa minacciate dal Presidente in caso di rifiuto della nomina a giurato, era pur sempre una questione di educazione civica ubbidire alla norma che impone la giuria popolare, credo per rispondere ad un’esigenza della gente, la quale altrimenti si potrebbe chiedere a che pro distrarre i cittadini dall’ “usato lavoro” per emettere sentenze in nome del popolo ecc. ecc.
E restammo in otto, compresa la buona Irene, una professoressa giurata che non riuscì a dimostrare di essere malata. Presidente era il dottor S. e l’altro giudice togato era il dottor M.
Quell’otto maggio di una primavera fredda e capricciosa ci si schierò bardati con le insegne della liturgia giudiziaria ed ebbero inizio i lavori della sessione. Da destra verso sinistra, pressati dalle ali estreme (i supplenti), sedevano Giulia, Antonino, Lina, il giudice “a latere” M., il Presidente, Francesco, Irene e Luciana. Per i giudici popolari, forniti tutti più o meno di una solida struttura morale, non fu un problema darsi un contegno; né tardarono ad affiatarsi: quando trionfa la simpatia, anche una severa aula di giustizia puó favorire l’incontro amichevole.
Di giudici “a latere” ce ne furono due, in tempi diversi: i primi processi furono celebrati con la partecipazione del dottor M., che sostituiva un collega assente; tutti gli altri con la partecipazione del dottor P. Erano due belle figure di giovani magistrati, cortesi forse in egual misura, ma dal carattere molto diverso: discreto e diplomatico il primo, sagace e all’occorrenza anche aggressivo il secondo. Vien fatto di pensare che l’albero (genealogico) di M. affondi le radici nel Nord, mentre P. è sicuramente meridionale. Al di là dello Stivale, in Sicilia, ebbe i natali il Presidente S. Costui non é giovane (circa quarant’anni di servizio), ma ha peraltro il fisico prestante e lo spirito combattivo con i deboli imputati, remissivo con quelli arroganti, forse temendo eventuali minacce.
Enzo assicurava i collegamenti fra la Corte ed il tavolo del Cancelliere. Non gli è andata giù, in tutta la sessione, una sentenza di condanna per una vicenda che invece offriva la possibilità di aprire uno spiraglio di luce sulle miserie di questo mondo (una giovane donna aveva ucciso il marito che la torturava). Un grato pensiero va al Pubblico Ministero M., anche per la misurata requisitoria relativa a quello spiraglio di luce. Ancora, un augurio va a quel cancellierino di prima nomina, un po’ timido, il quale arrossiva quando si accorgeva di aver omesso una virgola che il Presidente “non” gli aveva dettato... I legulei -absit iniuria verbo- hanno svolto il loro compito chi con più maestria e chi con più onestà, ma tutti si sono sforzati di emulare quell’Azzone de’ Porci, giureconsulto bolognese del 1200, alla cui fama è legato l’adagio “Chi non ha Azzo non vada a Palazzo”. I bravi appartengono a due categorie, a seconda che il termine sia interpretato nel significato letterale dell’aggettivo o nel significato del sostantivo che immortalò il Nibbio e il Griso. Quelli comandati dal compianto colonnello Varisco[1] e quelli rinchiusi nel bunker del detto “In dubiis pro reo”. E i testi? Forse non sarebbe inopportuno che le loro deposizioni fossero raccolte da giurie composte anche da umoristi, che avrebbero così a disposizione materiale a iosa per la loro produzione; e forse acquisterebbero importanza deposizioni come quella della popolana ingenua e rubiconda che identificò il debito coniugale con un fenomeno patrimoniale (debito pecuniario fra coniugi)”.
La pistola al Liceo- All’ingresso del Provveditorato stazionava una torma di liceali che sottolineavano con uno striscione la gravità di quanto era successo nel loro istituto il giorno prima, e pretendevano la punizione del colpevole, che, per loro, era inappellabilmente il Preside. In verità sembra che costui avesse estratto una pistola in presenza di un alunno e della madre del giovane. Il fatto sarebbe stato di per sé grave, ma testimoni non c’erano stati né il pistolero risultava esser pazzo. Il capo d’istituto negava, smentito dalla donna e dal figlio di costei; chi aveva ragione, in tutto questo, era Hobbes quando aveva affermato “homo homini lupus”. Due cose erano sicure: che non si campava in una dimensione umana e che nessuno poteva provare la minaccia a mano armata o addirittura la volontà di usare uno strumento alquanto inusuale a scuola. Alla protesta dei ragazzi dinanzi al cancello dell’Ufficio, si sovrappose il trambusto creato dall’amministrato (=utente) che in quel momento andava gridando contro tutti quanti i travets che incontrava nel corridoio, esasperato a causa dell’assenza dell’impiegato che avrebbe dovuto curare la pratica che lo riguardava, il quale in quel momento si stava occupando del caso-pistola. Santa pazienza!
La “336”- La Legge 336 dell’estate del 1970 prevedeva l’attribuzione di benefici agli ex combattenti ed equiparati. Travetti propose - un po’ per celia e un po’ nella segreta speranza che la sortita potesse essere presa in qualche considerazione - di farla estendere agli impiegati, la cui utenza (leggi “amministrati”), almeno in parte, era alquanto turbolenta. Una mattina, era entrato da poco e stava raccogliendo le idee, allorché in qualche cella dietro alla sue spalle sentì di urlare. Gli dissero, in un primo momento, che un’impiegata aveva rovesciato la propria scrivania contro un Prof, evidentemente da lei amministrato. Gli fu anche riferito che subito dopo l’impiegata (una signora piuttosto anziana) e il prof erano scesi dal capo dei capi ad esporre le rispettive ragioni; quest’ultima (cioè il capo dei capi, che allora era di sesso femminile) avrebbe dato ragione al prof. Veramente c’era da temere che la titolare dell’Ufficio avrebbe potuto rispolverare un collaudato clichè: far pesare sulle spalle degli impiegati responsabilità che non erano loro (cioè le conseguenze di una organizzazione carente, delle condizioni di disagio accresciute dalla contestazione, ecc.). E come se non bastasse, si seppe poi che l’autore del lancio del tavolo era stato il prof, il quale avrebbe anche minacciato la poverina di gettarla dalla finestra; l’energumeno sarebbe stato rabbonito, quindi, per aver minacciato e offeso una donna colpevole soltanto di doverlo amministrare (bene o male). Il capo dei capi poi ebbe un ripensamento e salì a parlare con l’impiegata, ma soltanto per pregarla di allontanare il proposito di denunciare l’altro alla Magistratura(?). In quel momento entrò nella stanza di Travetti un’altra utente: si accostò e pretese maleducatamente un’audizione immediata, poco curandosi delle operazioni in cui era impegnato il travet. Naturalmente costui non la accontentò; al che lei, lei che era molto probabilmente abituata ad esser riverita, accorgendosi invece di essere appena tollerata, se ne uscì indispettita e blaterando male parole. Travetti era troppo preso dal lavoro per distoglierne l’attenzione... E fece bene così come fece. Anche perché dopo poco entrò la pretoriana dei pretoriani per discutere sull’episodio che aveva visto protagonisti il prof, l’impiegata e la scrivania rovesciata. Ma l’utente che aveva importunato Travetti, non conoscendo l’identità della pretoriana massima, riaprì la porta senza bussare e con tono spavaldo lo accusò di parlare con chi gli pareva... Ecco, appunto, la richiesta di estendere la “336”.
Inquinamenti - La solennità pasquale si avvicinava. Ma l’atmosfera era più invernale, in tutti i sensi, di quando l’ufficio di Chieti si esaltava perfino nella scrivania ornata della tradizionale palma con lo sfondo di un mandorlo fiorito. Il povero Travetti proprio non riusciva a collegarla, l’atmosfera dell’Urbe, all’immagine del mandorlo fiorito. L’ambiente di lavoro pareva umiliato e quell’atmosfera sembrava inquinata dal “puzzo” della polvere degli archivi. Qui alla polvere si mescolavano talora (era forse un’impressione?) arroganza, prepotenza, incapacità: un’infinità di cose che puzzavano, tanto. Era il progresso, anche negli uffici c’era aria di progresso! Però si allontanavano l’educazione e la serenità pasquale. C’era un po’ di freddo, attorno, e alquanta ipocrita diplomazia. In provincia il saluto era soprattutto una manifestazione di educazione accompagnata ad un impulso spontaneo e sincero; ma qui sembrava che fosse espressione di cortigianeria, a volte di dabbenaggine se è vero che qualche “superiore” o qualche collega si infastidivano quando li salutavi (tuttavia, che contrasto!, restava pur sempre qualche parruccone che pretendeva di essere ossequiato in omaggio ad un vincolo gerarchico che sostanzialmente, non formalmente, non c’era più). Quando si entrava in una cella accadeva raramente che prima si bussasse alla porta; né si salutava la gente che c’era dentro, specialmente se si trattava d’impiegati di carriera inferiore. Però quando si sposava un collega o si partoriva una collega (non aveva rilevanza che fosse immeritevole o sconosciuta) si faceva la colletta per comprare il regalo e donarlo con l’esultanza della ciurma chiassosa: in quelle occasioni ci si illudeva di trovare la dimensione umana!
Le comiche- Un’impiegata diceva continuamente che era stufa del lavoro che scaturiva da compromessi burocratici (sic), da lei ritenuto umiliante, e che avrebbe preferito fare la donna delle pulizie. Diceva di essere atterrita dalla “giungla amministrativa” e però svolgeva attività sindacale (quindi guazzava nella giungla). Quando l’usciere non le vuotava il cestino dei rifiuti (dove lei regolarmente gettava il torzolo della mela che ogni mattina mangiava) telefonava risentita all’ufficio del personale. Un giorno le capitò un fatto che dimostrò quanto il linguaggio burocratico si attagliasse alla sua persona. Si era rivolta a lei un’insegnante di Lettere perché le sbrigasse una certa pratica di sua competenza. La solerte impiegata, per accelerare le ricerche, le chiese se la profssa fosse “meccanizzata”[2]: con ciò intendeva stabilire (usando una terminologia molto diffusa nell’ambiente dei dipendenti statali a reddito fisso, insegnanti compresi) se dovesse esperire le ricerche fra gli amministrati i cui nominativi erano stati a suo tempo imbussolati nella memoria della macchina elettronica della Direzione Provinciale del Tesoro per l’erogazione dello stipendio. La risposta, meritata più che ingenua, fu: “L’automobile mi si è rotta questa mattina”. Quell’impiegata era un po’ su di giri; ma non replicò, né reiterò la domanda in termini più chiari. Promise l’evasione della pratica entro un’ora e licenziò l’interessata, che naturalmente andò via soddisfatta. Dopodiché la travetta scese alle bacheche dei sindacati, aprì quella della sua organizzazione, e vi affisse il seguente annuncio. “Per le ferie cercasi compagnia. Da stabilire il tempo e il luogo delle vacanze. Telefono ecc.”. L’avviso rimase affisso per molte stagioni e chi lo lesse non seppe se si trattasse di una goliardata o di una cosa seria.
Ancora! “Io porto le lacerazioni nel fisico e nell’anima!”. Così, un’altra volta, esclamò un professore provocando una lite tra due impiegati! Questi erano venuti addirittura alle mani perché il più anziano, che ancora credeva nella perfetta funzionalità degli uffici, non era riuscito a far dattiloscrivere al più giovane un progetto della pensione spettante a quel prof invalido di guerra che era cessato dal servizio due anni prima. Il ragazzo veniva ripreso per essere stato protagonista del seguente episodio. Qualcuno strillava pel corridoio per far valere i suoi diritti; era il prof il quale reclamava la pensione. L’anziano stava replicando al giovane impiegato, il quale aveva creduto di giustificare la sua indolenza (l’interessato era cessato dal servizio oltre due anni prima e nei suoi confronti pare che non fosse neanche stata avviata la pratica di pensione!) contestando al prof l’integrità di un documento che in verità presentava un piccolo strappo (non rilevato in ventiquattro mesi): si trattava di un attestato relativo all’invalidità di guerra, invalidità che per l’imprudente giovane si riduceva ad un pezzo di carta, ma non per l’interessato.
[1] Poi ucciso in un attentato.
[2] Cioè compresa negli elenchi computerizzati dell’organo pagatore.

