Edizioni L'Atelier
5 Aprile 2026, 00:03
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Nino Chiocchio, L’alba dei travetti e il crepuscolo dei travetti
Capitolo XXVII - Abilitazioni e vacanze
Redazione
Per accedere, secondo la normativa allora vigente, agli esami di concorso a cattedre per l’immissione in ruolo dei docenti, occorreva aver superato prima la prova anche dell’abilitazione all’insegnamento.
L’Amministrazione scolastica indiceva pertanto gli esami di abilitazione all’insegnamento: per questo impiegava il personale che sorvegliasse sul regolare svolgimento delle prove e purtroppo Travetti non poté sottrarsi a questa incombenza. “E vigiliamo”, disse fra sé e sé: “vuolsi così colà dove si puote”. I controllori non gli piacevano: sì, ricordava divertito che, non troppi mesi prima, aveva dovuto calmare i candidati i quali si erano presentati a sostenere gli esami cantando inni che avevano più a che fare col “sei politico” e con i girondini che con gli aspiranti “proff”. E fra i capi di quegli energumeni c’era Mimmo, un suo vecchio compagno di Liceo, che, appena si incontrò con Enzo, abbandonò ogni velleità e si diede alle effusioni per poi mettersi a fare il suo compitino. E ricordò anche che quando lui passò vicino al banco di Mimmo, impegnato nel suo lavoro, mormorò ironico: “Che figura...!”. Tuttavia quel giorno fu più sereno e si sentì utile: s’era messo ad aiutare a superare i piccoli ostacoli che la condizione di una candidata non vedente avrebbero potuto frapporre al superamento della prova, una laureata in Lingue, cieca, ch’era venuta a Roma dal Veneto per quell’esame. Se ne avvide il Ministro, il quale però si accorse pure che la candidata non vedeva: si avvicinò a lei, la accarezzò ed a Travetti sussurrò: “Bravo!”. Quella creatura non dimenticò facilmente l’episodio, tanto che poi mandò bigliettini augurali al “vigilante”, in occasione delle festività.
Dopo la breve parentesi degli esami di abilitazione, Enzo trascorse un periodo di ferie al paese natio: era obbligatorio il “pellegrinaggio vacanziero” alla sua Terra. Ebbe modo di ricalcare, in parte, l’itinerario immaginario che aveva percorso Edia Fura, il serparo de “La fiaccola sotto il moggio”. Una delle mete del serparo di Luco era il Santuario che il Poeta definì “Cisterna santa”, dove l’antico rito si tramanda nella fantasmagoria viscida di serpi che si inerpicano, a Calendimaggio, sulle pieghe del simulacro di San Domenico da Foligno. Il vegliardo dannunziano era venuto a Cocullo dopo aver superato la montagna della Cisterna, là dove il bianco sorriso dell’ultima neve si scioglieva nello sciacquettio dei rigagnoli, e, più giù, negli scrosci del torrente; ora seguiva il corso capriccioso del Rio Pezzana, giù giù, per la valle ridente, fin quasi alla confluenza col Sagittario. Si era fermato lì, il serparo, perché aveva saputo che Angizia, la figlia snaturata, non era più serva dei signori di Anversa e forse era diventata la perfida padrona del castello. Il viaggio di Edia terminò accanto al sasso scagliatogli dalla figlia. A questo punto al viaggiatore l’itinerario, già apparso molto suggestivo, gli offrì uno spaccato fantastico: tornò al paese, prese l’automobile e proseguì il viaggio verso il Parco Nazionale d’Abruzzo (che peraltro comprende anche centri del Lazio, del Molise, della Campania). Enzo, dunque, continuò dopo aver sfiorato il tetro moncone dell’antico maniero, il moncone che resta a sfidare le orride “gole” e ad ammonire il turista che si avventura nel paesaggio impervio. La strada si arrampicava tortuosa, pareva che si aggrappasse ai burroni vertiginosi, poi si immergeva nelle ombre di piante secolari e di rocce minacciose. Diveniva pianeggiante, d’un tratto e per poco; ma ormai l’orizzonte s’era aperto abbastanza per anticipare l’apparizione delle prime case di Villalago piantate sopra lo specchio d’acqua verde cupo, chiuso dalla diga incassata accanto all’eremo di San Domenico. Il lago è un enorme catino verde incastonato fra le montagne che svettano, gigantesche sentinelle, alle porte del Parco. Qualche chilometro oltre le case di Scanno sfilano sulla costa d’un monte. Per le stradicciole pulite le donne passeggiavano austere nel ricco costume tradizionale, rispolverato per le manifestazioni dell’agosto scannese. Si fermò, Enzo, a gustare qualche mostacciòlo, uno squisito dolce locale fatto con mosto cotto, mandorle tostate, miele e cannella. Salì ancora fino a quota 1600, sull’ampio acrocoro di Passo Godi, ai margini delimitato da nere macchie di vegetazione, e finalmente si tuffò nel cuore del Parco. C’è, fra i boschi, un anfiteatro roccioso disegnato dall’ombra dei faggi e dalle vette che si elevano tutt’intorno a raggiera: è la Camosciara, ora cullata dalla voce argentina del Sangro sornione, ora solennizzata negli scrosci delle cascate. Enzo immaginò quell’anfiteatro in una notte di plenilunio, popolato di camosci accoccolati intorno ad un vecchio orso: tutti insieme invocavano aiuto alla Natura nel tempio profanato dai capricci del turismo. Scese su Villetta Barrea, là dove sembra che la strada con i suoi tornanti sfiori i tetti delle ville dei vacanzieri; l’asfalto poi lo portò sotto l’ombra delle conifere e lì l’odore delle resine si fece acuto. I maccheroni alla chitarra, gustati in una piccola trattoria che sorgeva all’inizio del paese, accanto al fiume che in quel punto affianca placido e sornione il manto stradale, furono degni della migliore tradizione culinaria abruzzese. Più avanti il laghetto, e, ancora qualche chilometro, Roccaraso e quindi Pescasseroli, patria di Benedetto Croce, con i loro alberghi e le attrattive turistiche. Prima della seconda guerra mondiale Roccaraso era un paesetto di vecchie case, sconosciuto alla massa dei turisti; subì poi, ripetutamente, atroci offese dalle vicende belliche per risorgere più grande dalle macerie. Ed ora, nella stagione invernale, sulle vicine distese dell’Aremogna sfrecciano sciatori di tutta Italia. Passò oltre. Rivisondoli, disteso alle falde del suo colle, gli apparve come un presepe, e opportunamente nella notte santa ospita angeli e pastori nella cornice suggestiva di duemila anni fa. Quindi la strada sfiora le piste sciistiche di Monte Pratello e sbuca nel lungo rettilineo dell’altopiano delle Cinque miglia; quando ricomincia a discendere e a torcersi, prima il lontano mormorio della città, poi le acque fresche e chiacchierine che ispirarono versi famosi al Poeta delle “Metamorfosi”, annunciarono Sulmona. La città ha origini molto antiche. Coinvolta nelle vicende burrascose della Guerra Sociale (Corfinio giace nella sua conca), fu illustrata da vari personaggi e visse i momenti più belli della sua Storia con gli Svevi e con gli Aragonesi, e non soltanto per la funzione che le assegnarono le vicende storiche nelle attività connesse al fenomeno della transumanza. Il palazzo dell’Annunziata, la chiesa di Santa Maria della Tomba, tanto per citare alcuni fra i monumenti più noti, i gioielli della quattrocentesca scuola di oreficeria: di essi va giustamente orgogliosa la città dei Peligni; la quale però non vive soltanto di ricordi. I suoi confetti sono conosciuti in tutto il mondo, e nell’economia tradizionale (prevalentemente agricola) si è recentemente innestato qualche complesso industriale che prima o poi riuscirà a decollare sulla vecchia e cara oleografia agreste e pastorale. A due tiri di schioppo, un colle isolato nel mezzo della piana e, più oltre, il baluardo delle montagne. Bastò scrutare sul vicino Morrone (su cui, a mezza costa, si trova l’eremo di Celestino V) e, poi, tra le conifere dello chalet d’Introdacqua perché nuovi orizzonti si dischiudessero su quella che fu la meravigliosa e selvaggia Terra di Aligi. Ma qui Enzo si accorse di essere stanco e tornò al suo paese, che ormai era vicino. Era finita la gita e stavano per finire anche le vacanze. Doveva tornare ad immergersi nel rumore megalopolitano e partì il giorno seguente rammaricato perché non poté portare con sé una bombola d’aria pura del paesello popoloso e vitale.
In Ufficio- “Questa pratica è stata fatta due volte!”. Così press’a poco c’era scritto, con un pennarello, su un foglio di carta legato ad un voluminoso fascicolo aperto sulla scrivania dell’impiegata che si occupava di quel genere di pratiche. Ma era fatale! Era già troppo che lo Spirito Santo avesse soltanto duplicato il lavoro! In fondo forse l’impiegata aveva una colpa relativa, perché, oltre ad aver partecipato al penultimo carosello stagionale del personale che cambiava Divisione, lavorava a mezzoservizio; l’altro mezzoservizio interessava la Divisione di provenienza. Forse lei aveva la colpa di essere un tipo docile ed educato, e questo, lì, era un handicap...: firmava nel foglio di presenza della Sezione a cui era stata assegnata; però rimaneva legata ad una Commissione operante in seno alla vecchia Divisione, Commissione che non esauriva mai i lavori, lavori che forse non erano mai cominciati, tant’è vero che quell’impiegata era molto reticente nel rispondere a chi le chiedeva quali fossero i tempi da rispettare per l’espletamento dei compiti fantomatici. Altro che Bisanzio! Nel carosello successivo la pratica sarebbe stata esaminata per la terza volta..?
Verso mezzogiorno c’era gente che scappava e gente che si scontrava pei corridoi. Anche per le strade vicine all’Ufficio correvano. Ma c’era anche chi incedeva con passo regolare. Anzi era cadenzato il passo dei partecipanti al corteo contro la violenza: perché quelli non avevano paura? Che le bombe le avessero messe loro? Soltanto loro non sembravano impauriti. C’era stato qualche botto e gli studenti di alcuni istituti scolastici nonché gli impiegati avevano approfittato per disertare rispettivamente le scuole e gli uffici. Il traffico nelle strade era più intenso di quello degli altri giorni e pare che i colpi fossero stati avvertiti anche lontano. Qualcuno aveva fatto brillare un paio di bombette; ma quelle che erano state annunciate non portavano il diminutivo. Infine era polvere da sparo compressa in qualche piccolo contenitore metallico... Travetti era venuto a Roma per lavorare, per svolgere un lavoro in tranquillità; ora si doveva convincere che quello era veramente diverso, anche in questo, dal lavoro di Chieti. Avvertì il bisogno di allontanarsi dalla capitale, ma le ferie di quell’anno erano finite... Uscì dal “bunker” e andò a casa a mangiare.
Casamari- Dopo pranzo Travetti scese sulla Casilina e proseguì fino a Casamari. Era un appassionato frequentatore di monumenti: sotto quelle arcate austere e nel chiostro dell’antica abbazia si sentì finalmente sereno. In Abruzzo aveva conosciuto i conventi di San Liberatore della Maiella, di San Giovanni in Venere, di San Clemente a Casauria. Quello di Casamari era diverso: quelli li doveva immaginare abitati, invece in questo c’era un fervente movimento monacale. Dunque la differenza consisteva nel fatto che i primi tre monumenti erano gioielli vecchi ed erano stati abbandonati molto tempo addietro o avevano un’attività ridotta (San Giovanni in Venere) ancora prima del Concilio Vaticano II. Erano diventati luoghi più o meno solitari: invece a Casamari c’era vita, c’era la comunità religiosa, c’era l’abate, c’era la splendida sala del Capitolo linda e attrezzata, c’era la spezieria dei frati fornita di ottime cioccolate e di ottimi liquori fermentati con l’erba delle montagne, nonché di una ricca cantina di vini. Enzo restò nella spezieria fino a tardi; purtroppo, quando fu chiuso il portone, tornò alla realtà e si avviò verso i borgatari. In un prato costeggiante la strada della periferia romana si fermò dietro un cespuglio a fare una pipì. Una piccola stella si affacciava tra le foglie di un ippocastano e un timido raggio della luna nascente pioveva su quel tratto di strada. L’idillio che sarebbe sbocciato fra Gék e Kalùa era stato annunciato dal fruscìo dei rami col sottofondo della monotona ninna-nanna dei grilli, che per l’occasione aveva assunto una tonalità dolce e patetica. Un rumore appena percettibile, due sagome disegnate dalla luce fioca del timido raggio su quel breve tratto di strada: e quando i due cuoricini s’incontrarono parve che i cani si conoscessero da un pezzo. Kalùa era un’avvenente cagna del centro storico, dal pelo lucido e dalle orecchie dritte e appuntite, l’aspetto fiero e la dentiera poderosa. Le maggiorate fisiche non scarseggiavano fra le cagne. Gék era alquanto stagionato, ma non insensibile al fascino e al richiamo dell’eterno femminino. Era giovane di cuore e di tanto in tanto trovava il modo di arricchire con nuovi trofei il fardello dei suoi trascorsi venatorii. Scanzonato e modesto, tuttavia, raramente si era interessato alle cittadine; una di queste doveva porgere su un piatto d’argento quel flirt birbante di una sera di mezza estate. Da allora quel cane, che era stato saggio e sornione, portò tutte le sere il cuoricino stenerito in quel breve tratto di strada sorvegliato da un vecchio ippocastano sormontato da una stellina melanconica, che non se ne allontana neanche quando esso è baciato dal debole raggio della luna. Appena si spense quel raggio entrò la settimana di Carnevale.
Ancora in Ufficio- E Travetti tornò in ufficio, dove dovette sbrigare qualche pratica di una sua collega, la quale aveva partecipato ad un corteo organizzato dai Sindacati solo perché contrariata da un’inadempienza altrui ed a lei imputata. Infatti il Provveditore di Milano aveva sollecitato la risposta ad una sua nota. Il sollecito era capitato in mano al Provveditore di Travetti mentre smistava la posta (allora la posta la smistavano i capi). Questi scrisse a margine del sollecito: “Il solito ritardo! Si risponde dopo mesi. Non si capisce la ragione”. A sua volta il capo della Divisione, prima di smistare la nota alla Sezione competente, aggiunse: “Madonna mia, come si fa? Devo avere i rilievi per colpa sua!”. E così fu evaso il sollecito! Fra una recriminazione e l’altra! Il foglio era illeggibile quando arrivò all’impiegata destinataria del monito; d’altronde lei era lì da poco perché aveva partecipato all’ultima giostra degli spostamenti del personale da una Divisione all’altra. Travetti, per parte sua, amico della “sfortunata” collega, pensò che qui si riuscissero a scaricare le responsabilità con l’aiuto della Madonna. (Continua)

