Edizioni L'Atelier
26 Aprile 2026, 00:09
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Nino Chiocchio, L’alba dei travetti e il crepuscolo dei travetti
Capitolo XXX - Li servizzi tabbù
Redazione
Clara era una collega simpatica che si distingueva fra i cultori della poesia romanesca e che non poteva non attingere alla sorgente degli uffici pubblici. Ecco il sonetto sul protocollo:
“Li servizzi tabbù”
Bollino, protocollo e copiatrice
pilastri sò’ der Provveditorato;
ma nun l’hai da toccà’ senza er mandato
perché sò’ comme l’Arabba Fenice.
Vòi ‘n bollo su ‘na pratica d’urgenza?
Vòi fà’ la copia de ‘n’incartamento?
E’ comme dì’ che vòi acchiappà’ er vento:
nun ce rieschi, t’arrabbi e resti senza.
Dice: ma allora che dovémo fà’?
Ma gnente, che vòi fà’? Ah, questa è bella!
Accantóni la pratica orfanella
e impari l’arte de tirà’ a campà’!
Vordì’ che quanno vié’ l’interessato
jé dichi: “Stò in attesa der mandato”.
Problemi, serrande, serre, scarafaggi e sempre TV- Succedeva anche che ci si rivolgesse all’Ufficio per risolvere qualche problemino: un collega di una provincia lontana fece avere a Travetti una ventata di aria fresca, sia pure attraverso un cornetto telefonico, chiedendogli delucidazioni in ordine all’applicazione di una norma recente! Evidentemente quello non aveva ancora superato il periodo di prova e credeva che i colleghi metropolitani fossero più preparati di lui... E invece di ringraziare lui, Travetti finì con l’esprimergli i sensi della sua gratitudine: per quella ventata d’aria fresca, se non altro. Per il resto ...santa ingenuità!
Quella mattina il sole, un po’ timido e un po’ giocherellone, si divertiva a far capolino tra le nuvole e infastidiva Travetti, in quel momento, costretto a convivere con tre colleghe in una grossa cella. Il nostro abbassò la serranda, e gli andò bene fino a quando arrivò, ansimante, la collega del cantuccio più buio. Ansimante e col petto scosso dalle fibrillazioni causate dal maldigerito richiamo al rispetto dell’orario (il giorno prima l’avevano considerata assente perché un genietto del pretorio ogni tanto si ricordava di girare negli uffici a controllare: quella volta aveva appuntato il ritardo di lei). La collega non sopportò la serranda abbassata, lamentandosi... Il povero Travetti, sensibile alle doglianze della fanciulla, pensò di andarsene in pensione[1](!), stretto com’era fra filettati che ridevano e collaboratori che piangevano; soltanto che aveva appena vent’anni di servizio ed avrebbe voluto raggranellare, se ci fosse riuscito, qualche altro annetto. Anche perché, a pensarci bene, l’ambiente della burocrazia gli aveva offerto materiale per tanti tipi di cronaca. E, mentre quella piangeva, lui tornò indietro con i ricordi, a quando, ragazzo, si apprestava a divenire uomo in una dimensione in cui non ci sarebbe stato più posto per i personaggi dei fumetti.
Un’altra volta il grosso androne dell’Ufficio venne pulito (per terra era rimasta solamente una catasta di faldoni); ai lati, un ammasso di sempreverdi e fiori l’aveva trasformato in una serra. Travetti pensò che fosse successo qualcosa di eccezionale, con quella pompa che sapeva di matrimoni illustri. Ma va’: si aspettava il Ministro, e …avevano messo fiori! Dal mucchio, che per tanto tempo era rimasto abbandonato in un angolo buio e che per l’occasione aveva trovato un’abbondante e sapiente copertura floreale, comparve, smarrito, uno scarafaggio che girava in cerca della casa nascosta nella penombra delle foglie, dei cartoni e dei cocci...
C’era gran trambusto nei corridoi: s’era sparsa la voce che per l’occasione sarebbe arrivata la Televisione (per riprendere i mucchi di carte e le “vestali” festanti?!). La ripresa televisiva, la quale avrebbe certamente messo a nudo qualche bubbone che affliggeva il corpo di quella parte della pubblica amministrazione, non avrebbe dovuto dar luogo a quell’atmosfera di gioiosa attesa che invece s’era creata all’annuncio fatidico. Donne che aprivano i cassetti per prendere gli specchi e riaggiustarsi il belletto, capannelli formatisi diligentemente per affrontare eventuali interviste... Insomma il ritratto della burocrazia nuova(!?) si era sapientemente sovrapposto all’immagine dell’amministrazione tradizionale.
Povera Roma!- Così esclamò un collega di Travetti quando lesse che un vigile urbano, coinvolto in un’inchiesta giudiziaria sull’assenteismo, si era ucciso, e che nella Padania alcuni sindacati avevano indetto uno sciopero per far riassumere degli operai licenziati perché assenteisti. E aggiunse, scorato, mentre ripiegava il giornale: “Sta succedendo qualcosa; e penso che siamo agli inizi...” “Sì,” replicò l’altro “ma che c’entra la dottoressa Roma (così si chiamava la pretoriana), “la quale oltre tutto non è povera, anche perché fra breve lascerà questa torre di Babele?” “Mi riferivo alla Roma dei Cesari” disse l’altro “per i disastri che la stanno colpendo anche nelle zone periferiche. In quelle lande è anche il nostro Ufficio, su cui si sta abbattendo l’ultimo organigramma della profectura”. Ritenendo lei che il suo successore possa arrivare tardi, e che, arrivato, potrebbe non amare troppo le giostre, ha dato le ultime pennellate sulla tavolozza del caravan-serraglio e - mentre si rammaricava con un giornalista di dover lasciare questo Ufficio - lo ha “ristrutturato” (non se n’abbia il buon Tommaseo se anche qui s’usa un termine improprio) articolando le sezioni in “gruppi di lavoro”, cioè - nell’accezione attuale e locale - in quei nuclei di gente cari a certe frange di sottosindacalisti di vicesindacalisti: puó darsi che gli impiegati più giovani avran modo di divertirsi... Povera Roma! Il vigile urbano che s’era assentato un po’ (forse per andare a pagare le tasse) s’è ucciso.
[1] Allora era possibile lasciare in ogni momento il servizio in seguito a dimissioni volontarie, indipendentemente dal raggiungimento dei limiti massimi di età.

