La vita che vogliamo

È un luogo comune pensare ed agire in maniera da conseguire il piacere massimo, la massima soddisfazione possibile , tenendo conto, anche se sempre più marginalmente, della realtà. Ogni conseguimento sperato conferisce realtà al desiderio che era alla base di quella speranza. Dato che i comuni desideri e piaceri sono facilmente conseguibili, la costruzione conseguente della realtà,  di ciascuno di noi, è quella di essere per lo più possibile e piacevole. Il paradigma diventa: se ciò che è piacevole è possibile, solo ciò che è piacevole diventa vero. 
La verità, in questo modo, diviene una semplice conseguenza di una possibilità desiderata. A tutto scapito del principio di verità che, invece, configura la Stessa come un valore prioritario che, solo di conseguenza, determina la verità di certe azioni e piaceri, selezionando anche quelli desiderabili e veramente piacevoli. 
In questo modo ciò che può risultare spiacevole viene subito estromesso dalla verità. La conseguenza è che ognuno si confeziona una Verità ad personam ed, a cascata, una realtà solo piacevole.
Se tutto ciò che è s-piacevole diventa “ falso”, tutta quella parte di realtà vera viene ad essere esclusa. E quando questa non può essere più negata ci si esclude dalla realtà stessa per recludersi in una virtualità parallela che, eliminata la realtà vera, viene a rappresentare la  verità alternativa di cui vivere. 
Si trascura che questa ri-costruzione della verità/ realtà è opera di un demiurgo chiamato mente, a cui ci si affida cieca-mente. Il che sarebbe come affidare i nostri risparmi di una vita ad uno chiamato ladro. 
Il mancato riconoscimento della verità prioritaria e propedeutica di ogni esistenza, quella del tempo che scorre in maniera finita,  ha conseguenze ancora più drammatiche sulla nostra quotidianità. La negazione di quella verità rende automaticamente menzogneri ed inaffidabili, proprio in quanto è impossibile mentire su qualcosa e dire la verità in tutti gli altri casi.  I mendaci, anche quando ricchi e/o potenti (tanto per rimanere nel reale), sono inevitabilmente anche negazionisti, nichilisti.
Quando si oppongono ad un particolare (una vaccinazione potenzialmente salvifica, ma anche il cambiamento climatico o un genocidio) lo fanno, inconsapevolmente, solo come un’applicazione della precedente negazione dell’universale ordine del tempo. 
Ma la negazione della verità, oltre che menzogneri, rende anche violenti, purtroppo. 
La violenza, in tutte le sue espressioni particolari (verso singoli)  e plurali (verso gruppi e popoli) nasce come risposta automatica  a chi ricorda, inconsapevolmente ed involontariamente, la verità del tempo che scorre per finire. La violenza è sempre appannaggio di chi si crede immortale: credenza sempre più diffusa,  data  la postura comune di ritenere vero solo ogni piacere,  ed autentica soltanto ogni illusione. E chi lo  ricorda loro in qualche modo, attraverso una separazione, una cesura di quella relazione (amorosa, amicale o banalmente commerciale) finisce per diventarne il bersaglio, a parole e, sempre più spesso,  anche con i fatti. 
Quella verità del tempo, lungi dall’essere la più grande sventura dell’esistenza, è foriera del Bene più grande, che si declina, in senso Platonico, almeno come conoscenza autentica (di sé e degli altri), virtù, felicità e salute. Costituisce la madre di tutte le altre verità e chi non la fa sua, e con piacere, è condannato a scotomizzarla con la conseguenza di doversi chiudere  nell’illusione, in una non-vita tutta  domestica, in cui è  il mendace-violento (non necessariamente quello del cortile  di casa)  a dominare l’esistenza anche di tutti gli altri. 
Il danno esiziale, in futuro abbreviato e  la beffa tutta reale, nel presente: siamo proprio sicuri che è questa la vita che vogliamo?