Edizioni L'Atelier
19 Aprile 2026, 05:06
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Nino Chiocchio, L’alba dei travetti e il crepuscolo dei travetti
Capitolo XXIX - Sindacati e sottosindacati
Redazione
Nei vari comparti che loro, i sindacati, presumevano di controllare, furoreggiavano i sottosindacalisti dei vicesindacalisti dei sindacalisti (tutta gente sguinzagliata dai Sindacati nella palude amministrativa): in genere erano poveri diavoli che distraevano dal proprio lavoro, salvo alcuni che erano veramente utili, onesti, capaci. Tutti trovavano il modo di farsi ossequiare dagli impiegati in cerca di pressioni politico-sindacali; infatti i sottosindacalisti dei vicesindacalisti dei sindacalisti erano abbastanza “ammanigliati” col potere politico. E la politica, anche se intesa qui nel senso deteriore di promozione del clientelismo elettorale, poteva pur regalare uno scatto di stipendio o un aumento di grado. Fu così che il rappresentante degli uscieri (un sottosindacalista, bidello, il quale esprimeva così forse una specie di corporativismo dei tempi nuovi) scese al bar in compagnia del pretoriano filettato e impose a costui di offrirgli una tazzina di caffé. Amen.
Arrivi- Agli inizi di quell’anno erano arrivati alcuni consiglieri di prima nomina. Avevano vagato negli ambulacri provveditoriali, per quasi un mese, in attesa di una sistemazione. Giravano, giravano. L’ambiente non era proprio accogliente, e, poiché essi oltretutto non erano stati presentati ad alcuno dei loro eventuali futuri collaboratori, si erano visti costretti a barcamenarsi in una situazione imbarazzante che li voleva degli illustri sconosciuti e dei percettori di stipendio a sbafo. Finalmente non si videro più in giro: due avevano trovato alloggio, insieme, in una cella limitrofa a quella di Travetti, dove per lungo tempo forse si concessero un non proprio meritato riposo, sempre con lo stipendio intero; gli altri dovevano esser finiti in gironi diversi, dove stavano espiando la colpa di essere entrati a far parte della schiera dei dipendenti pubblici. Travetti pensò con terrore al tempo in cui quei giovani funzionari avrebbero acquisito una certa anzianità e avrebbero cessato di apporre firme di presenza a destra e a manca per apporle in calce agli atti...
Giostre e delicatezze- Si discuteva animatamente in una cella accanto. Il professor S. apostrofava con queste parole un altro impiegato: “Non si tratta così una donna incinta!”. L’individuo redarguito stava replicando qualcosa e S. incalzò: “Lei è un cretino!”. Travetti non ebbe modo di conoscere l’antefatto né il seguito perché in quel momento era occupato; infatti in seguito ad un ennesimo ordine di servizio il congegno degli spostamenti stava facendo un ulteriore giro. Il rimescolamento era stato suggerito, forse, dalla voce per cui alcuni giorni prima era stata messa una bomba al piano nobile (non era esplosa, né era stata trovata); insomma quella voce era servita soltanto a rompere la monotonia del palazzetto. E la transumanza burocratica continuava con l’assegnazione alla sezione di Travetti (che intanto era diventata III/1) di quella tal M.G., esperta di giostre, che aveva già brillato per assenteismo come una stella di prima grandezza quando era ancora applicata; adesso, segretaria, arrivava alle 11, si sedeva sulla prima scrivania che incontrava e si accendeva la sua brava sigaretta (fumava molto), e così restava, a cavalcioni, senza scomporsi neanche quando arrivava il pretoriano filettato, a cui evidentemente aveva già spiegato il Vangelo. Tutto questo succedeva raramente quando alla guida dell’Ufficio c’era il Dottor Tornese. Intanto nei corridoi la gente vociava, specialmente quando si riceveva il pubblico e l’ufficio s’era trasformato in una specie di centro commerciale, affollatissimo, dove il cicaleccio si perdeva negli ambulacri di tutti i gironi e si “avvitava” per le scale.
Girandola al vertice- Da tempo il pretoriano dei pretoriani era una donna. Travetti aveva lavorato per tre anni con lei (ancora vice), quando reggeva i settori degli incarichi e supplenze. Quarantasettenne, era dotata di un’intelligenza viva, di capacità e di energie che furono garanzia della sua carriera nella situazione scolastica di allora (1968), che non era certamente facile. Non aveva l’esperienza del predecessore, ed era anche un po’ impulsiva. Non proprio poco: esattamente, alternava momenti critici a momenti di serenità. In occasione della Pasqua i collaboratori le avevano offerto un mazzo di fiori e, dopo gli auguri di prammatica, quelli erano usciti. Erano rimasti lei e Travetti. Costui le stava porgendo la cartella degli elaborati da firmare. Lei la aprì, appose un paio di firme, poi alzò la testa e con voce commossa disse: “Ho tanto gradito i fiori. Ma proprio me li meritavo?” Alludeva alle “sparate” dei momenti critici, ai momenti in cui usava un tono di voce che sembrava salisse dal mercato dei pesci. Bene o male, fu l’ultimo capo che lasciò un ricordo abbastanza incisivo. Tuttavia, sic transit gloria mundi.
E già, perché ora stava per partire, non senza prima aver stilato una circolare in cui esprimeva il rammarico(?) per dover lasciare i suoi collaboratori ed in cui non alludeva alle eventuali delusioni provate nel “serraglio”. Era stata superpromossa e parcheggiata presso un’altra Amministrazione, considerato che in quella a cui apparteneva era disponibile un solo posto di pretoriano con la greca, mentre con lei erano stati promossi altri tre suoi colleghi. La logica di Paolino, l’impiegato della vecchia burocrazia provinciale, avrebbe fatto annullare tre promozioni; ma in seno alla nuova burocrazia il fenomeno evidentemente non suscitava troppo scalpore, tanto, all’attribuzione dei tre stipendi maggiorati, avrebbe provveduto Pantalone. Comunque ...buona fortuna!
Lo “straordinario”- Questo termine avrebbe dovuto indicare il lavoro straordinario, cioè l’attività lavorativa svolta dopo l’orario d’obbligo per gli impiegati nelle ore pomeridiane: si stimò opportuno sottindere il sostantivo “lavoro”, soprattutto perché questo (il lavoro) già allora era da ritenere impegno fuori dell’obbligo: a questa conclusione giunse Travetti quando seppe tutto sullo “straordinario” megalopolitano. Seppe che fino a parecchi mesi prima la prestazione del lavoro straordinario risultava dalla firma che l’impiegato apponeva su un apposito registro aperto in una stanza degli uffici del personale. Pochi impiegati firmavano con la firma loro, giusto quelli che dovevano sbrigare qualche affare nei paraggi dell’Ufficio e che poi andavano a trascorrere il restante tempo dello “straordinario” giocando la schedina del Totocalcio e firmando anche per i colleghi... Alla fine del mese quasi tutti risultavano aver lavorato almeno una dozzina di ore al giorno, anche quando le loro celle erano in balìa delle donne delle pulizie (quasi tutti i pomeriggi), cioè per buona parte di quell’arco di tempo in cui le presenze erano garantite dalle lampadine accese e da qualche giacca sdrucita appesa dietro le porte, testimone innocente delle assenze così dette momentanee. Ad un certo punto il sistema cambiò, almeno sul piano strettamente formale: giorno per giorno il registro si spostava nelle celle di due impiegati, i quali controllavano rispettivamente che i loro colleghi mettessero la firma giusta nel posto giusto e nel corso di una cerimonia che durava tre ore (perché c’era chi entrava prima e chi dopo, chi usciva prima e chi dopo) per ogni povero diavolo costretto a “farsi” le tre ore per vestire gli abiti dell’ispettore Pasotti[1]. Da allora la forma di controllo consistente ...nelle pagine strappate (perché i controllori staccavano arbitrariamente le pagine contenenti le firme dei colleghi che risultavano non presenti in ufficio) non si effettuò più; ma poi l’assenteismo dei ...presenti fu press’a poco lo stesso, se non maggiore, grazie ad un’altra impresa sindacale in virtù della quale il totale mensile dello “straordinario” fu ridotto (anche a chi lavorava sul serio)! Il bello fu quando un ispettore Pasotti, quello allora addetto al controllo e che ...siglava per un altro ispettore Pasotti, si ammalò e il suo collega, ignaro della malattia, continuò a siglare anche al posto dell’altro. Come andò a finire? Per l’organo pagatore fu una questione di bilancio, trattandosi di poche lire... Mica furono causa di turbamento, le firme eccedenti, dunque; soltanto che non si trovava la via giusta per le modalità di pagamento! Alla fine il secondo ispettore Pasotti forse riscosse anche per il primo (malato)! Questo Travetti però non lo ricorda bene, perché - essendo stati istituiti i corsi di aggiornamento e qualificazione per il personale della carriera di concetto delle scuole elementari, medie e artistiche che si svolgevano il pomeriggio - era assente dall’Ufficio in quanto era stato nominato docente in uno di detti corsi; in cui peraltro si sentiva come il classico pesce in barile poiché si era accorto che molti discepoli non erano più ignoranti di lui, solo che lui parlava dalla barricata opposta, una barricata “privilegiata” che il nostro si adoperò di trasformare in una linea di demarcazione, anzi in un profilo dello scafo della stessa barca in cui i discenti si trovavano a remare. E questa tattica fu efficace perché gli procurò un astuccio Watermann (penna e matita) in regalo ed una cena comune, con i discenti sul lago di Anguillara.
Il collaboratore- Poi arrivò Gamma. Fu un evento ed anche un’altra firma sul registro dello “straordinario”. Era stato “prestato” all’ufficio di Travetti da un Circolo didattico, dove faceva l’applicato. Stava un po’ “qui” e un po’ “lì”[2], quando non stava a casa. Disse che una volta aveva fatto il capostazione in Calabria e a Roma; accennò ad una serie di difficoltà che avrebbero segnato la sua vicenda esistenziale, dalle pompe idrauliche scassate a certe carenze che elencò con diligenza. Comunque era andato in pensione come capo ed ora - evidentemente per grazia ricevuta - rientrava nella coda dello Stato per collaborare con un’impiegata a lui poco simpatica perché forse non gli rendeva troppo amena la permanenza nei nuovi lidi. Ogni tanto si sentiva la voce stridula del nuovo arrivato che chiedeva notizie alla collega su come svolgere una certa pratica; ma lei replicava sempre, ferma e decisa, che non sapeva consigliarlo, pur dichiarandosi disposta ad intavolare con lui, in ogni momento, discussioni che non riguardassero l’ufficio. Lei era vedova o zitella e Gamma - a parte l’età - era un tipo asciutto e slanciato, che sapeva fare tutto (sempre che la voglia di lavorare glielo permettesse), anche il sarto; era stato marito: ora era vedovo e gli fu agevole misurarle la veste in un corridoio buio. Per la cronaca, Gamma era un tipo originale e la sua collega diceva di essere la cugina dello Scià di Persia.
[1] Quello di “Piccolo mondo antico” (ma nel caso specifico il collega si limitava a controllare l’autenticità delle firme: forse era uno dei pochi impiegati che “facevano sul serio lo straordinario”, almeno fino a quando poi si recava nella cella accanto per dialogare con qualcuno).
[2] Cioè in ufficio e a scuola.

