Valle Peligna Interventi
17 Aprile 2026, 00:01
PRIGIONIERI DEL GAS
PERCHE’ DA NOI L’ENERGIA E’ C0SI’ CARA?
Mario Pizzola
Mentre la Snam, a Case Pente di Sulmona, continua a costruire in maniera indefessa la sua centrale di compressione, che appare sempre più una anacronistica cattedrale nel deserto; e mentre, sempre la Snam inizia a scaricare i tubi nel territorio aquilano per realizzare il suo altrettanto inutile metanodotto Linea Adriatica, le famiglie e le imprese italiane fanno i conti con l’aumento della bolletta energetica, schizzata nuovamente in alto in seguito alla guerra scatenata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran.
La nuova crisi energetica, la più grave degli ultimi 40 anni secondo l’ad di Eni Claudio Descalzi, impone una riflessione sul perché l’Italia è tra i Paesi più colpiti in Europa. Quasi tutti gli analisti sono d’accordo (tranne il solito Tabarelli, sempre più schiacciato sulle posizioni di Eni e Snam) nell’attribuirne la causa all’eccessiva dipendenza dell’Italia dalle fonti fossili e in particolare dal gas.
Il problema che l’Italia ha di fronte non è la carenza di infrastrutture, che anzi sono in eccesso, ma la difficoltà a reperire la materia prima. Tant’è che Giorgia Meloni è volata in Algeria e Qatar per cercare nuovi acquisti di gas e Descalzi, a sorpresa, nei giorni scorsi ha chiesto di sospendere il bando sui contratti di GNL (gas naturale liquefatto) con la Russia, deciso dall’Unione Europea a partire dal 1° gennaio 2027.
L’uscita di Descalzi, che ha creato imbarazzo nel Governo, ha messo a nudo una realtà da sempre sottaciuta: l’Italia è nella trappola delle fonti fossili e non solo non vuole uscirne ma continua addirittura ad investire risorse per rendere ancora più stringente la morsa di questa trappola.
L’esempio virtuoso, diametralmente opposto a quello dell’Italia, ci viene dalla Spagna. Il governo Sanchez negli ultimi anni ha investito molto nello sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili (solare, eolico e idroelettrico) al punto che oggi nel Paese iberico il prezzo all’ingrosso dell’energia elettrica è mediamente il 50 per cento inferiore rispetto all’Italia.
Perché? La risposta sta nel fatto che i Paesi che dipendono di meno dalla generazione elettrica tramite gas sono meno colpiti dall’aumento dei costi dell’elettricità. A decidere sono soprattutto i picchi di prezzo nelle ore di punta della sera e del mattino.
Spiega Ember, il think tank energetico indipendente, nel suo ultimo rapporto economico: “l’Italia rimane il Paese più esposto, con le centrali a gas che determinano il costo dell’elettricità nell’89 per cento delle ore nel 2026. Al contrario la Spagna ha raggiunto un disaccoppiamento strutturale, con il gas che influenza i prezzi solo nel 15 per cento delle ore grazie all’elevata penetrazione delle energie rinnovabili”.
Facendo un confronto tra Spagna e Italia vediamo infatti che nel mix energetico la Spagna copre il fabbisogno di elettricità con il 56 per cento di rinnovabili, 25 per cento gas e 19 per cento nucleare. In Italia, invece, il gas incide per circa il 50 per cento, 34 per cento le rinnovabili, 13 per cento l’import dall’estero e 3 per cento il carbone.
Per quanto riguarda l’apporto del nucleare, che attualmente contribuisce a tenere basso il prezzo dell’elettricità, il Governo spagnolo ha deciso di chiudere entro il 2035 le cinque centrali oggi attive e di puntare tutto sull’ulteriore sviluppo delle energie rinnovabili e sugli accumuli.
Al contrario il Governo italiano - prima con Draghi e poi con Meloni –, prendendo come pretesto la guerra della Russia contro l’Ucraina, a partire dal 2022 ha varato un paradossale programma di sviluppo delle infrastrutture metanifere che mira ad aumentare di molto la dipendenza dell’Italia dal gas. Con grande soddisfazione, per l’incremento dei loro profitti, da parte delle multinazionali del fossile, in prima fila Eni e Snam.
In questo programma, in parte già realizzato, rientrano i due nuovi rigassificatori di GNL a Piombino e Ravenna; il grande metanodotto Linea Adriatica di 425 km da Sulmona a Minerbio (BO) con nuova centrale di compressione a Sulmona; il raddoppio del Tap dall’Azerbaigian; il nuovo metanodotto EastMed – Poseidon da Israele; tre nuovi rigassificatori a sud: Gioia Tauro, Porto Empedocle e Taranto; la metanizzazione della Sardegna.
Il Governo Meloni, inoltre, ha deciso di rimandare al 2038 la chiusura delle centrali a carbone, impianti fossili che hanno effetti climalteranti maggiori rispetto al metano. In più ha intrapreso la strada di un costoso e futuribile ritorno al nucleare, mentre resta ancora irrisolto il problema delle scorie delle centrali chiuse 40 anni fa, e mentre altri Paesi europei hanno deciso di dismetterlo.
Oggi l’Italia consuma 63 miliardi di metri cubi di gas, e va detto che tutti gli impianti risultano sottoutilizzati in quanto la capacità tecnica di importazione dall’estero (metanodotti e rigassificatori) supera i 100 miliardi di metri cubi. E questo escludendo le forniture dalla Russia. Qualora tutti i progetti in programma dovessero essere realizzati il nostro Paese avrebbe una disponibilità potenziale di gas superiore a 150 miliardi di metri cubi.
Se, finita la guerra in Ucraina, tornassimo al gas russo, la disponibilità tecnica salirebbe a 190 miliardi di metri cubi. Mentre i consumi al 2030 - ma probabilmente anche prima - scenderanno a meno di 60 miliardi, come prevede l’obiettivo del Pniec (piano nazionale energia e clima) e anche per rispettare il target di riduzione del 55 per cento di CO2 al 2030 fissato dall’UE.
Questo esorbitante gap tra infrastrutture e consumi comporterà quattro pesanti conseguenze. In primo luogo, il costo dell’energia in Italia continuerà a dipendere dal gas con forti riflessi negativi sulle bollette.
In secondo luogo, le enormi somme investite nelle nuove infrastrutture, data la loro inutilità, diventeranno improduttive, ma dovranno comunque essere ammortizzate per i prossimi 40/50 anni, contribuendo così ad un ulteriore aumento del costo delle bollette.
In terzo luogo, le risorse spese per i nuovi impianti saranno sottratte allo sviluppo delle fonti pulite e rinnovabili che invece rappresentano l’unica strada virtuosa da percorrere.
Infine, questa folle bulimia fossile avrà come conseguenza un ulteriore peggioramento della crisi climatica e quindi un aumento degli eventi estremi con il suo inevitabile costo in termini di sfascio del territorio e di perdita di vite umane.
Non c’è che dire. E’ proprio un bel frutto avvelenato che il nostro Governo sta facendo crescere per farlo digerire ai cittadini italiani e soprattutto alle future generazioni.

