Edizioni L'Atelier
12 Aprile 2026, 06:52
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Nino Chiocchio, L’alba dei travetti e il crepuscolo dei travetti
Capitolo XXVIII - "Roma doma”: la stretta normativa e il crepuscolo
Redazione
Abbiamo visto che Travetti Crescenzo (per gli amici Enzo) era approdato nella metropoli alla fine dell’aprile del 1968. Sappiamo anche che era stato nominato in ruolo sei anni prima e, allora, gli era stata assegnata una tranquilla sede di provincia; sede che disgraziatamente era stato poi costretto a lasciare per un fatto connesso all’affetto familiare, fatto che aveva provocato la vendita delle azioni comprate dalla cooperativa edilizia ed il ricordo di un nostalgico ritorno con l’automobile piena di fiori; nostalgia che era sfociata in un rumoroso magone quando, appunto nel viaggio del ritorno definitivo all’ovile della grande città, ci si era messa pure quella cantante della radio di bordo che si mise a cantare un patetico motivo intitolato “Noi due”...
Arrivò che fervevano i preparativi della “festa del lavoro”. La città era uno sventolio di bandiere; si festeggiavano la Costituzione fondata sul lavoro e ...i gestori delle pompe di benzina, i quali avevano provveduto a riempire i serbatoi delle automobili in partenza per la gita fuori porta in occasione della bella giornata di sole. Da impiegato di provincia Travetti aveva solennizzato cinque volte quel giorno, ma solo nella megalopoli si accorse del nesso esistente tra festa e lavoro. La primavera era belloccia, anche lì, nei fiori dei giardini e nel cielo azzurro non ancora inquinato dallo smog.
Grazie al bagaglio di esperienza e all’entusiasmo portato dalla provincia, Travetti viveva proprio di rendita, e in un primo momento restò molto divertito per l’andazzo metropolitano, anche quando fu costretto ad operare nel salone delle nomine, al piano terra del nuovo Ufficio, che in verità somigliava ad un girone dantesco, saturo com’era di fumo e di rumore drenati, l’uno e l’altro, dalla testa di qualche poliziotto che sbucava di tanto in tanto fra la nebbia da sigarette; poi il succedersi di certi accadimenti (causati dalla poca voglia di apprendere e di lavorare da parte di qualcuno) gli cominciò a dare fastidio. Un pomeriggio stava mettendo a posto alcune pratiche, quando passò il Titolare dell’Ufficio: evidentemente costui apprezzò la dedizione (o il senso del dovere?) del giovane e gli chiese se avesse bisogno di qualcosa. Travetti non capì bene; comunque ringraziò replicando che in fin dei conti si sentiva soddisfatto facendo il suo dovere. Un’altra volta gli fu chiesto quale differenza avesse notato tra l’Ufficio della provincia e quello della metropoli. Rispose che la nuova dimensione burocratica non si poteva paragonare alla vecchia; sarebbe stato assurdo pretendere diversamente, ma toccava a lui cercar di adattarsi... Però si scocciò quando si accorse che i doveri fondamentali del Testo Unico degli impiegati non esistevano in egual misura per tutti i dipendenti: allora chiese di essere assegnato in un posticino tranquillo. Fu parzialmente accontentato. Parzialmente; infatti il nuovo settore non era troppo gradito all’interessato. E poi, ironia della sorte, quella sezione restò tranquilla soltanto per alcuni mesi: poi arrivarono a stravolgerlo disposizioni legislative e regolamenti ministeriali. In verità la proliferazione di leggi e decreti (anche se non così nutrita) s’era annunciata dai tempi della provincia. D’altronde quando Travetti assunse servizio la sua amministrazione era abbastanza statica, il funzionamento di essa era garantito da leggi vecchie e buone per il tempo in cui erano state fatte. Ma le riforme generalmente si fanno in meglio... Allorché qualcuno si accorgeva che qualcosa non andava, si correggeva soltanto quel “qualcosa”, fosse un articolo o un comma; che magari andava bene, invece, per un altro “solone”. Insomma ad un certo punto l’amministrazione divenne una fucina pergamenacea di leggi e decreti talora in apparenza contrastanti fra loro, specialmente quando esprimevano le varie istanze dei vari partiti politici che manipolavano le idee buone di qualche parlamentare capace.
Ecco: “Roma doma!”.
E quel posticino divenne anche un osservatorio: a Travetti venne l’idea di compilare un diario e così ebbe modo di seguire la fine del cigno burocratico (si tratta di piccoli episodi compresi in un ciclo diaristico articolato in tre anni, non successivi e consecutivi, molti relativi alla gestione del Provveditore T. che, a parere di Travetti, fu l’ultimo Provveditore valido della metropoli, anche perché gli ricordava la Terra d’origine):
Abruzzo
Dalle cime cchiù bbiànch’ aju mare
va ju fiùm’a crapìcce, che córre.
Tra la valle pretosa cumpàre
‘n paisìtte, ‘na cchiésa, ‘na tórre.
Oh, da quande cuntàte so’ l’óre
da che manch’ e ddò aspètta ‘nu còre!
Pe’ lle prate la mandra repàsce,
da lle tèrre revànne j’aràtre,
da gli bbósche resònane l’asce
i le vecchie canzó’ de gli patre.
Oh, tu, Abbruzze, tu, tèrra d’ammóre,
chi è luntàne te pènz’ i ce mòre!
Il dialetto in ufficio- Uno dei più grandi difetti(?) del nostro eroe fu quello di non rifuggire dalle voci dialettali. Ma era proprio un difetto, se consideriamo che soltanto nel dialetto si manifestano l’immediatezza ed il plasticismo che non sa rendere il parlare comune? E poi è col dialetto che si torna al gusto delle origini, e per questo esso diventa una sfaccettatura della Storia, della Storia a noi più cara e vicina, più intima, ma pur sempre Storia. Travetti parlava poco “in lingua”: la lingua ufficiale era da lui considerata un compromesso per farsi capire dai ...cispadani; la vera lingua madre era per lui il dialetto, che veniva dalla parlata dei Padri: lo usava con gusto, specialmente nei momenti di gioia e nelle contrarietà. Di conseguenza non gradiva la dimestichezza con “quelli dei filetti”[1] e quando non li poteva evitare, non gli sembrava opportuno sproloquiare in dialetto e preferiva parlar poco, non essendo allenato ad usare la lingua di Dante. Si trovava invece a suo agio quando un’inflessione gli rivelava la sua parlata. Travetti ricordava con simpatia quel “prof” ch’era andato nel suo ufficio per litigare e che invece poi, apostrofato da lui in dialetto, si presentò come suo corregionale e gli offrì un caffè al bar: “Professò’, mò me scì scucciàte cù’ ‘sse recùrse: i ffàgl’, se gli vuò’ fà’!”[2]. E l’altro, piacevolmente impressionato: “De ‘ddò sci, tu?”[3].
Però il dialetto gli generò anche qualche spiacevole equivoco, come accadde quando una “profssa” molto fine, anche se un po’ cavillosa, si disse pronta anche lei, proprio come il “prof” paesano, a produrre un ricorso per una causa che riteneva giusta, ma che tale forse non era. Travetti cercò di convincerla, e nella foga la accusò di essere “zellósa”, che nella sua parlata significa “cavillosa”; ma che nella megalopoli indica le femmine sporche e di facili costumi. “Questo proprio non me lo aspettavo da lei!” replicò l’interlocutrice, e andò via. Travetti era occupato con certe carte e con un collega; quindi non rifletté su quella frase che si perdeva nel corridoio. Quando però, qualche tempo dopo, chiese al collega perché quella “profssa” non s’era fatta più viva e l’amico spiegò l’accezione megalopolitana dell’epiteto “zellósa”, allora capì tutto.
Fascicoli e ruoli- Una volta ottenuto il trasferimento nella città dell’Amministrazione Centrale, Travetti ebbe modo di seguire gli affari relativi alla sua carriera. Un giorno si trovava al Ministero e pensò bene di fare anche una capatina all’ufficio dove si gestivano i ruoli degli impiegati dell’Amministrazione centrale e periferica: si voleva render conto del motivo per cui una certa promozione, che si conseguiva con la maturazione di una determinata anzianità di servizio, gli tardava a venire. Bussò, salutò con deferenza (forse fece male, poiché notò nell’interlocutore una smorfia di fastidio) e... seppe dall’altro, il quale aveva frettolosamente occultato male il giornale che spuntava da un angolo del cassetto, che non aveva l’anzianità utile giacché risultava essere stato immesso in ruolo nel 1968! Il postulante pensò che col trasferimento evidentemente gli avevano aperto un fascicolo nuovo, nel quale, però, non era confluito il vecchio e suggerì al travet dell’altra sponda di far presente a chi di competenza che anche nel fascicolo nuovo esistevano indicazioni ed elementi sufficienti a documentare la sua anzianità: e al suggerimento unì l’incitamento a muoversi. Forse qui è il caso di ribadire che già dopo pochi mesi dall’immissione in ruolo Travetti aveva constatato, a Chieti, la scarsa organizzazione e professionalità esistentIà in certi uffici della megalopoli.
La Sezione II/1. A primavera il nuovo dirigente della settima cornice del Purgatorio pregò Travetti di passare ad una sezione vicina (II/1) per coprire il vuoto lasciato dal partente F., un elemento originale ma valido e onesto, non contagiato dall’infingardaggine da caravanserraglio, che ben esprime sempre la scarsa coesione generale: in quel settore ci si occupava di certi affari di amministrazione; ma i nuovi colleghi, non meno dritti degli altri, preferivano occuparsi degli affari loro (tant’è vero che un applicato - e l’episodio non restò isolato - entrò in tutte le carriere e diventò ispettore in poco tempo). Però la sezione andava avanti lo stesso, come tutte le cose che vanno avanti per la volontà dei dritti e la spinta degli altri.
Da buon genovese, F., quando fece le consegne a Travetti, gli consigliò di usare, come “minute”, fogli che nelle facciate anteriori precedentemente avevano ospitato la stampa di circolari non utilizzate. F. aveva svolto con molta attenzione il lavoro che gli era stato affidato; né si era mai curato dell’atteggiamento ironico di qualche suo collega scansafatiche. Pignoleria e parsimonia a parte, sapeva il fatto suo e forse avrebbe desiderato che tutti sapessero fare come lui.
Un altro impiegato che riusciva ad essere ordinato, peraltro senza cadere negli eccessi della pignoleria, era T., modesto e intelligente molisano, il quale sapeva lavorare in silenzio.
Al contrario di A., il ragioniere (titolo a cui lui teneva quasi come l’ostentata parentela con pretori e generali), il quale pure era un lavoratore indefesso, ma che, ancora a pochi giorni dal collocamento a riposo (meritato) per raggiunti limiti di età, tempestava continuamente la collaboratrice dattilografa e la sollecitava a dattiloscrivere le sue minute che ...erano tutte urgentissime (questa caratteristica venne poi immortalata, durante l’inevitabile cerimonia di commiato, con la consegna di una targa su cui era impressa la parola URGENTE).
Tra gli eroi del lavoro non poteva essere annoverato F. (che però era il più puntuale in ufficio); tuttavia era simpatico e leale: quelle poche volte che parlava, non aveva peli sulla lingua.
G. era un po’ scanzonato e un po’ dissacratore, ma in fondo bonaccione come tutti i napoletani (che magari non vanno oltre il dispettuccio). F. e G. compilavano insieme, ogni settimana, la schedina del Totocalcio e organizzavano le partite a poker, da giocare nelle loro case, fra gli adepti dell’Ufficio.
Neanche quella sezione, a parte F. e G. e Travetti, annoverava martiri dell’orologio: lì il rispetto dell’orario doveva essere una cosa indigesta. La signorina A., compassata e gentile, riferendosi alla sua non eccessiva familiarità con le lancette, affermava testualmente che lei era superiore a certe cose...[4] E, quando arrivava, trovava innanzitutto il tempo per curare le piante che riempivano la sua cella; dopo la rituale visitina al bar si ritirava nell’angolo più buio della serra, dietro la scrivania immersa nel folto delle piante e sotto mucchi di carte.
Un altro tipo originale era la signora N.- Difficile capire quella signora. Si mostrava gentile ed educata, ma non partecipava alle vicende diciamo burocratiche né abbandonava mai l’atteggiamento enigmatico.
Un po’ come D.L.- Gli è che in tutti i settori dell’Ufficio, forse, ma in particolare nella sezione II/1, si respirava un’atmosfera densa dei vapori che salivano dalla ...cambusa, per cui chi non era legato ad alcuna greppia, si sentiva un po’ come l’asino in mezzo ai suoni, quando non aveva l’impressione di navigare in un pelago di umori variabili della gente che dà e vuole protezione.
F. allora apparteneva alla carriera di concetto, pur avendo i titoli richiesti per transitare in quella superiore, in cui infatti dopo poco tempo fu accolto; ma lui era stato sempre convinto di portare i filetti. Comunque aveva capacità intellettuali e morali più che sufficienti per essere incluso nella più alta carriera.
Anche quella sezione si avvaleva della collaborazione di insegnanti che non venivano riassorbiti annualmente nella Scuola; e la loro immagine era alquanto sfocata, passavano pressoché inosservati dal momento che generalmente a loro non veniva assegnato un compito preciso e duraturo; quando ciò raramente avveniva, quelli non tardavano molto ad adeguarsi all’andazzo generale... Per cui, quando finalmente tornavano a scuola, in ufficio nessuno si accorgeva della loro dipartita.
I tre dattilografi cercavano di evitare le macchine da scrivere e tiravano ad accaparrarsi mansioni che comportassero responsabilità superiori: così, un po’ per inseguire le larvate promesse che di tanto in tanto emergevano nel turbinio del vento sindacale e un po’ per esibirsi nei contatti con gli amministrati. Era giocoforza che gli impiegati delle carriere superiori, quando ne avevano la voglia, facessero da dattilografi ed anche da uscieri se andavano a prendere in archivio (gli uscieri non gradivano esser disturbati) fascicoli la cui consultazione era necessaria, e se spostavano mobili da una cella all’altra nel “normale” avvicendamento delle giostre periodiche (spesso causate da colleghi che conseguivano titoli più importanti di quelli posseduti e che ottenevano un alloggio adeguato ai privilegi filettati). E qui si coglie l’occasione per ribadire che tutto questo provocava traumi ai pelandroni o, più semplicemente, agli impiegati non assuefatti alle danze burocratiche.
E il Provveditore lasciò l’Ufficio- Verso la fine di giugno il Titolare dell’Ufficio, compiuto il suo ciclo ai Provveditorati, partì per assumere le funzioni di Presidente di Sezione alla Corte dei Conti. I saluti di commiato furono tanti e, non so se tutti, commoventi: nel salone c’erano i capi d’istituto, l’Associazione della Stampa, gli impiegati... “Respingo molti degli elogi [quelli mielati] che mi sono stati tributati” replicò il partente rispondendo al saluto dei suoi collaboratori, “ma accetto quelli per cui vi ho amati”. Era commosso e confessò in quel momento di debolezza il suo affetto per i dipendenti, alcuni dei quali forse non lo avevano corrisposto. Gli avevano regalato, fra l’altro, una toga, e allora lui si riprese: mentre la indossava gettò una nota umoristica sul magone collettivo.
Caro Provveditore T., eppure quel “dipendente” ti volle trovare il neo quando eri ancora con noi: secondo lui ti saresti disinteressato un pochettino (solamente un pochettino ...bontà di quel saputo criticone!) del personale dell’Ufficio. In verità il Provveditore T. aveva fatto tutto il contrario con gli impiegati che cercavano di lavorare, mentre aveva trattato con un certo distacco quelli meritevoli di reprimende. Allora Travetti mormorò: “Buon per voi, perché, se vi avesse presi in considerazione, ora non stareste qui a criticarlo... Ho la sensazione che questo che ci lascia sia l’ultimo vero Provveditore di Roma.”
L’ultima cena- Quell’estate calda e tarda preludeva all’allora famosa ottobrata romana. Il cielo era pulito quasi come quello del paese di Travetti, e nella cappa scura pareva di distinguere la fiammella fioca e immobile di qualche stella accanto alle luci tremolanti degli aeroplani. La nutrita comitiva si avviò verso un localino alla moda: era una serata, quella, un po’ diversa dalle altre, trascorse tra risate e sorrisetti ipocriti non curanti dei problemi posti dalla contestazione. Però questa volta non fu proprio così, o, meglio, solo così. Molti dei presenti erano veramente commossi, a cominciare dal Presidente della “Commissione Incarichi e Supplenze” verso il quale il Provveditore aveva manifestato più volte il suo compiacimento per il lavoro svolto; invece alcuni, fra i sindacalisti e gli amministrativi … vagabondi, erano un po’ più giulivi del solito. Perché? Si liberavano di un autorevole stratega che sapeva di non essere stato corrisposto!
Dopo cena, mentre il dottor T., stanco e commosso, se ne tornava a casa, la brigata s’inoltrò, sotto il chiarore della luna riverberato sull’asfalto nero, sulla ghiaia di una villa animata dalle ombre incerte disegnate dai lampioni.
°
Pudore burocratico- Partito il Provveditore Aldo Tornese Travetti cercò di adattarsi al nuovo ambiente. Ci riuscì mai? Beh, si sforzò! Ché in fondo toccava a lui... Purtroppo l’ambiente di lavoro istruisce il pupo...
Un giorno si trovava nella cella del primo dirigente. Entrò (senza bussare: pare che fosse la regola) un collaboratore per sottoporre al capo un problemino (i consulti, lì, erano frequenti: servivano anche ad ammazzare il tempo). Si rivolse al dirigente così: “M’appicci ‘sta sigaretta?”. La replica, immediata, fu: “Ssst!”. Evidentemente la confidenza non poteva comprimere l’ossequio gerarchico in presenza di impiegati i quali non avevano avuto ancora modo di orientarsi circa l’osservanza delle regole dell’educazione. Nella cella accanto un pretoriano ed un suo collaboratore stavano compilando una schedina del Totocalcio. Travetti pensò che nella nuova sezione aleggiasse un forte spirito... cameratesco! In provincia nei momenti liberi si smistavano gli arretrati.
[1] Gli alti buracrati abituati al parlare aulico.
[2] “Professore, adesso mi hai seccato con codesto ricorso: e fallo, se lo vuoi fare!”
[3] “Di dove sei, tu?”
[4] Evidentemente al rispetto dell’orario!

