ELENA, GABRIELLA

Elena, mia sorella.
Gabriella, quella del PCI, quando Pajetta in via delle Botteghe Oscure, all'ingresso di
Rinascita, ci incrocia e non risponde al nostro saluto.
Scrivo di voi per incontrarvi di nuovo e liberare nell'aria primaverile la tenerezza che
mi scoppia.

ELENA
È affiorata.
Abbracciami.
Anni di tenerezze di lacrime struggenti, là, nel mio scrigno.
Abbracciami.
Cosa vuoi dire, io voglio dire che credevo tu fossi morta, cioè, come di solito si è
morti.
Abbracciami.
Guarda, guarda che ferite la tua lontananza.
Abbracciami.
Elena, il nome ti disegna, Elena, mai più nello scrigno.
Elena, non facciamo caso che sei morta, sei mia sorella.
Abbracciami.
Tu così elegante, la morte così volgare.
Abbracciami, dimmi, ho avuto gusto?

GABRIELLA
Le scarpe chiodate del partito, inutili.
I tuoi occhi arricciati ridanciani calzavano morbidezze.
Quando, come è capitato che 30 anni di silenzio ci separassero?
Vieni a trovarmi. Già ti vedo, timida timida dietro la nuvola di fumo.
Come me, timida timida dietro la pesante tenda di capelli.
Fragile fragile Gabriella. Fragile fragile Matilde.