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Nino Chiocchio, L’alba dei travetti e il crepuscolo dei travetti

Capitolo XXIII

L’impatto - Certo, a parte l’affetto dei cari, l’accoglienza romana ad Enzo non era sembrata delle migliori. Non lo scrisse troppo esplicitamente agli amici, anche perché un giudizio severo poteva risultare affrettato; ma in segreto rimpiangeva Chieti. Un pomeriggio se ne andava pei fatti suoi con la fedele Aida nelle strade della nuova residenza allorché un’altra macchina la speronò: non aveva dato la precedenza a quella di Travetti a cui aveva diritto. Su quell’automobile viaggiavano tre individui che si qualificarono come carabinieri in borghese e mostrarono una tessera sulla cui autenticità il nostro ebbe dei dubbi, dovendosi quei tre catalogare, per le parolacce che dissero, più fra i mascalzoni che fra i tutori dell’ordine. Pazienza! Poi ci dovette mettere le mani il carrozziere. Palinuro aveva ripreso da poco la macchina, quando da un bisonte a motore (leggi autobus del servizio pubblico) la poverina fu “stretta” ad un semaforo rosso dove s’era necessariamente fermata. Addirittura la poverina fu sospinta su un marciapiede, dove incontrò e sradicò un paletto metallico. Il conducente ed il fattorino scesero dal pesante mezzo: l’uno chiese ad un vigile quale potesse essere il danno economico per il paletto abbattuto, l’altro si provò a convincere Travetti ad addossarsi la responsabilità dell’incidente (!): a far racconciare poi Aida avrebbe pensato lui. Ma per risposta si ebbe l’affermazione per cui Enzo proveniva da una città dove si guidava bene e i mezzi pubblici non si sfogavano sulle macchinette di stazza inferiore: il risarcimento del danno arrivò tanto tempo dopo che egli aveva vinto la causa[1].
            
Jenne - Abbiamo visto che Travetti cercava gli aspetti positivi della nuova realtà, quelli che gli potessero agevolare l’inserimento nel clima megalopolitano. E talora riusciva a dimenticare i lestofanti travestiti da carabinieri e i conducenti di autobus ubriachi per ammirare le cose belle della città e della campagna romana. Inizialmente sembrava che in ufficio tutto andasse bene. Si lavorava e si aveva anche il modo di organizzare gite. M., un maestro comandato che col nuovo anno scolastico avrebbe lasciato l’Ufficio per tornarsene all’insegnamento, aveva una casetta a Jenne. 
            Jenne è un paesello pulito abbarbicato sulla montagna di Subiaco. Imboccata la consolare Tiburtina, la comitiva dei colleghi arrivò che non era ancora l’ora di pranzo; l’aperitivo lo avevano preso per via, quando, ancora prima di superare il convento di Santa Scolastica, lo sguardo e la strada tortuosa s’erano inerpicati e poi s’erano tuffati in quell’orgia di rocce e di verde che si consuma sulla valle dell’Aniene, dai silenzi profondi e misteriosi alle lontane cime dei monti pettinati a frangetta. Arrivati, fecero onore alla tavola: il godimento spirituale lievitato dal viaggetto sulla montagna sublacense si coniugò con i crampi dello stomaco. Dopo pranzo il tempo volse al brutto e così anticiparono il ritorno. Scesero sugli altipiani di Arcinazzo onde guadagnare la via Prenestina. La viuzza dissestata che li precipitò a valle, per poi risalire costeggiando i boschi, era più che sufficiente per le esercitazioni propedeutiche ad un eventuale giro di nozze coi fiocchi. Restò il ricordo dell’ospitalità, di una “chitarrata” di maccheroni, di una partita a “tressette” e di una puntura di vespa. Jenne era stata l’occasione per conoscere il bosco di Cappuccetto Rosso, un bosco da fiaba. Poi, a rompere l’incantesimo, ecco i rumori delle cose metropolitane. Che poi erano fastidiosamente diversi. Non è che i “borborigmi” non risonassero in provincia: solo che venivano filtrati nella calda atmosfera impregnata del sapore paesano, giungevano ovattati e infine non disturbavano. Invece oggi i rumori urbani si completano con qualcosa che sa di negativo, che va dallo smog all’accademia logorroica quando non all’esercizio forzatamente cattedratico che provoca la timida reazione di qualche vecchio musone il quale non sa rassegnarsi ad adattare le sue regole al ritmo dei tempi riflessi nella metropoli. Allora lo dimostrò l’applicazione delle solite normative scolastiche, che rispecchiavano quei tempi un po’ confusi.
            
Personaggi dell’Ufficio megalopolitano - Rientrato in Ufficio, incontrò qualche contrarietà nel comportamento dell’attendente del Kaiser e di Quintino Sella, scioperaioli che avevano notato la ridotta adesione all’astensione dal lavoro da parte di Travetti. Chi era l’attendente del Kaiser? Era il signor Zeppola, addetto alla produzione delle copie fotostatiche. Aveva il piglio guerrafondaio e un grugno da parco nazionale. Di media statura, alquanto robusto per l’età dimostrata (cinquant’anni?), aveva la fronte turrita e il mento quadrato. Pignolo e metodico, aveva fissato un orario per eseguire le fotocopie dei documenti d’ufficio (le scadenze erano stabilite anche per sorbire il caffè al bar, per i bisogni fisiologici, e, soprattuto, perché per un’ora e mezza era impegnato a riassettare alcune idee che avevano a che fare con i cavoli suoi: 9,30/11). Tuttavia sembrava un impiegato serio, anche perché non ostentava giornali sulla scrivania; e credeva di essere austero perché, pur di apparire riservato ad ogni costo, se ne infischiava della buona creanza. Se gli si piantava una pigna sul cuoio capelluto, lo si poteva ben promuovere a luogotenente del Kaiser: specie dopo che Travetti gli chiese di fotocopiargli un documento fuori orario... 
            Sella fu quel ministro che lasciò buona memoria di sé e di cui si sono occupati gli storici; il Quintino di Travetti invece era senza sella: era il ragioniere-economo dell’Ufficio megalopolitano, e qualcuno avrebbe detto che la sua funzione consisteva nell’effettuare le forniture con un bilancino sbilanciato verso certe sezioni a danno di altre. Nella provincia, pure se non c’erano ragionieri-economi, gli impiegati avevano a disposizione il materiale necessario per lavorare; nella metropoli, caput mundi, non sempre. Quintino era scioperaiolo, era snello e di statura media, aveva un nero cirro sbarazzino. Peccato che Travetti non potesse finanziare la Fureria del Provveditorato. Alla fine, per quieto vivere, si comprò una cucitrice metallica.
            
Il Clitumno - Un giorno di vacanza era più che sufficiente a Travetti perché si potesse rigenerare. Quella volta andò alle fonti del Clitumno e assaporò la frescura della sorgente sacra ed ammirò la bellezza, la dignità del luogo. Le colline digradavano dolcemente sul nastro d’asfalto; una teoria di muretti e scarpate, scarpate e muretti, frassini e pioppi; quindi il suggestivo laghetto carducciano. Lì, vicino a Spoleto, è incastonata una delle perle più preziose dell’Umbria verde:
 
                                   “qui folti a torno l’emergente Nume               
                              stieno, giganti vigili, i cipressi;
                                   e tu fra l’ombre, tu fatali canta
                                   carmi o Clitumno...”
 
            Fronde, vivai di pesci, invisibili passerelle che sembravano emergere fra minuscoli isolotti, ampi spazi di cielo turchino. Era un connubio di verde e di azzurro da cui scaturiva un imeneo bucolico celebrato accanto al fiume sornione e pur solenne, su quei cristalli frammezzati a chiazze di terra, sotto la frescura dei salici, su quei brandelli verdi sfiorati dal “sereno gorgo”, calmo, discreto, ossequiente al Nume. Lì, su una delle tante isolette emergenti da quell’acqua benedetta dal Poeta laico, là dove il terreno era frastagliato e non sai dove finisce l’ansa e dove comincia l’erba, là venne ad ispirarsi il Poeta, là Enzo gustò un bel piatto di maccheroni all’ombra della trattoria villereccia che vi aveva eretto uno spirito bizzarro, il quale aveva stimato opportuno conciliare poesia e turismo. Putroppo l’incantesimo svanì sulla via del ritorno, quando Enzo si rituffò nel traffico della megalopoli.
 
L’ennesimo sciopero- La mattina seguente Travetti rivestì gli abiti consueti e si trascinò all’ovile burocratico, essendo l’ennesimo sciopero interrotto per via di un impegno preso da un certo sottosegretario. Fu sospeso (lo sciopero) proprio quando il nostro si stava abituando al tenore di vita dei michelacci e quando aveva appena digerito la cenetta della Taverna dei Cesari (quel giorno rimase in Ufficio fino a tardi perché dovette smaltire più pratiche del normale: dopo le astensioni dal lavoro succedeva sempre...), e ricominciò (lo sciopero) il giorno dopo perché il ministro aveva smentito il sottosegretario chiudendo lo spiraglio aperto dalle promesse fatte dal suo collaboratore. Non era la prima volta. Si fossero accorti che quindici giorni di trattenute sugli stipendi portano ossigeno alla baracca? Come se niente fosse accaduto, puntuale, il giorno seguente (che era il 1° ottobre) fu emanata la Circolare in cui erano dettate le procedure da seguire per la riapertura delle scuole, che il Ministro aveva anticipato in TV la sera prima. La fatidica ricorrenza l’avrebbe solennizzata il cigolio dei cancelli delle scuole. Si mobilitavano le scolaresche e si rassicuravano i genitori, ma non sembrava che ci si preoccupasse di considerare la situazione determinata dallo sciopero del personale dei Provveditorati: lacrimae rerum? Si faceva riprendere servizio agli insegnanti che c’erano stati nell’anno precedente, ma che successivamente erano andati ad occupare un altro posto nella graduatoria degli aspiranti (i precari erano di più dei titolari); tuttavia era facile capire quale scombussolamento sarebbe derivato all’attività didattica quando, una volta cessata l’agitazione, nuovi docenti sarebbero stati nominati in sostituzione di quelli in servizio in virtù della disposizione ministeriale. Né sembravano scoraggiare chicchessia l’inevitabile confusione e le difficoltà di organico dei piccoli uffici scolastici periferici o la considerazione per cui le misure d’emergenza sarebbero costate oltre cinque miliardi di lire di allora (cifra tre volte superiore a quella necessaria per far fronte alle richieste sindacali). Enzo seppe che molti colleghi scioperavano anche a Chieti, e comunque partì: finalmente! Gli si presentava una buona occasione per rivedere gli amici marrucini liberi da impegni. Nella città abruzzese l’accoglienza degli amici fu commovente: il loro senso dell’amicizia, dopo anni, si rivelava vivo, adamantino. Passato qualche mese dal trasferimento di Travetti, il Provveditorato di Chieti aveva avuto la sede che meritava: occupava così diversi piani intermedi del palazzo dell’UPIM, al centro, dove una volta sorgeva l’albergo Sole, e si completava, all’ultimo piano, con un attico attrezzato da Filippo in elegante bar-ristorante. Rivide tutti, meno il Provveditore ed un altro funzionario, assenti giustificati. Nel pomeriggio Lucio lo accompagnò con la sua francescana “500” a Pescara, dove il nostro eroe salutò Tonino ed i suoi cari. Ettore, il pianista, non era in casa. Quindi tornò a Chieti e rivide Dario Di Loreto e signora; poi i Forlizzi, sempre tanto cari. Tutti volevano che si trattenesse almeno qualche giorno: la spuntarono gli ospiti di un tempo; ma poi anche Lucio e Gabriella, nonché gli altri amici, la cui squisita ospitalità gli permise di gustare, venerdì sera, una ricchissima zuppa di pesce a “La nave” di Francavilla, nel locale dove anni prima aveva imparato ad apprezzare la cucina marinara. Tornato a Roma, Travetti (ora non più Enzo) seppe che lo sciopero era finito e riprese a lavorare. Ci aveva dovuto mettere le mani il Parlamento, approvando una leggina che fu favorevole anche a tanti imboscati i quali durante l’agitazione sindacale s’erano dati ammalati e che magari consideravano gli scioperaioli un po’ come i Carbonari di buona memoria, a volte come dei reprobi. Trascorsero giorni grigi. Poi ne venne uno rosa[2]: si sposava Tonino l’aquilano. Ora si saliva in Toscana per inseguire l’amico onde, valutata la fatalità dell’imminente sposalizio, vivere insieme gli ultimi momenti del suo celibato anche con il messaggio degli schiamazzi e della serenata della notte precedente al giorno fatidico.
Fine della 23.a puntata

[1] Insomma, l’orizzonte romano prometteva tempo non buono; ma anche da colleghi, da molti professori e, soprattutto, dal titolare dell’Ufficio ebbe delle soddisfazioni; oltreché dal godimento delle bellezze della città (allora) e della sua campagna.
[2] Il cognome di T. aveva abbastanza a che fare con questo colore.