Racconti
29 Marzo 2026, 00:28
Edizioni L'Atelier
Nino Chiocchio, L’alba dei travetti e il crepuscolo dei travetti
Capitolo XXVI - Gli ascensori e l’Ufficio magalopolitano
Redazione
Gli ascensori e l’Ufficio magalopolitano- Il seguente episodio si verificò diversi anni dopo, ma si collega meglio di ogni altro al discorso degli “spostati”. Nell’edificio già erano ospitati tre Uffici pubblici (oltre una buona parte del pianoterra occupata da un grande marchio della pasticceria italiana); più tardi ci ficcarono anche la Sovrintendenza Scolastica per il Lazio: gli impiegati di quest’ultimo Ufficio prendevano gli stessi ascensori di cui si serviva Travetti. Erano quattro, gli ascensori, ma a rotazione ne funzionavano generalmente uno o due: quindi, poiché la loro capienza era limitata a sette persone, gli impiegati facevano la fila. Una mattina era terzo nella fila, Travetti (secondo era un certo I. parcheggiato alla Sovrintendenza), quando il domestico mezzo di trasporto spalancò la porta per accogliere i travets. I primi si accinsero a salire, ma forse I. non ne aveva voglia poiché si piegò bruscamente ed improvvisamente colpendo la pancia di Travetti col suo deretano. Poi quest’ultimo (cioè Travetti) seppe che quel pazzo dagli occhi spiritati era recidivo; e qualche mese più tardi lo andarono a prelevare in Ufficio due poliziotti e due infermieri. Alludendo al povero disadattato, un collega disse a Travetti (forse per celia? Ma fu preso sul serio) che l’edificio nuovo dell’Ufficio romano, inizialmente, avrebbe dovuto ospitare un nosocomio (il manicomio lo avrebbero evocato I. e quelli come lui); in verità quello di Chieti era ospitato in un vecchio e cadente palazzo baronale, ma lì non c’era I., lì si lavorava seriamente, mentre qui si lavorava “in un altro modo” (come ebbe a dire quel signore del capo del personale dell’Ufficio di provincia che voleva convincere Travetti a non accettare il trasferimento). Certo, ora l’abbondante organico interno, il notevole afflusso di amministrati e soprattutto episodi analoghi a quello di I. potevano anche interessare la psichiatria. E il nostro ripensò a quanto gli aveva confidato quella funzionaria, e cioè che bisognava avere molta tolleranza e comprensione per i colleghi colpiti dalla sventura (pure se percepivano uno stipendio uguale a quello dei colleghi, i quali cercavano di rispettare i doveri che discendevano dal rapporto d’impiego...). E quanto la burocrazia della megalopoli, almeno allora, fosse vicina agli enti di assistenza e di beneficenza, Travetti lo dedusse anche dalla lettura di un biglietto che trovò in mezzo ad una pratica annosa. Un’impiegata inviava un pro-memoria ad un’altra impiegata con la nota della spesa:
“Cara..., so che sei tanto brava quando vai al mercato. Io oggi non posso andarci. Per favore comprami mezzo chilo di spaghetti di semola di grano duro, un pacco di carta igienica, quattro fettine di manzo, mezzo chilo di zucche, quattro mozzarelle, un piede di lattuga, mezzo chilo di bieta, un chilo di prugne”. Certo, la cosa implicava assistenza; ma nel contempo era improntata ad uno scontato spirito di collaborazione cementato da un cameratismo che in provincia forse esulava dalla concezione paternalistica. La provincia... Ogni considerazione era buona per rimettere in ballo i ricordi della provincia...
A Chieti- E qualche settimana dopo Enzo ripartì per Chieti onde trascorrervi una breve vacanza. In quell’occasione rivide Ambrosina e Franco, Lucio e i suoi cari finalmente riuniti, Tonino e Gabriella, … e i colleghi di una volta. Non ritrovò Ettore; ma non era poi indispensabile, il rivederlo, per ravvivare il ricordo di lui e della sua signora. Tornò a visitare l’abbazia di San Liberatore della Maiella (era stata restaurata dalla Cassa per il Mezzogiorno ed ormai il gioiello non era più solitario: non gli piacque come prima), soprattutto respirò l’aria pura della provincia. La sera era stanco ed accettò l’invito dell’ultima famiglia che lo aveva ospitato. La mattina fu svegliato molto presto dal canto degli uccellini, al cui richiamo accorse al balcone, che era una specie di tribuna su un’immensa arena dove i tenui vapori della valle salivano a stemperarsi con i colori delle piante e delle montagne. Sotto, dentro una grossa gabbia appiccata sulla facciata di una piccola e linda casetta, un merlo solfeggiava con ritmo prussiano. Lo spettacolo di quell’alba aveva un forte sapore di magia. Purtroppo fu giocoforza rompere l’incantesimo poiché i vecchi amici aspettavano. E, tornato a Roma, ringraziò pure epistolarmente per aver rivissuto i sapori dello scenario provinciale esaltato nel segno dell’amicizia:
“Amici dell’altra sponda, la vostra ospitalità mi ha frastornato; ora vorrei tornare a dialogare con voi nella cornice della mia Terra, pur sempre ricca del fascino dei tempi del vecchio Aligi, il quale ora si confonde col nuovo Aligi, ma si porta appresso sempre la leggenda del vecchio. Adesso temo che il trauma emotivo riportato nel rivedervi mi faccia cadere nella retorica: e quella accennata spero conferisca dignità alla Storia della nostra Terra... Intanto vi racconto quel che mi è successo in queste ultime ore. Il giorno successivo a quello del ritorno andai a Palestrina. Già c’ero stato, a Palestrina, ed avevo avuto modo di ammirare il maestoso Tempio della Fortuna. Ora seguivo l’itinerario indicato da una freccia gialla su cui era scritto “Villa di Adriano” (avevo visto altre volte quella freccia, ma essa non mi aveva mai fregato). Ad un certo punto apparvero dei cipressi e dei loculi. Chiesi ad un vecchio, il quale portava a spasso un lungo naso e viaggiava su due gambe storte, dove stesse la Villa di Adriano; mi rispose domandandomi a sua volta quando era morta quella “figlia”: aveva capito che cercavo, nel cimitero addossato alle forme maestose dell’età classica, la ...figlia di un non meglio identificato Adriano, la quale, guarda un po’, era defunta da pochi giorni! Chi fa da sé fa per tre: mi misi a cercare e non tardai ad accorgermi che dell’antico edificio resta solo qualche muro che sorregge la camera mortuaria, orrenda nel suo stile pseudo-barocco. Vi sono altri ruderi, ma tutti sostengono strutture di opere funerarie. Che delusione! Meno male che uscendo dall’antica Preneste m’imbattei ne “La pizzarola”: trattasi di un compromesso tra una piccola fattoria ed una trattoria. Le sue insegne appaiono presuntuose sulla bassa costruzione attaccata ad un pollaio e piantata in mezzo alla campagna, che in quei paraggi è piuttosto arida. Lì ho mangiato un prosciutto squisito ed una caciotta talmente buona che non ricordo di averne gustato una altrettanto buona da qualche parte.
Ieri sono salito a Frascati. Questo paese non lo consiglio, per il manducamento, agli amici: un gelato consumato in un angolo della piazza costa un fottìo; tuttavia le ville sono interessantissime (non erano proprio quelle che avevo visto sui libri), anche se non le ho potute rimirar bene per via dei calli che m’infastidivano alle estremità inferiori. Il terrore di Frascati è comunque un posteggiatore abusivo della piazza principale. Quegli emana dal pancione suoni gutturali, specialmente quando inveisce e minaccia col bastone gli automobilisti che non gli danno cinquanta lire”.
Tivoli, Frascati... Travetti era un giramondo o un’anima in pena che si tormentava nella non facile ricerca di qualcosa che potesse favorire l’adattamento alla nuova dimensione? Quelle sembravano piuttosto brevi divagazioni ristoratrici alternate a piccoli sussulti appena sufficienti ad agitare il torpore del monotono tran-tran professional-megalopolitano. Una cosa è certa: aveva il bisogno di confidarsi con gli amici.
Il ‘68 nella Scuola- Negli anni ‘50 gli studenti erano diversi da quelli di vent’anni dopo. Forse erano più mosci e meno turbolenti; forse il tradizionale timore reverenziale verso i docenti li faceva apparire più inibiti di quanto non fossero. Nel ‘68 la categoria dei professori era più numerosa e più giovane (quindi presumibilmente meno esperta e anche ...meno capace). Il rispetto, evidentemente per questo, si era attenuato fortemente e il timore reverenziale pian piano si era trasformato in paura e si era spostato dagli alunni ai professori. Al punto che, in sede di correzione di un elaborato di Italiano di un candidato all’esame di maturità tecnica, il commissario dovette valutare la descrizione che di lui e della sua funzione aveva fatto un esaminando con frasi irripetibili. In altri tempi l’esaminatore si sarebbe comportato come Dio comanda; invece allora - consapevole del fatto che la sua persona o la sua automobile avrebbero potuto passare i guai - si limitò a relazionare che l’informazione del candidato era esile e vaga, che le idee erano piuttosto riflesse e non davano spesso stimolo alla rielaborazione personale, che il colloquio era stato contrassegnato da scarsa e talvolta incosistente partecipazione al dialogo, ragion per cui non s’era potuto trarre alcun motivo onde definire un preciso quadro di preparazione in vista di un giudizio globale di maturità o di immaturità... Era il tempo della “contestazione”. Era chiamata la “contestazione studentesca”. Negli istituti d’istruzione secondaria di secondo grado la “contestazione studentesca” covava già negli anni ‘60, e, forse ancora prima che esplodesse, diversi docenti erano morti d’infarto. Nel 1968, alla riapertura delle scuole, i giovani cominciarono ad agitarsi per via dei ritardi nelle nomine dei docenti incaricati (e questo non avrebbe dovuto agitare gli alunni svogliati, i quali però erano facile strumento in mano ai contestatori), ritardi connessi ad alcuni adempimenti amministrativi. Scrisse un Preside: “Quando l’istituto cominciò a funzionare regolarmente, col corpo insegnante al completo, la contestazione studentesca - purtroppo appoggiata dall’esterno e, forse, anche politicamente - invece di esaurirsi accrebbe man mano di intensità, accampando via via strane, confuse e generiche rivendicazioni di diritti sociali, economici e politici (non soltanto studenteschi) giungendo a richieste assurde da parte dei collettivi di classe. Cominciò a circolare una quantità di fogli ciclostilati, prima a cura di un “Comitato studentesco”, poi di cosiddette “Guardie rosse”, che, con linguaggio truculento e scorretto, ma in un certo senso efficace nella propaganda sugli sprovveduti, aizzavano la scolaresca tutta. L’intensità della contestazione ebbe inizio con l’assenza dalle lezioni di numerosi studenti fin dalla fine di novembre”. Non pochi professori divennero muti e solitari, mostrando evidenti segni di disagio e di fastidio per le cose scolastiche; altri si sforzarono di cercare strumenti nuovi che portassero ad una giusta dimensione il rapporto scolastico, ma, in quei casi in cui sembrò che ci riuscissero, furono costretti ad operare in un continuo stato di frustrazione e di precarietà. Purtroppo la Scuola degli studenti “mosci” era finita. Non che quelli del ‘68 fossero poi tanto diversi dai primi; gli studenti son sempre gli stessi, anche se ora la sociologia ipotizzava volentieri docenti con complessi di colpa nei confronti degli alunni scavezzacolli. In quel clima fu molto diplomatico un Presidente di commissione esaminatrice il quale, constatato che alle lacune degli esaminandi, riscontrabili in tutte le discipline scolastiche, si contrapponeva per lo meno la considerazione per cui gli alunni erano “troppo” avvertiti - anche se in maniera alquanto rozza e confusa - dei problemi fondamentali della società contemporanea, concluse: “Abbiamo dato onore al lavoro e lievito al merito”. Fu proprio diplomatico?
Prima del 26 luglio 1961 la struttura dell’istituto scolastico poggiava su una normativa non più adeguata alle esigenze di una società che stava mutando velocemente. Allora, dopo la legge 831, varata dal Legislatore con l’intento di rimboccarsi le maniche e provvedere ad una grossa e seria riforma (che qualche professore paragonò acutamente al medico degli schiavi di cui parla Platone, quando quello prescrive autoritariamente medicine e cure ai malati senza degnarsi di discutere con loro degli acciacchi), detto legislatore cominciò a sfornare una serie di leggine parziali che, rispetto a vecchie disposizioni, provocarono per lo meno (tutte le cose hanno un lato positivo) gli scossoni al carrozzone su cui molti burocrati e docenti conducevano un tranquillo viaggio attraverso le lande organizzate sui precetti di una Scuola che non era più “quella” e che per certi versi stava cambiando in un modo non proprio tranquillo. Naturalmente i più anziani e i meno preparati ad affrontare la nuova realtà (che, come abbiamo visto, fra l’altro si tingeva dei colori della contestazione) scesero da quel carrozzone[1]. Poi sopraggiunsero altre leggi a favorire l’esodo (disposizioni favorevoli, ai fini del trattamento di quiescenza; abbassamento dei limiti di età, per il personale insegnante, ai fini del collocamento a riposo) delle generazioni più anziane; ad un certo punto sembrò che solo quelle giovani fossero chiamate ad operare nella nuova Scuola (ci si rendeva conto che si correva il rischio di spersonalizzarla?). Successe che in genere i professori con la barba brizzolata se ne andarono (quindi scesero dal carrozzone), ed i pochi rimasti si confusero con quelli giovani, i quali senza ...bussola si disorientarono: anche per questo l’esuberanza giovanile degli alunni diventò “contestazione studentesca”.
Nella lettera di dimissioni “per la situazione di inagibilità nella scuola” un Preside scrisse: “L’attività didattica e, in generale, i rapporti tra le componenti scolastiche erano condizionati dall’eccessivo spazio che era stato concesso a gruppi di persone, i quali sia dall’interno, che dall’esterno della scuola, operavano con il preciso scopo di impedire, con ogni mezzo, che la maggioranza degli studenti e dei professori svolgessero i loro compiti in un clima di composta vita democratica”. E aggiungeva: “In effetti il sabotaggio dell’azione didattica era continuo e si svolgeva nelle classi soprattutto nei confronti di quei docenti che intendevano portare avanti un discorso formativo e sinceramente democratico”.
In definitiva l’Amministrazione, anche per le interferenze sindacali, non trovò di meglio che trasformarsi in una specie di ufficio di collocamento dei giovani docenti in cerca di stipendio e reclutò indiscriminatamente nuovo personale pure per lo svolgimento di attività parascolastiche. La breccia nella Scuola tradizionale e nel Fisco forse l’avevano aperta le leggi che avrebbero dovuto modificare in meglio la normativa esistente come, per il conferimento degli incarichi nelle scuole secondarie, la legge 282/69 (“Spigaroli”). Ma le disposizioni spesso parevano create “ad usum delphini” (?) e gli uffici amministrativi che avrebbero dovuto applicarle, d’altra parte, avevano i loro problemi: primo fra tutti, quello del trattamento economico e giuridico degli operatori.
E le istituzioni? Il terremoto del ‘68 spostò leggermente(?) anche le loro basi. L’Esecutivo dava segni di stanchezza probabilmente per gli sforzi compiuti onde resistere e reggere al passo dell’evoluzione sociale; addirittura a volte sembrava un vecchietto insonne affetto dal morbo di Parkinson. Agli occhi dei travetti l’esecutivo era diventato un efficientissimo strumento attraverso cui irrogare la pena capitale a quelle persone, un po’ oneste e un po’ imbelli, che si trovavano a servire la cosa pubblica; infatti le cronache parlavano di impiegati colpiti da infarto, parlavano di impiegati offesi dall’esaurimento nervoso, parlavano di impiegati frustrati perché convinti della loro validità appannata da una realtà che li doveva far vegetare in mezzo alle carte. Gente che si sarebbe sentita libera soltanto quando fosse andata in pensione, ma che sarebbe sempre rimasta col cruccio di non aver potuto svolgere con serietà il proprio dovere. (continua)
[1] In quella occasione vi fu una notevole richiesta di collocamenti a riposo.

