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Nino Chiocchio, L’alba dei travetti e il crepuscolo dei travetti

Capitolo XXV - San Candido

Partì una mattina con l’”Alpen Express”, e in verità il convoglio fu espresso fino ai pressi di Bolzano, dove si mise ad ansimare sulla salita ed a procedere come un treno-merci o giù di lì. Prima di Chiusa si fermò addirittura perché le batterie s’erano scaricate. Chiusa dev’essere una gran bella cittadina incastonata nello sperone roccioso a perpendicolo sulla gola in cui sbuffava la vaporiera e nelle cui tortuosità irte di macigni par che anche il torrente trovi difficoltà a scorrere. Allo sperone si affianca, a mezza costa, uno spiazzo limitato su cui svetta una chiesa cuspidata. Poi, dopo la stretta curva della ferrovia, come un bastione naturale immerso nell’azzurro e nel verde, con la sua maestosa bellezza addolcita dalla vista di qualche baita sparsa nei dintorni, si eleva al culmine una costruzione che sembra merlata: è il castello di Tostburg? O l’antico monastero benedettino di Sabiona? O una delle fortificazioni in una zona che fu turbata dal fragore della guerra 1915-18? Dal finestrino non si capì bene. Enzo arrivò a Fortezza a prima sera. Aspettò il treno locale per San Candido. Due graduati della Polizia Ferroviaria dissero che lì tutti i non Tirolesi erano considerati stranieri, ma che i turisti, forse per via del denaro circolante, non erano trattati male. Una sensazione di freddo l’aveva anticipata sul treno, nella tratta compresa fra Verona e Bolzano, il comportamento forzatamente garbato di un ospite longobardo dal nome onomatopeico, poniamo Lombardi. Costui era salito a Verona, proveniente da Basilea e diretto alla natia Trento. Era un signore sulla settantina che Travetti dovette immaginare essere appostato, cinquant’anni prima, sulla trincea opposta a quella dei nostri soldati. Su una falda del cappello di velluto verde teneva appiccicato, accanto a due penne rachitiche d’un volatile domestico(?), un tondino su cui era riprodotta l’aquila bicipite, simbolo della dinastia asburgica. Ci presentammo e con molto tatto lo interrogai sulla simbologia di quel copricapo; lui, cortesemente, rispose che era nato austriaco e tale si sentiva. Aggiunse che seguiva con attenzione, ma con distacco, le vicende di Roma e che lo interessavano di più quelle di Vienna. Rincarò la dose a Bolzano, quando, prima di scendere dal treno, indicò il monumento ch’era stato eretto dagli Italiani (così disse, considerandosi lui straniero) in memoria di Cesare Battisti; affermò che costui per “loro” era un traditore, anche se per “noi” era un eroe.
Il nostro arrivò a San Candido, per i Tirolesi Innichen, a sera inoltrata. Alla stazione non trovò il pullmino che avrebbe dovuto caricare i bagagli (era in comitiva, e per questa erano state prenotate alcune stanze di un albergo). L’albergatore fece sapere che s’eran rotte tutte le macchine a motore, anche i taxi... L’automobile dell’organizzatore della gita caricò qualcuno e qualcosa. Facendo di necessità virtù, i gitanti si appropriarono indebitamente di un carretto parcheggiato sul piazzale della stazione, vi pigiarono sopra le valigie e lo spinsero sul ghiaccio fino all’albergo che li avrebbe ospitati. Non fu poi loro negata la cena, che però fu servita con qualche mugugno perché erano arrivati con un po’ di ritardo sull’orario previsto (colpa della loro ferrovia? O...?). A nanna i turisti avrebbero dovuto riposare, considerate le traversie del giorno; ma ciò non avvenne. Qualcuno fu preso dalla febbre, molti altri dal mal di testa causato dai cuscini inconsistenti su quella specie di armadi rovesciati dove la testa poggiava su qualcosa che somigliava ad una federa rinforzata e da cui Enzo estrasse altre tre federe “rinforzate”. Nelle notti successive il sonno si appesantì per via delle discese sulle piste e di bevute di birra. Il balcone della stanza di Enzo si apriva sotto la Croda dei Baranci, ed egli il pomeriggio lo apriva spesso, specialmente quando era richiamato dalle canzoni di un contadino che allevava i porci là sotto e dal suono di una fanfara: in quei giorni si festeggiava il Carnevale e i Tirolesi sfilavano impennacchiati, orgogliosi dei loro ottoni, accanto alle slitte cariche di bambini mascherati. In albergo aveva conosciuto Gunter, un anziano signore tedesco di Berlino (solo indirettamente seppe poi che quello abitava nel settore occidentale[1]; perché Gunter si diceva berlinese e secondo lui la vecchia capitale non poteva assolutamente restare divisa artificiosamente), il quale diceva di aver insegnato la lingua inglese (ma forse ne conosceva parecchie, di lingue, compresa quella russa, la cui pronuncia però non sembrava ...gradita al suo palato: infatti era anticomunista sfegatato) e di essere stato aviatore durante la guerra. Strano tipo, Herr Gunter: dimostrava sessant’anni, e andava in giro con la sua cara bottiglia di vino in una tasca ed una scatola di pillole pei cardiopatici nell’altra. Il Tedesco volle che anche alcuni componenti del gruppo (nella speranza, disse, che non fossero comunisti) brindassero, col suo vino, insieme a lui; li aveva conosciuti in una circostanza buffa: il giorno seguente a quello dell’arrivo, per via d’un enorme cedro a forma di pera che portava con sé e che aveva fatto dividere da un cameriere per distribuirne grossi spicchi a tutti. Nel primo pomeriggio Enzo, Filippo e Mauro andarono a Versciaco, dove presero la seggiovia (in una ventina di minuti salirono da 1100 metri ai 2200 del rifugio del “Gallo Cedrone”, sul monte Elmo) per raggiungere Ugo, Andrea e Felice. Accanto al nostro, nel seggiolino che lo portava in alto, capitò un gentile e simpatico ragazzo di Monaco di Baviera, il quale si faceva capire a gesti perché sapeva l’italiano come il suo interlocutore sapeva il tedesco. Salendo si ammirava, in basso, la ripida distesa di roccia e di conifere imbiancate fra cui correva la pista che si snodava in gran parte attorno ai piloni dell’impianto di risalita: si restava affascinati dallo spettacolo, ad un tempo splendido e terrificante pel profondo vuoto sottostante, dell’imminente approssimarsi dei giganteschi denti dolomitici vieppiù incombenti. Sul far della sera tornarono a San Candido alla spicciolata; purtroppo, Pietro, Felice e Mauro scesero tardi e, poiché erano terminate le corse degli skibus[2], dovettero accettare l’ospitalità loro offerta dal giovane sciatore di Monaco, il quale così ripagò l’avversione politico-razziale di una parte della brigata. Dopo cena si andò a giocare a carte. I canti e il chiasso di una nutrita tavolata di Tedeschi non favoriva il raccoglimento: per questo Mauro e Felice, i quali avevano bevuto qualcosa di più del necessario, non lesinarono lazzi all’indirizzo dei vicini, che a loro volta si sforzavano di coprirli urlando il beethoveniano ”Inno alla gioia”. Ma come fu che fraternizzarono? Ad un certo punto si misero tutti ad oscillare sulle panche al ritmo di canti cadenzati; poi gli Italiani accelerarono le oscillazioni al tempo de “La società dei magnaccioni” (canzone che evidentemente i Teutonici sapevano e cantarono bene...). Quindi, accogliendo il suggerimento di qualcuno che propose di sfruttar meglio le doti musicali di Ugo, i Tedeschi gli passarono la chitarra, e così i loro canti, eseguiti con maestria e non soffocati dal ...discanto italiano (leggevano addirittura lo spartito musicale su un libretto che girava fra le loro mani!) si alternavano alle canzoni meridionali, generalmente più rumorose, più esuberanti e, via diciamolo!, più stonate. A mezzanotte la proprietaria dell’albergo disse che sarebbe stato opportuno smettere, e così si andò a nanna. Il martedì sera si svolse la suggestiva fiaccolata degli sciatori. Questa manifestazione si ripete, probabilmente ancora oggi, due volte all’anno (a Capodanno e a Carnevale) con la partecipazione dei maestri di sci e degli sciatori provetti, quando tutti insieme e in fila scendono su San Candido, dal monte che lo sovrasta, portando ciascuno una torcia accesa; dei fuochi artificiali di tanto in tanto illuminano la pista. C’erano anche Ugo (che oltre alla torcia portava la chitarra) e Andrea; riferirono poi che, prima di scendere, nel corso di una breve e simpatica cerimonia, gli sciatori di lingua tedesca avevano fraternizzato con quelli di lingua italiana mentre intonavano canti e mescevano vino. All’arrivo (qui c’era anche Enzo) brindarono alla salute dei padri. Mercoledì non ci fu quasi nulla di eccezionale, tranne il fatto che Herr Gunter presentò la cognata polacca, la quale, diceva lui, gli avrebbe fatto anche da mamma (pure se dimostrava meno della metà degli anni di lui...). Raggiunsero le piste, che però abbandonarono prestino perché cominciò a tirare un vento di tramontana non impetuoso ma tagliente. Dopo cena qualcuno stabilì di fare un po’ di pattinaggio sul ghiaccio, qualcun altro giocò a traversone. Giovedì mattina il cielo era imbronciato e cadeva qualche fiocco di neve. La precipitazione atmosferica divenne gradatamente più fitta, poi si attenuò a mezzogiorno. Restò qualche nuvola minacciosa in mezzo al cielo sbiancato. Scivolarono sulla pista più vicina; quindi, tornati all’albergo, citofonarono al signor Gunter per pregarlo di suonare qualcosa al pianoforte (Gunter aveva detto che si rimetteva Rohde: un cognome illustre nel campo musicale, lui stesso par che non fosse estraneo alla nobile schiatta); purtroppo rispose di essere influenzato. Giocarono a traversone e a scala quaranta; poi, dopo cena, Alex li portò col suo pullmino alla “Genzana”, un caratteristico localino presso Dobbiaco. Lì, tra muri coperti di tavola (che ossessione queste case di legno!) e scoiattoli musicanti imbalsamati, mangiarono fritti con mirtilli e panna, alternarono un dolce moscatello (“Goldmuskateller”) a vino secco. E cantarono. E i canti sregolati si intrecciarono con i motivi che uscivano dalla fisarmonica di Otto, un giovane e robusto Tirolese che alla fine andò ad accordare il suo strumento con la chitarra di Ugo. Venerdì mattina tornò a splendere il sole. Enzo stava per esaurire l’abbonamento agli impianti di risalita, per cui fece solo qualche discesa e riconsegnò gli sci che aveva preso a noleggio. Andò a mangiare presto e nel primo pomeriggio partì per Lienz con il trenino che attraversa la Val Pusteria. Arrivò nella graziosa cittadina austriaca un’oretta più tardi. Quell’oretta la pagò cinquemila lire e rotti (il costo di un ricordino), ma ne valse la pena. Dopo due stazioni era già entrato in territorio austriaco. Superò le sbarre di confine e tutto l’apparato confinario mentre da un lato della ferrovia si stagliava nitida la progressione suggestiva degli enormi merletti della roccia dolomitica. Ogni tanto si aprivano degli spazi e facevano una fugace apparizione le sciovie, le caratteristiche casette tirolesi con le loro finestre civettuole e con i loro balconi ricamati, le anse annoiate della Drava che riusciva a scorrere fra i lastroni di ghiaccio e i macigni del letto coperto di neve. Tutto era suggestivo, anche il fischio ovattato del locomotore, simile, forse, a quello del più potente corno da caccia di Rodolfo. Improvvisamente, quando sembrava che la gola stesse per essere serrata dalle montagne incombenti, dietro una curva apparve la piana di Lienz, dove una volta sorgeva Aguntum. Enzo girò per le vie della città e, mentre attraversava un vialetto racchiuso fra l’acqua argentata dell’Isele e i giardini pubblici, mentre fissava ancora l’orizzonte chiuso dai giganti alpini e interrotto di tanto in tanto dallo spazio angusto dei campanili cuspidati, si convinse che la gente che abitava lì era fortunata e capì i segreti della Val Pusteria, la nostalgia asburgica e il campanilismo dei Tirolesi dell’Alto Adige (che poi son fratelli di quelli di Lienz), ai quali allora il Governo di Roma dicevano che non potesse garantire molto di più che scompensi sociali, politici ed economici. A sera tornò a San Candido. Scese nel ristorante dell’albergo, dove incontrò Herr Gunter, febbricitante e accompagnato dalla “cognata”, per cui arguì ch’era stata vera la scusa dell’influenza. Ormai la partenza era imminente in quanto la settimana bianca volgeva al termine. Sabato pomeriggio i bagagli furono caricati su un trattore che aspettava fuori dell’albergo. Ma le avventure non erano finite perché si doveva ripetere la messinscena dell’arrivo: il trattore non era stato fatto venire per trasportare i bagagli di “quella” comitiva, al contrario di quanto era stato affermato prima dal direttore dell’albergo. Quindi, se non si voleva perdere troppo tempo, era necessario scaricare tutto e aspettare l’eventuale ritorno del mezzo meccanico... Quid? Come aveva fatto all’arrivo, Enzo prese la sua valigia e si avviò a piedi con Gabriele e Mauro verso la stazione. Più tardi, quando stava per arrivare il treno, giunse ansimando il trattore. La laboriosa sistemazione nella carrozza-letto e la successiva sveglia a Terontola segnarono la fine della breve vacanza. (continua)

[1] Allora Berlino era ancora divisa fra gli Alleati vincitori della seconda guerra mondiale.
[2] Automezzi che assicuravano i collegamenti fra gli alberghi e le piste di sci.