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1 Marzo 2026, 00:03
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Nino Chiocchio, L’alba dei travetti e il crepuscolo dei travetti
Capitolo XXII
Redazione
Abbiamo già visto che i rapporti epistolari tra Enzo e Giulia non si erano interrotti. Era logico che fra i corrispondenti di Enzo non potesse mancare G., l’amica di tante avventure che era stata trasferita in Piemonte già da un paio d’anni: gli inviava tante lettere corredate da gustose vignette (era bravissima anche nel disegnare). In una si riproduceva attorniata dai fratellini irrequieti con questa didascalia: “Meglio mille traduzioni[1]; meglio cento classi scatenate; meglio 24 suocere pestifere; meglio cinque Donato P. furibondi[2]; meglio quaranta Presidi arteriosclerotici; meglio cinquanta uomini grassi e flaccidi; meglio ventisei donne nevrasteniche; meglio ottantadue sordomuti, ventisei ciechi, quaranta storpi, sessanta nevrotici; meglio venti teen-agers capelluti; meglio due ZITELLE in cerca di marito; che sei BAMBINI[3] che GIOCANO agli INDIANI!!!”
In un’altra gli mandava un “Campionario delle donne di Capri” affinché lui potesse “fare un programma di soggiorno nella bella isola tirrenica a scopo di sollazzo personale”.
In un’altra disegnò Lucio e Crescenzo che uscivano dall’Ufficio tenendosi per mano e la illustrò con questa didascalia: “I lavoratori della notte - Questi sono i martiri che l’Italia dovrebbe far studiare ai giovani! Insegnanti d’Italia, non temete: c’è chi veglia su voi”.
Nel 1966 aveva scritto agli amici: “La sede dove sono stata trasferita è un paese (Chieti al confronto è una reggia, un Eden, un luogo di delizie)”. In un’altra lettera (la sua corrispondenza era folta, spiritosa e piena d’ironia con tutti) raccontava che a Sorrento, camminando con gli amici per prendere l’aliscafo diretto a Capri, era giunta trafelata all’imbarcadero e s’era infilata nello yacth di un panciuto americano che non s’aspettava quella manna. Nell’epistola successiva descrisse la scuola e il preside della sede piemontese: “...il Preside sembra un mercante che improvvisamente ha deciso di fare il preside; mentre gli parlavo lui sonnecchiava, poi s’è svegliato ed ha cominciato a dare vaghi consigli, poi voleva sapere cosa facevo a Chieti, dopodiché ha concluso che ci saremmo intesi. Io non ho capito su che cosa ci saremmo intesi, ma penso che lo capirò in seguito. C’è una segretaria, fra i 40 e i 50, che mi ha abbracciato calorosamente, dicendo - Oh, la immaginavo tutta diversa! Oh, finalmente un po’ di giovinezza e di allegria! - Notate che io ancora non avevo aperto bocca. Comunque se l’ha così impressionata la giovinezza, ho dedotto che il resto del corpo insegnante dev’essere piuttosto ...decrepito. La scuola è una specie di caserma, brutta ed enorme, con spifferi di aria gelata”. Nelle lettere successive G. confermò queste impressioni. Sarebbe lungo trascrivere il suo interessante epistolario: la sua personalità emerge anche da questi brevi cenni. Perché sempre, quello che appare come un semplice carteggio epistolare, evoca, anche quando è impregnato di una ricca vena di nostalgia, lo scoppiettante fiume di parole incanalato nel vortice della vitalità della Torinese.
Era un intreccio epistolare vorticoso, un po’ strambo e un po’ spiritoso, che si snodava sul triangolo Chieti-Roma-Torino e che si tradusse in una specie di palestra che finiva col rievocare, in fondo, il clima spensierato della dimensione in cui si era svolta l’attività professionale degli amici-protagonisti. Una volta Enzo scrisse a F. in latino grosso:
“Decembres Nonae anno millesimo nonagentesimo sexagesimo octavo, Romae data.
Aper Franco salutem dicit!
Nicolaus quille dixit finem giustificare instrumenta: etenim, nobis tam caritatem iunctis rebusque humanis nostris sic stantibus, concedente te, latine quoque loquimur (inculte): sumus digni, domine!
Fessus labore nominarum stancusque causa frecatura magna nobis burocraticae gentis inferta a Democratica Parte, manducavi tamen postea in Giardinaccio (sic appellatur Hostaria bona quae retro terga surgit Vicariati Paolini Sesti) Optimo cum Proveditore et suis comitibus Commissionis Incaricorum Supplaentiarumque. Degustanda erant quae burina gens appellat et bruscolini et ova allessa besciamellata antipastaque vegetalia ingredientum variorum composita et cannaelloni et tacconellae et spiedini et quagliae et cartophenae (quae merce germanicae sunt) et dulciora varia et vina tantarum qualitatum: hora octava serotina (non matutina, quae amicis meis fatalis est) incepimus gastronomicum ritum; cum sortivimus, die seguente, ariam captavimus in medio foro, Morpheo absente. Solum Optimus Proveditor, una cum fureria sua, ivit cuccare; reliqui in frigida nocte decembrina manerunt facete dictum, dum in aures prophessoressarum doctoressarumque elegantum titillabant lucem artificialem in obscuritate.
Nunc et in hora, cum manet in me memoria scopatarum tressettorumque omniumque iocorum in quibus tibi et duci Maccallino et Lucio Pallioni et cetera et cetera auctor fui, benigne vigilo in aula examinum abilitationum et interea exagitati capellones proletariique, tumultuosi, in via canunt pascua (uxorum) et rura (omnium) et duces (rubros) velut epithalamium centrosinistrae Divi Italiaeque misere.
France mi! Quid? Aquilana examina Ambrosiae tuae? Spero aepistulas meas tibi utiles esse ad brillantem thesim parandam!
Complector vos, nunc; mementote mei in natalitiis tombolis, spero autem te et sponsam tuam imminentes venturos, hercule!
Entius aper
Post scriptum= Diem festum nato Christo celebrate (tu et Lucius et Tonini et Ambrosia et M.Gratia et M.Rosaria et Gabriela etc. etc.) laeto cum meo auspicio meorumque parentum.”
Gli rispose l’amico:
“Francus Entio suo S.
Tibi aepistulam quaestam suspiratamque mitto. Multum defeci amicitiae nostrae: mea culpa, mea culpa, mea culpa (satis est).
Summo cum gaudio seppimus te bellaturum esse cum ordine imposito a Democratica Parte; nobis despacuit cumulum immensum asfissiantem laborum quibus tirannidem suam exsercet super te Optimus Proveditor.
Si aliquam consolationem, tamen, tibi donare possum, sic loquar: 1°) Tota canicula me vidit sudantem super cartas latinas: frustra! frustra fructos tantae seminagionae aspectavi! Professor dixit: -Non licet facere exsamen tibi quia ad horam octavam matutinam non respondisti ad appellum magnum-. Catholica fides mihi impedivit dicere omnia quae in linguae punta saltabat. Amor sociorum exsaminandorum, familiae et amicorum frenavit impetum schiaffatorum.
Quousque burocratica gens abuteris patientiae nostrae! (quaecumque referementa ad meum amicum casualia sunt).
Postquam, frecta furiaque, exsamen linguae gallicae substinui cuius exsitus est 27/30 (aurea mediocritas). Nunc incipiunt labores per componendam thesim! Hoc est dicere tuttus! Amice, auxilium mihi dona!
Dum haec accadunt, Leo gubernat pro magnitudine patriae, famelica aumentando progenie, grassitudine porcorum augendo. Quid dicere possim?
Tanta tempestate remedium unicum erat olim amicitia tua cum partitibus tressettorum scoporumque (jocum ultimum in quo tu nescis mittere manum); cum cantibus gula aperta in Aida currente super campos inaratos. Sperare necesse est tuam praesentiam proximam venturam. Sperare licet sorrisum tuum revedere tranquillum, refregantem et beffegiantem vitae mala.
Sed fortiores morte nos non cedimus ad nostalgicas recordationes et spatium superantes (pagata iniusta tassa gubernale) semper legamen inter nos tenimus cum aepistulis levibus.
Abbraccium tremendum tibi dono una cum sponsa amatissima quae semper in Milianica terra laborat Canale praesidente.
Dum suavissimae notae septimae sinphoniae mihi consolanta animum cor meum se delectat cum memoria tui et violini. Vale.
Un abbraccio- Ambrosina.”
Come avrebbe potuto, Enzo, affezionarsi al nuovo mondo, se per rivivere il clima dell’epopea chietina ricorreva persino al latino grosso? E se pure gli amici trovavano diletto anche nel dialogo strambo? Il poveraccio in verità si sforzava di cercare le sfaccetature gradevoli della nuova dimensione (Veio, Subiaco, ecc.); ma...
Fine della 22.a puntata
[1] Evidentemente si riferiva ai libri di filosofia che, anche a Chieti, traduceva dal Francese.
[2] Donato P. era uno dei più vivaci componenti della comitiva, il Torquemada.
[3] I fratelli piccoli di Giulia.

